Chiarimenti sull'editoriale

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    Caro Bruno, come sempre all’arrivo de L’Alpino, la prima lettura è l’editoriale, sempre gustoso e ricco di spunti di riflessione come da tempo ci hai abituato. Nell’editoriale di gennaio “Il dovere di avere doveri” credo pochi possano essere in disaccordo sul suo contenuto. 

    Come ufficiale di complemento ho vissuto la mia naja proprio in quel senso, essere prima di tutto al servizio di chi era al comando. Rimango però interdetto quando leggo: «I Dieci Comandamenti sono le regole civili di un popolo che, tremila anni fa, allo sbando nel deserto, si è dato una Costituzione sulla quale costruire il proprio futuro». Io come catechista mi rivolgo a te come sacerdote, ma come? I Dieci Comandamenti (giustamente in maiuscolo) non sono stati consegnati da Dio al popolo d’Israele come regole dell’Alleanza eterna, ma è un popolo che se li è scritti? Mi auguro sia una mia errata interpretazione ma così l’ho intesa.

    Lucio Bellon – Vicenza

    Caro amico, da buon catechista tu sai che ogni dato della Bibbia si può leggere in una duplice ottica. Quella storico-sapienziale e quella della fede. Secondo quest’ultima il Decalogo è rivelazione di Dio. Ma da un punto di vista sociologico e storico, a prescindere dalla fede, si tratta di una vera e propria Costituzione civica. Come vedi non diciamo cose diverse. Le diciamo in contesti diversi.


    Signor Direttore, sono un amico degli Alpini e ho letto con molto interesse l’editoriale dal titolo: “Il dovere di avere doveri”. Sono pienamente d’accordo con l’estensore. Purtroppo la parola “dovere”, da tempo è stata cancellata dall’idioma e dai dizionari della lingua italiana. Esistono solamente i “diritti ” che con il troppo abuso sovente si trasformano in “delitti”, in nome di una malcelata “libertà” che a sua volta, sfruttandone il nome diventa sopruso, prepotenza, sopraffazione in poche parole “anarchia”, figlia degenerata della “democrazia”. Gentile direttore, se per il suo editoriale sono del suo parere, non altrettanto posso esserlo verso la risposta da lei data a Aldo Lanfranchini, della sezione Valsesiana con un perentorio: «In dialetto no». Sono rimasto annichilito a sentire, da parte sua, un’affermazione del genere: «I dialetti sono molto belli, ma a parlare “lingue diverse” si frantumano gli animi prima delle formule». Non mi sarei ma aspettato una risposta del genere da un alto responsabile del glorioso Corpo degli Alpini, che fin dalla loro nascita nel 1872, tutti figli delle nostre montagne, tutti e dico tutti si esprimevano solamente nelle parlate locali che lei chiama “dialetti”. Così, nell’udire quel perentorio: «Il dialetto no», mi spezza il cuore. Giustamente il sig. Lanfranchini si domanda se vi sono veti da parte dell’ANA o altro che lo possa impedire! Per quanto riguarda l’ANA, non compete al sottoscritto sindacarne il veto; probabilmente quest’ordine proviene dalle alte sfere della gerarchia ecclesiastica. Gentile direttore, le chiedo venia per il tempo che le ho fatto perdere nel leggere questo mio scritto: probabilmente non verrà citato nella rubrica “Lettere al direttore”, in quanto non “politicamente corretto”, espressione molto in auge in questi tempi.

    Adriano Cavallo – sezione di Cuneo

    Caro lettore, la lingua non ha solo una funzione comunicativa, ma anche unitiva. Si dice che la Grande Guerra abbia portato a compimento l’Unità d’Italia, non solo per la configurazione geopolitica, ma anche per aver messo insieme soldati che parlavano dialetti diversi, aiutandoli a capirsi nello stesso idioma. E poi non dimentichiamo che la Preghiera è stata composta in una lingua precisa. E noi Alpini di solito la nostra storia la rispettiamo.


    Caro direttore, una paginona grande così per annunciare, presentare, spiegare e lodare il magnifico pensiero di Luciano Violante “Il dovere di avere doveri”. Di sicuro ora comincerà il doveroso dialogo sulla nostra Preghiera. Doverosamente osservo il dovere di salutarti.

    Nilo Pes

    Caro Nilo, doverosamente ti ricordo che anche San Benedetto suggeriva ora et labora, prega e sii attivo. Non ritieni che sia tempo di parlare anche del labora, lasciando in pace la nostra Preghiera sulla quale abbiamo versato fiumi di inchiostro? Doverosamente ricambio i saluti.


    Pregiatissimo direttore, le comunico di aver letto con grande piacere l’editoriale intitolato: “Il dovere di avere doveri” del gennaio 2015 con cui lei stigmatizza e definisce in modo chiaro ed esaustivo uno dei punti cardine del concetto di civismo e di civiltà nazionale. Uno dei grandi padri della Patria per qualità morali e intellettuali fu Giuseppe Mazzini; egli fu il più grande ideologo dei movimenti patriottici ottocenteschi, un uomo che seppe suscitare negli animi della gente del tempo sentimenti e passioni travolgenti. Spirito libero e indipendente, polemizzò con i liberali e i marxisti, rifiutò tanto il socialismo quanto il comunismo (ideologie che secondo il pensiero mazziniano, anticipando le tesi di Croce e Gentile, avrebbero condotto gli uomini allo stato degli antichi schiavi). Nel 1860 esce a Lugano per i tipi della Grillenzoni il libro basale del pensiero e della filosofia mazziniana “I doveri dell’uomo”, testo che codifica, senza imporre: il concetto di Dio come Ente supremo, conduttore di tutto e di tutti; il concetto di Patria che attraverso i comuni intendimenti del popolo (legato da una lingua comune, da confini comuni, da una storia scritta da tutto il consorzio civile del tempo) può realizzare i fini di una nazione. Il concetto di libertà come assunzione di responsabilità. Il senso del dovere come superamento del senso del diritto (il diritto è fede nell’individuo, il dovere è fede nella collettività, nel consorzio civile e nel popolo), fonte insostituibile di costruzione e progresso. L’attuale degrado delle cose che ci circondano, tipico dei movimenti storici di transizione ci induce a far conoscere Mazzini e il suo pensiero “pensiero alquanto ignorato in Patria, assai conosciuto e studiato all’estero”!

    Edi Daniele Moroso – presidente Ass. Mazziniana Friulana

    Il dramma del nostro tempo è che non viviamo più come pensiamo, cioè facendo dipendere i nostri comportamenti da un pensiero, ma pensiamo come viviamo. In definitiva, viviamo come se non avessimo un pensiero e una responsabilità che ci guidano. Guardare ai grandi del passato ci servirebbe per ritrovare l’antica saggezza perduta.