Carlo Vigevani

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    Ottobre 1924. La guerra è finita da qualche anno e le salme dei Caduti possono tornare alle loro famiglie. Le pagine del Nuovo Trentino di quel periodo riportano la notizia relativa a un valoroso capitano alpino: “Ieri verso le 17, su un autocarro, transitava da Trento la salma del capitano degli alpini Carlo Vigevani, caduto sull’Ortigara. L’autocarro, tutto avvolto nel tricolore, sostò presso Port’Aquila ove s’erano raccolte le rappresentanze dei Combattenti, dei legionari, dei mutilati, degli alpini, delle madri dei Caduti e molti cittadini per dare il saluto alla salma dell’eroico combattente.

    La Federazione Combattenti e le madri dei Caduti deposero sulla bara ricchi fiori accanto a quelli, abbondanti, di numerose località della Valsugana. L’autocarro proseguiva quindi per Rovereto ove oggi la bara che raccoglie i resti mortali del defunto capitano sarà solennemente tumulata nel Cimitero di S. Marco accanto ai Caduti di Malga Zures”. La traslazione della salma era stata davvero solenne eppure, qualche anno dopo, il nome di Vigevani veniva dimenticato nella compilazione dell’Albo d’Oro dei Caduti, insieme alla sua Medaglia al Valore. Ironia della sorte, il suo nome si trova oggi solo su una lapide che ricorda i caduti del suo liceo veronese. Doveroso quindi porre rimedio e ricordare la sua vita di sportivo affermato e ufficiale degli alpini, fino al tragico epilogo sull’Ortigara. Carlo Vigevani nasce a Lecco l’11 marzo 1892, figlio di Giovanni e Paola Bertarelli.

    Il padre è ragioniere capo della Prefettura e la famiglia lo segue nella nuova destinazione a Verona. Qui Carlo frequenta lo storico liceo classico Scipione Maffei, lo stesso dove nell’ottobre 1903, per opera di un gruppo di studenti, era stata fondata una squadra di calcio intitolata Associazione Calcio Hellas, l’odierno Hellas Verona che milita in serie A. Nel 1911 la squadra partecipa al campionato regionale e Vigevani ne fa parte nel ruolo di attaccante: le cronache dell’epoca lo definiscono “bassotto (è alto 1,64) e in possesso di un tremendo tiro al volo con entrambi i piedi…”. A novembre dello stesso anno, terminati gli studi liceali, decide di intraprendere la carriera militare presso l’Accademia di Modena: il 23 febbraio 1913 è nominato sottotenente del 6º Alpini e un mese dopo giura fedeltà alla Patria nella sua Verona. Il 9 settembre 1915 diventa tenente e pochi mesi dopo capitano. Nel frattempo la guerra impone la fine del campionato; molti affermati calciatori sono già al fronte o partiranno a breve.

    Vigevani conclude la sua carriera nell’Hellas con un totale 64 partite nella massima serie e 11 reti. Nella primavera del 1916 si trova sul fronte trentino, comandante della 64ª compagnia del battaglione Feltre, 7º Alpini, nel periodo in cui si scatena l’offensiva austriaca. Il 24 maggio il Feltre attacca il nemico nella conca tra Spera-Scurelle e Strigno, in Valsugana, catturando alcuni prigionieri. Il capitano Vigevani fa prigioniero un ufficiale dei Freiwilliger Oberösterreichisches Schützen, in un modo piuttosto rocambolesco: “Vedutolo, si slanciò per più metri dall’alto del monte, legò l’ufficiale, facendosi poi tirar su dai suoi soldati col nemico prigioniero”. Forse la descrizione è un po’ esagerata, ma viene decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare: “Guidava brillantemente la propria Compagnia a ripetuti assalti alla baionetta, fugando il nemico e facendo diversi prigionieri, fra i quali un ufficiale. – Spera (Val Sugana), 24 maggio 1916”. Nei mesi successivi vanno costituendosi le prime 26 compagnie “sciatori” (o come si diceva allora skiatori), ciascuna su tre plotoni e un organico previsto di 7 ufficiali e 234 alpini. In seguito vengono organizzate in battaglioni, indicati con numeri romani. Vigevani, oltre che ottimo calciatore, è anche un bravo sciatore e entra a far parte di uno di questi reparti.

    A maggio 1917 i battaglioni sciatori sono sciolti e gli effettivi vanno a costituire 7 nuovi battaglioni alpini. Il suo nuovo reparto è il Monte Marmolada, creato il 22 maggio a Cinte Tesino. Insieme ad un altro battaglione ex sciatori, il Cuneo, sale sull’altipiano di Asiago e si ferma nei pressi di Cima della Caldiera. Nel battaglione Cuneo milita anche Paolo Monelli che, come vedremo, già conosce Vigevani; i due si trovano, con i rispettivi reparti, in un gruppo tattico creato in vista dell’imminente offensiva dell’Ortigara che comincia il 10 giugno. Dal 6 giugno Vigevani assume anche il comando interinale del battaglione che, dopo una prima fase in cui rimane in posizione secondaria, il 25 giugno viene impiegato, con il Cuneo, nel vivo della battaglia. Il compito è tra i più difficili, dovendo superare un tratto intensamente battuto dal fuoco nemico. Scrive Monelli nelle sue Scarpe al sole: “Appena scavalcato il dorso meridionale di C. Caldiera, è l’inferno.

    Tutta la costa della Caldiera che si deve discendere è vulcanelli di granate; ma sembrano peggio le mitragliatrici cecchine che aspettano ai passaggi obbligati e fregano quasi sempre… Allora si prende fiato un momento, tutta la vita passa in un rimpianto d’un attimo, un presentimento s’affaccia ed è respinto con terrore – ed ecco ci si tuffa nel rischio. Tre quattro sibili di pallottole – è passata… Ma il capitano Vigevani c’è restato”. Muore così Carlo Vigevani, appena uscito dalle posizioni di Cima Caldiera. I suoi ultimi momenti rivivono nelle memorie di Tomaso Bozano, ufficiale dello stesso battaglione: “Venne il 25/6 l’ordine di scendere in fondo al vallone dell’Agnelizza, allo scoperto, sotto il fuoco nemico.

    Mano a mano che i miei alpini arrivavano al varco (una specie di trampolino) sostavano un poco a guardare quella sinistra voragine e poi si buttavano. Ed era proprio il caso di raccomandare l’anima a Dio perché il nemico batteva il pendio con fuoco diretto di fucile e di mitragliatrice ed il terreno si vedeva cosparso di Caduti. I feriti non avevano speranza di essere raccolti. Quando vidi che una metà della Compagnia era passata, decisi di “buttarmi” a mia volta nella voragine. Durante la corsa sentii le implorazioni di alcuni feriti ai quali non potevo portare alcun aiuto. Le pallottole schizzavano sul terreno. Nella parte bassa del vallone, i soldati si erano fermati ed erano al coperto della vista del nemico, ma un colpo uccise un caporale. Il capitano Vigevani disse di riprendere la corsa.

    In fila indiana marciammo sul sentiero. Ad una svolta trovai il capitano Vigevani rantolante, una pallottola lo aveva colpito al cuore. Lo portai al coperto del tiro nemico. Gli slacciai il collo della giacca. Mi prese per le braccia, quasi per chiedere aiuto, e disse: ‘Me manca il fià!’ e spirò. La notizia si sparse e diedi ordine di portare il capitano a Grigno e di dargli sepoltura religiosa in quel cimitero. La Compagnia passò davanti al suo capitano morto e gli diede l’ultimo saluto”. La salma rimane nel cimitero militare di Grigno fino all’ottobre 1924 quando viene esumata, alla presenza dei genitori, per poi procedere alla traslazione a Rovereto. Qui risedeva la zia, Giulia Bertarelli, sorella della madre.

    Accanto a lui, nel cimitero civile di San Marco, le tombe di un alpino e di un sottotenente dei mitraglieri. Poi, con la costruzione dei grandi ossari a metà anni Trenta, giunge la definitiva sistemazione a Casteldante, nella tomba numero 5.560.

    Massimo Peloia