ADAMELLO IERI… 90 anni fa: tormente e bagliori di buonumore

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    di Umberto Pelazza

    È paradossalmente, per dirla col tenente Bonaldi (più noto come ‘La Ecia’, befana, dal foulard sul quale calcava il cappello alpino), che l’ha vissuta e raccontata, ‘una guerra così cara, così pulita’. Per la prima volta gli alpini si trovano a tu per tu con la grande montagna, proprio nel momento in cui viene sferzata dagli ultimi colpi di coda della ‘Piccola Età Glaciale’: cime sopra i tremila, inverni di otto mesi, temperature sotto i 30º. Sullo sterminato acrocoro bianco dell’Adamello Presanella, attraversato dal confine italo austriaco, tra il ’15 e il ’18 opereranno fino a tremila persone.

    Gli avamposti avversari si protendevano verso la pianura lombarda: sull’elmetto dei Kaiserjäger spiccava un minaccioso ‘Nach Mailand’, verso Milano, rintuzzato dal ‘Di qui non si passa’ degli alpini. Il lungo e aspro conflitto, magistralmente rievocato da Luciano Viazzi, si svolgerà sullo scenario di una natura impietosa, che metterà a dura prova le doti di coraggio, tenacia e inventiva dei contendenti, non scevri da quell’istinto primordiale di autodifesa espresso dal gusto per la beffa e la canzonatura. All’inizio delle ostilità le avanguardie, risalite dalla Val d’Avio, si erano attestate nei pressi del rifugio Garibaldi, quota 2.451, non lontano dalla vedretta dei Venerocolo. Stesse armi e attrezzature della guerra di Libia: tende a quattro teli allacciati, una coperta a testa (due con l’arrivo dell’inverno), mantellina al ginocchio, scarponi che rimavano con cartoni, una corda per compagnia: assenti ramponi e piccozze.

    Le visite ispettive, condotte a quota autovettura, rimbalzavano sulla stampa magnificando ‘… indumenti di lana, comodi lettucci da campo… rancio caldo e appetitoso… sigari e sigarette, cioccolato… impianti di riscaldamento… . (Corriere della Sera, 23 settembre 1915). Muli e territoriali facevano spola nel fondovalle: saranno sostituiti da due teleferiche mentre intorno ai rifugio stava sorgendo una cittadella militare: cameroni, infermeria, magazzini e una galleria di oltre 5 km scavata nel ghiaccio e illuminata elettricamente. Di lì i portatori proseguivano verso i passi (ottanta di loro, già in elenco per la licenza natalizia, furono travolti da una valanga: si salvarono in cinque). Sulle linee di cresta, irte di denti, furono intagliati gradini, ancorati cavi, gettate passerelle e installate scale a pioli che raggiungevano baracche di legno e osservatori strapiombanti sul ghiacciaio, dai quali le vedette, col viso trasformato in una maschera di ghiaccio, venivano ritirate ogni venti minuti e liberate con fatica dal camicione bianco e dagli stivaloni irrigiditi dal gelo. Lavarsi era un lusso.

    Nei primi tempi si scendeva a turno in un ex convento di monache a Ponte di Legno, semideserta dopo un bombardamento, e si risaliva con stufette, coperte, pignatte, tavolame: i carabinieri chiudevano un occhio e due ne chiuse il buon Dio il giorno in cui presero il volo le corde del campanile, restituendo ai loro compiti naturali le cinghie dei pantaloni, specialmente quando, nonostante i santi invocati, tormente e valanghe ritardavano le corvees della sbobba (per farsi per donare gli smoccolatori si offriranno per la costruzione di una cappella presso il rifugio, che ospiterà anche un teatrino di burattini). Sulla poltiglia calda delle casse di cottura fioccavano le scommesse: era pasta o riso?

    La pulizia delle stoviglie era affidata a una ‘partita di giro’: il caffè del mattino asportava dalla gavetta le incrostazioni della sera prima; il brodo di mezzogiorno eliminava ogni residuo e il recipiente era pronto per la cena: riempito di neve, il mattino dopo avrebbe fornito un po’ d’acqua per strofinarsi il muso. La legna scarseggiava: pagnotte e formaggi, induriti dal gelo, venivano segati, burro e lardo tagliati con l’accetta. Il vino, ridotto a blocchi violacei, era distribuito a schegge: sminuzzate nella borraccia, fondevano lentamente durante la notte. Un fornitore civile, venuto meno ai termini del contratto che ne fissavano il fabbisogno pro capite, fu condannato dal pretore di Edolo, che stabilì con sentenza la capacità legale dello stomaco di un alpino in litri quattro: volumetria passata in giudicato.

    Le coperte brulicavano di pidocchi, maledettamente refrattari alle basse temperature e pendolari mattutini sui farsetti a maglia: più chiari e crociati di rosso quelli nazionali, scuri e a croce nera quelli austriaci: identica la mordacità. Apolidi i topi, inquilini abusivi delle casse di gallette, incuranti della scritta ‘Scorta intangibile’. La situazione andò poi migliorando, ma intanto si era consolidata quella capacità, tutta contadina e montanara, di non lascarsi dominare né dai disagi né dall’astio verso gli avversari, fra i quali molti cresciuti appena al di là di quelle cime. Si sparavano addosso perchè gli ordini erano quelli, ma era sufficiente una sosta un po’ prolungata per instaurare un rapporto diverso, combinando perfino scambi di pane, tabacco, vino, in attesa di ritornare amici a guerra finita (scuoteva la testa uno dei tanti contrabbandieri: ‘Sior tenente, se i fan la guera per slargar el confin, mi perdo el mestier ).

    I ‘tognitt’ offrivano a quattro alpini catturati bevande, sigarette e un paio di stivali. I nostri rispondevano con l’esca di un povero camoscio finito sulla neve sotto tiro incrociato, catturando due maldestri ‘recuperanti’ e invitandoli a una cena con piatto unico camoscio. E non rinunciavano alla canzonatura, anche azzardata, come la calata di braghe e relativa esposizione del posteriore da parte del camuno Caluffetti, ritto sulla cresta del Castellaccio, che gli austriaci applaudirono con una raffica, non si sa quanto mirata. A raffiche presero anche uno sciatore in discesa lungo un canalone, sbottando in imprecazioni quando si accorsero che si trattava di una sagoma di legno sistemata su due assicelle.

    Una tonda scatola da panettone, riempita di… prodotti organici personali e fatta scivolare lungo il pendio nevoso fino a una posizione di Schutzen, fu rapidamente aperta e rumorosamente ripagata a cannonate. Nella primavera del 1916 furono sperimentati gli asinelli da slitta, ma l’esito fu negativo: pur incappucciati e mantellati, diventavano facile preda di polmoniti; attraverso i paraocchi di mica vedevano tutto verde e continuavano a brucar neve come fosse erbetta. Furono sostituiti con successo da cani a pelo folto, perlopiù pastori tedeschi, impiegati a ‘troika’. Robusti e volenterosi, se vedevano qualche loro simile inoperoso abbaiavano indignati: non tolleravano gli imboscati.

    La razione viveri era analoga a quella della truppa: allineati immobili davanti alle ciotole, iniziavano il pasto soltanto al segnale di tromba. A fine ostilità saranno malamente ricompensati: fuggiti per fame dal centro di raccolta di Temù e ricercati dagli abitanti stremati dalle privazioni, per molti di loro ‘più che il dolor poté il digiuno’. L’esemplare ‘faunistico’ più celebre è però Ippopotamo, il cannone 149 G, pesante quasi sei tonnellate. Trainato a fune da 60 artiglieri e 200 alpini, mosse dalla Val d’Avio il 9 febbraio 1916; alle prime nevi affusto e bocca da fuoco passarono su due slittoni, preceduti da 30 genieri su racchette, mentre due robusti frenatori, muniti di aste di ferro, ne impedivano lo scivolamento all’indietro.

    Il movimento avveniva di notte: di giorno il pezzo veniva ricoperto di neve e frasche e le tracce erano cancellate con rami di abete. La lentezza era esasperante, ma la marcia subì un’improvvisa accelerazione il giorno in cui prese la testa del convoglio l’osteria su pattini’, una slitta con barilotto di marsala o acquavite, che diventava… operativa al raggiungimento di punti prestabiliti. A fine aprile Ippopotamo prese posizione sul passo del Venerocolo e per un anno fornì fuoco d’appoggio. Attraversò quindi Pian della Neve e raggiunse, a quota 3.276, la postazione di Cresta Croce, dove si trova tuttora.

    Alle 4,30 del 15 giugno 1917 il suo primo boato si ripercosse su tutte le cime: gli fecero eco altri 42 pezzi e all’alba la vetta del Corno di Cavento, obiettivo dell’attacco italiano, fumava come un vulcano. Gli austriaci avevano nel frattempo trascinato sul Mandrone il loro corpulento obice ‘Giorgio’, destinato però a vita breve: dopo una dozzina di colpi fu individuato e messo fuori uso da 7 km.

    Estate 1964. Da mezzo secolo i ghiacciai alpini sono in fase di ritiro: durante la discesa da Col Croce alcuni escursionisti, guidati dal bergamasco Erminio Peloni, capogruppo ANA di Lovere, intravedono, diafani nella tomba di ghiaccio che li ha conservati intatti, i corpi di cinque alpini. Son privi di piastrina di riconoscimento, come il loro coetaneo che riposa nel Vittoriano di Roma: cinque Militi Ignoti, in uno dei tanti silenziosi Altari della Patria che costellano le nostre Alpi.

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