Cantore ai suoi figli

    0
    167

    «Oh yes, the famous italian mountain troops!», questa la frase pronunciata con entusiasmo da Elisabetta II, regina d’Inghilterra, nel corso della sua ultima visita ufficiale in Italia. L’avevano portata a vedere Villa Borghese quando, tra le molte statue, scorse quella dell’artigliere alpino con il suo mulo. «Come fa a conoscere gli alpini, Maestà?» le chiese titubante qualcuno del seguito. «Ma perché anch’io da ragazza ho letto tutti i libri di Kipling!», fu la risposta lapidaria della sovrana. Che cosa dunque aveva mai scritto Rudyard Kipling, l’indiscusso re dei libri d’avventura per ragazzi, di così eclatante sul conto degli alpini?

    Nell’ambito della sua attività di corrispondente di guerra per conto degli Alleati, nel 1916 si era recato a visitare il fronte italo austriaco, in particolare il versante montano, facendo così la conoscenza del Corpo degli alpini, impegnato a difendere, rafforzare e combattere sulle Alpi e sulle Dolomiti: pur essendo uno dei massimi narratori dell’avventura, era rimasto affascinato e stupefatto nel vedere quello che facevano i nostri soldati di montagna e immediatamente affidò queste sue emozioni alle pagine di un suo libro: “La guerra nelle montagne. Impressioni dal Fronte Italiano”.

    Ecco a che cosa alludeva la regina Elisabetta. Vedere quegli uomini arrampicarsi, costruire ricoveri in zone assolutamente impraticabili e tentare assalti contro postazioni nemiche quasi ovunque in posizioni dominanti, impressionava tutti. Pensiamo alla zona dolomitica sopra Cortina, quella del Falzarego e del Lagazuoi, che Kipling visitò: una parete a strapiombo su cui si trova la Cengia Martini. E la zona del Col dei Bos e le Tofane, presidiate da ardite postazioni a Forcella Fontananegra e in Val Travenanzes. Quanti furono gli assalti compiuti con ardimento militare e con grandissimo spirito alpinistico, ma anche ahimè quanti furono i Caduti, molti riconosciuti e sepolti dai compagni, ma altrettanti rimasti ignoti e dispersi. Ancora oggi i resti di quei giovani ventenni vengono ritrovati e portati con commozione nel Sacrario di Pocol dove trovano sepoltura tra i compagni di un tempo.

    Il numero dei Caduti in tutta la zona ampezzana (non dimentichiamo i molti travolti dalle valanghe invernali) è molto ampio: a detta dello storico locale prof. Paolo Giacomel ai quasi 10.000 sepolti a Pocol (di cui poco meno della metà rimasti ignoti), se ne potrebbe aggiungere forse anche il doppio, fino ad arrivare ad una cifra drammatica vicina ai 30.000. Tutti questi giovani non hanno raggiunto la fama e la notorietà di pochi altri Caduti, decorati e onorati, ma vanno ricordati come tutti perché la storia d’Italia nella Grande Guerra fu scritta principalmente con il loro sacrifico. Assume dunque un particolare significato il gesto compiuto dal cappellano alpino, monsignor Sandro Capraro domenica 19 a Forcella Fontananegra, durante la Messa al cippo che ricorda la morte del generale Cantore, quando all’Elevazione, nel presentare il calice con il vino consacrato nel sangue di Cristo, anziché rivolgerlo ai fedeli, lo ha mostrato con un ampissimo e ieratico gesto alle rocce, alle pietraie, alle pareti dolomitiche circostanti.

    Tutto intorno un silenzio impressionate: un gesto semplice che ha colpito i sentimenti di tutti. Sacrosanto iniziare in questo modo una giornata poi dedicata al generale sampierdarenese Antonio Cantore, qui caduto al tramonto del 20 luglio 1915, mentre stava ispezionando il possibile campo di battaglia per un attacco da lui ideato. Su Cantore, sul suo spirito combattivo, la sua idea moderna dell’attacco, estranea da timori e titubanze dei suoi colleghi, sulla sua esuberanza nei comandi, è già stato scritto moltissimo. Sottolineiamo solo che tutto il suo operato militare, dai periodi di sperimentazione in pace fino all’applicazione sui campi di battaglia, prima in Africa e poi nei pochissimi 57 giorni di guerra cui partecipò, fu improntato con costante attenzione verso i soldati, i suoi uomini, al fine di ridurre il più possibile le inevitabili perdite in battaglia. Una dedizione dimostrata anche dalla sua presenza continua sulla prima linea di fuoco; ecco perché nacque ed è viva ancora oggi la leggenda del “Paradiso di Cantore”.

    Giancarlo Militello