Accogliere con dignità e legalità

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    Gentilissimo direttore, non condivido le precisazioni da lei fornite alla lettera di Giuseppe Jovino (L’Alpino di gennaio 2015). La speranza di una vita migliore che anima i migranti (sia essa originata dalla fame, dalla paura della guerra, o da qualsiasi altro disagio patito nei paesi d’origine) non può essere fermata in alcun modo, non fosse altro che per l’altissimo numero di individui coinvolti, centinaia di migliaia di persone a meno che, consapevolmente, non accettiamo l’idea e la responsabilità del genocidio come “soluzione finale”.

    Possiamo solo scegliere fra l’accogliere tutti “sempre e comunque” e la responsabilità di perpetuare le pene di quei migranti che riusciamo a rimandare indietro e delle morti che ciò provoca. Possiamo scegliere tra il favorire tali migrazioni fornendo tutto l’aiuto possibile in modo che nessuno sia costretto a mettere a repentaglio la propria vita, e l’indifferenza, con la consapevolezza che, in quest’ultimo caso, potremmo come popolo esserne chiamati a rispondere in un futuro più o meno prossimo (mi pare di ricordare che una cosetta analoga sia già accaduta una settantina di anni fa, anche se ce lo siamo dimenticati: italiani, brava gente).

    La nostra identità culturale non ha bisogno di essere difesa, o meglio non può essere difesa: non c’è niente da difendere. All’identità culturale concorrono tutte le esperienze e tutte le conoscenze passate e presenti di tutto un popolo, è un concetto non statico, ma in continua evoluzione: non siamo più i latini del 1000 a.c., né i romani d’epoca imperiale, né il popolo delle signorie, né quello del Risorgimento, siamo (lo rivendico con orgoglio) anche quei popoli del passato, pur essendo oggi (e lo rivendico con altrettanto e maggiore orgoglio) un popolo assolutamente diverso da loro. Di ciò bisogna essere consapevoli.

    Non è da confondere l’identità culturale di un popolo con il suo bagaglio culturale, la cui perdita non dipende da chi arriva, ma dal popolo stesso che lo perde: non dipende dai migranti che arrivano, il suicidio culturale in atto in Italia! A questo si lega lo “scandalo” creato da presepi e crocifissi; non di abdicazione culturale si tratta o di “tirate” sulla laicità dello Stato: roba più da compatire, che da riprovare. Le preoccupazioni e i timori generati dalla presenza dei migranti sul nostro territorio e che si esprimono attraverso frasi fatte ed analisi sommarie, sempre più spesso attingono al retaggio e alla irrazionalità di quella “malattia” che è la xenofobia!

    Il passo dalla xenofobia al razzismo non è molto lungo, soprattutto laddove, in maniera più o meno strumentale, ci sia la richiesta, o peggio l’offerta politica (questa sì assolutamente strumentale), di risposte “banali”, ma “rassicuranti”, tendenti alla istituzionalizzazione della xenofobia. La parabola, purtroppo tutt’altro che conclusasi, del nazismo lo dimostra; prendo a prestito (forzandole un poco) le parole di Hanna Arendt: “La banalità del male”.

    Pierluigi Di Luca – gruppo di Bellante, sezione Abruzzi

    Caro Pierluigi, innanzitutto ti chiedo scusa se ho dovuto tagliare la tua bellissima riflessione. Il fatto è che la sua pubblicazione integrale avrebbe richiesto tre pagine del giornale. Ti dico subito che condivido in toto quanto tu sostieni, soprattutto là dove tu dici che noi non possiamo permetterci di perpetuare le pene dei migranti. Nella mia risposta, essenziale come dovrebbe essere la corrispondenza su un giornale, mi limitavo a dire che l’accoglienza domanda di riconoscere la dignità di chi arriva e garantire, nello stesso tempo, la legalità.

    Legalità che non riguarda soltanto chi arriva, ma anche chi vive sul territorio e non di rado specula su queste emergenze, per interessi personali. Dire però che bisogna riconoscere a chi viene un minimo di dignità, non significa ributtarli in mare o rispedirli a casa, ma ripartire gli oneri dell’accoglienza tra i vari Paesi europei, evitando che sia solo l’Italia a portarne il peso. Come vedi, in toni diversi, forse dicevamo la stessa cosa.