Come nacque l’Ana

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    Cari amichi, sono pena rivato a casa e ho finito proprio adesso di raccontarci alla mia dona quello che ho visto a Milano e come è andato l’afare della pensione di terso grado che mi hanno liquidato per via del braccio che mi hanno messo fuori uso all’Ortigara. Ma quello che ci ho contato di più a la mia Rosina sono state quelle ore che ho passato nella sede dell’Ana a Milano, che non fenivo più di spiegarcelo, e lei si divertiva che non feniva più del ridere. Ah, cari amichi, che belle ore che mi avete fatto passare! E quel fiasco che il Presidente mi ha voluto pagare, come me lo sentivo ancora quando che ero in treno! Quell’Andreoletti che al primo momento mi aveva fatto suggessione, perché pena che ho fenito di domandarci al cameriere che ho ritrovato per la scaletta in dove c’è l’Ana, ecco che ti incontro nel corridoio lui che mi fa: “Lei chi è? Mi pare di conoscerlo…”, con una voce di mezzo cicchetto, che io ho detto in fra me: “questo qui deve essere il padrone della melonaia”. Invece appena che ci ho detto chi ero, mi fa: “Come? L’è lu el Bogiantini? Oh, bravo, ch’el vegna chi!” E mi spinge dentro in una saletta in dove che c’era da una parte un Alpino di bronzo in piedi su una colonna che tira un sasso, dall’altra un gran quadro con una sfilsa di bricchi assortiti, e in del mezzo una fila di gente metà borghesi metà Alpini, che un po’ scrivevano, un po’ se la contavano su, un po’ bevevano. Alora ho pensato: “Qui non si sbaglia, siamo in famiglia”. Alora l’Andreoletti ha detto: “Questo qui l’è il Bogiantini!”. È stato come se avevano veduto entrare una damigiana di Chianti. Tutti si son messi a urlare che pareva un serraglio. E stringi una mano qua, due di là, cinque di qui, pareva che fosse arivato il postino quando erimo al fronte. Loro si possono imaginare poi il piacere di vedere vestiti da uomo tanti uficiali che erano con me. Ho visto il cavaliere Bazzi, che era il mio tenente nel ’15, con la sua barba e la sua pancetta, che adesso è il vice dell’Ana. E poi da uno stanzino vicino ti salta fuori il Benedetti, che era al magazzino di mobilitazione dell’Edolo e che ora fa il segretario; è sempre lui, meno il pizzo, salvo però che la pelata gli è cresciuta e brontola un poco meno e poi qualche volta non parla bressano. Ci era pure il tenente Matturi che sembra un giovincello che si è messa la parucca bianca del suo nonno, e che mi hanno detto che all’Ana fa il tesoriere per via che tiene via i miglioni. Ci ha dato un abbraccio a alcuni miei vecchi uficiali; il capitano Sormani, che pare un passerino vispolo anche ora che è vestito borghese, il tenente Capè che lo chiamavamo “Poggibonsi”, il capitano Rossi che erimo insieme al Dui e che adesso ci ha tre medaglie d’argento e che una volta che chissà perché avevo fifa mi ha dato un calcio in culo che sono diventato subito un leone e adesso sono tanto a ringraziarlo. E poi c’era il Serafino con la sua geppa, e il Moiana, quello del Verona che era una di quelle pelli di tamburo che noi dicevamo sempre: “Di quelli lì il Padreterno ne ha fatto uno e poi ha rotto la forma”. E poi c’era il capitano Sacchi dell’8º, il Lazzati, il Pirovano bel giovine, il Serassi, quello della bella ferita in faccia, il dotor Carcano che ha fabricato mezzo Adamello. Ci ho visto anche il capitano Calvi, che sarebbe il simbolo di una famiglia di quelle veramente da farci il cappello, perché ha perduto al fronte tre fratelli, tutti Alpini di quelli con un paio di affari così, e fra tutti hanno una dozzina di medaglie al valore. E poi te n’è saltato fuori uno che, apena visto m’è parso di riconoscerlo, e lui mi fa: “Caro il mio collega, come va?”. Dal naso e da un avanso di pizzetto color carotola l’ho riconosciuto senza sbagliarmi appena che mi ha detto che lui era il Maso Bisi. Al fronte era quello che nelle mense ufficiali ti piantava certi casini che faceva crodolare giù i tetti delle baracche; ma adesso pare diventato una persona seria. Dopo non mi ricordo più bene come è andata, per via che nella sala da basso suonava la musica e veniva su il fumo e l’odore di donnette di lusso, di modo che fra l’una e l’altra cosa e specialmente per quel tale Chianti che ci ho detto, sono rivato che non capivo più niente. A basta cari amichi, speriamo di rivedersi presto. Intanto farò tutto quello che posso per far propaganda all’Ana da buon Alpino. Adesso che vi conosco, vi voglio più bene di prima. Davvero. Adio, adio. Il vostro indimenticabile

    Bogiantini Giacomo
    borghese

    Dietro allo pseudonimo di Giacomo Bogiantini si nascondeva il Socio fondatore Tommaso (Maso) Bisi che si divertiva su L’Alpino, a lanciare frecciatine o a raccontare storie realmente accadute, come questa. Era la prima riunione in Galleria, gli alpini si ritrovarono rinvigoriti dal congedo, eleganti nell’abito borghese, finalmente liberi. Ma i sacrifici non erano finiti (e non finirono mai) e di tempi duri ne vennero ancora.