Combattimento invernale

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    Le Truppe Alpine assolvono i loro compiti in luoghi ad altri preclusi, perché segnatamente pericolosi e inospitali. La leggendaria specificità degli alpini, sostiene lo storico alpino Marco Mondini, risiede nella loro stretta parentela con le genti di montagna, le uniche a possedere l’abilità, il coraggio e la determinazione per dominare il freddo, la fame e la vertigine.

    Le temperature glaciali, l’eccezionale innevamento e la recrudescente pandemia non hanno dunque impedito alla brigata alpina Julia di completare gli annuali corsi di alpinismo, scialpinismo e war fighting in quota. Per dodici intense settimane, le montagne del Comelico e dell’Alta Pusteria sono state una palestra di vita nella quale settanta allievi e quaranta specialisti della Brigata e del Centro Addestramento Alpino, agli ordini del tenente colonnello Antonio Scarano, si sono cimentati in un percorso altamente selettivo, nel quale mente e corpo sono stati messi a dura prova.

    Motivazione, tenacia, orgoglio e resilienza sono le principali qualità che hanno permesso ai ragazzi della Julia di superare questa sfida e apprendere le basi del mestiere delle armi nel regno dei ghiacci e della vertigine. Per comprendere la reale portata di questo peculiare addestramento militare ci soffermiamo su tre aspetti salienti: l’ambiente, il movimento, la verticalità fanno da sfondo alle testimonianze di alcuni alpini in addestramento, restituendo un’immagine vivida di un’atti- vità faticosa ma entusiasmante.

    La permanenza continuativa in ambiente artico – Gettando uno sguardo alla storia, anche la più recente, emerge chiaramente come ghiaccio, neve, pareti scoscese e quote elevate non abbiano impedito scontri armati nei quali, è importante sottolinearlo, la chiave di successo sovente è stata la componente umana piuttosto che quella squisitamente tecnologica. Il maresciallo Paolo Alba, trentasettenne romano con quindici anni di esperienza nell’addestramento in montagna, è uno degli istruttori del 5° reggimento ai quali è stato affidato il compito di insegnare ai giovani alpini come sopravvivere per più giorni a 2.000 metri di quota, con tre metri di neve e picchi di temperatura che hanno raggiunto anche i -24 gradi.

    «Al termine di una marcia di diverse ore, con zaini di trenta o quaranta chili sulle spalle – spiega Alba – occorre vincere l’istinto di rilassarsi e darsi da fare per costruire il riparo notturno». La caverna di neve, la truna o la tana di volpe sono ricoveri capaci di ospitare da uno a quattro militari. La scelta dipende da diversi fattori quali il tempo e le energie a disposizione, il tipo di innevamento e le attrezzature disponibili. L’obiettivo è scongiurare il congelamento e sopravvivere alle sferzate di vento gelido. Teli tenda, rami, gli sci e la stessa neve servono per realizzare un tetto di fortuna. «Molti dei ragazzi – continua il maresciallo – sono alla prima esperienza. La fatica e il freddo attutiscono i riflessi; spetta a noi istruttori controllare che nessuno si arrenda. Lottare contro gli elementi accresce lo spirito di Corpo e il sostegno dei commilitoni è una componente essenziale per superare inevitabili momenti di crisi».

    Gli specialisti insegnano ai giovani alpini come posizionare la candela nella truna per “riscaldare” l’ambiente a 0 gradi, evitare che le gocce d’acqua la spengano e che, cadendo accidentalmente, possa incendiare il sacco a pelo. «Tre giorni senza il cellulare accrescono nei ragazzi il desiderio di familiarizzare e conversare. Alle immagini del telefonino subentrano le suggestioni di un branco di cervi che avanza nella foresta, del cielo stellato che sovrasta le cime innevate, dei rumori della notte». Per quanto riguarda l’equipaggiamento la tecnologia ha fatto passi da gigante: calzature performanti, tessuti traspiranti, abbigliamento leggerissimo e confortevole.

    L’esperienza resta tuttavia un fattore determinante e, aggiunge il maresciallo Alba «un paio di moffole tradizionali in lana cotta che mantengono il calore anche se umide possono fare la differenza». Altro aspetto interessante è quello dell’alimentazione. L’alcol è proscritto: l’effetto della vasodilatazione, apparentemente benefico, comporta in realtà un pericolosissimo dispendio di calore. Servono alimenti leggeri, ma altamente energetici. Qualcuno ricorre a innovativi pasti liofilizzati, altri si confezionano singoli involucri con dado sbriciolato e pastina all’uovo, da aggiungere all’acqua bollente e cuocere un paio di minuti. Altrettanto importanti i cosiddetti comfort food come cioccolato e caramelle gommose, utili a sostenere il corpo e lo spirito. È indispensabile studiare il terreno per individuare sorgenti e ruscelli provvidenziali per limitare il peso delle borracce. La bassa temperatura inibisce la sete aumentando il rischio di disidratazione: in caso d’emer- genza si può allora ricorrere alla neve sciolta e integrata con sali minerali; inoltre è sempre utile avere al seguito té o tisane per rifocillarsi. Suscita infine curiosità il capitolo dei bisogni… più impellenti: «In ogni area destinata a bivacco si realizza una latrina comune che viene ricoperta di neve prima di spostarsi. Nel cuore della notte, per non abbandonare il tepore del sacco a pelo, qualcuno tiene a portata di mano una bottiglia di plastica con l’imboccatura larga».

    Anche in questo caso, come per i contenitori del cibo, nulla viene abbandonato sul terreno. Tatticamente serve a limitare la possibilità di essere individuati dall’avversario. Inoltre è un fondamentale segno di rispetto per lo straordinario ambiente naturale nel quale gli alpini hanno il privilegio di addestrarsi.

    Il movimento su neve e ghiaccio – Durante il corso di war fighting i settanta allievi hanno avuto modo di perfezionare le singole abilità di movimento in ambiente artico. Marco Mosele, 1° caporal maggiore, venticinquenne originario di Roana, sull’Altopiano di Asiago, in servizio al 2° reggimento Genio guastatori alpino e con un passato di atleta di sci di fondo ha partecipato all’addestramento insieme a commilitoni più giovani. Istruttore militare scelto di sci alpino, scialpinismo e alpinismo, Mosele ha subito tratteggiato le differenze fra una performance sportiva e l’addestramento militare: «L’atleta dopo un’impresa anche molto impegnativa ha l’opportunità di riposare e nutrirsi al meglio. Per noi militari lo sforzo è meno dirompente, ma più protratto nel tempo; alla fatica si aggiungono i disagi derivanti da un’alimentazione frugale, da notti trascorse dormendo poco e male sotto un tetto di neve o al riparo di un larice».

    Agli equipaggiamenti militari, non sempre confortevoli, occorre abituarsi. «Penso al visore notturno, uno strumento con cui è necessario prendere confidenza. È piuttosto stancante osservare per ore l’ambiente attraverso delle ottiche che limitano il campo visivo e rendono difficoltosa la stima delle distanze». Durante il corso i ragazzi della Julia si sono cimentati in attività continua- tive notturne nelle quali, nello stesso percorso, si è reso necessario cambiare anche ripetutamente l’assetto di marcia: sci e pelli di foca negli spazi più aperti, racchette per i tratti boscosi e compartimentati, ramponi e piccozza per superare forti pendenze con fondo ghiacciato. Quando il terreno lo consentiva sono stati effettuati spostamenti di squadra con gli sci indossati, al traino della motoslitta o del “Bv206”, il veicolo cingolato all terrain in dotazione alle Truppe Alpine. «Occorre immaginare l’impegno richiesto in una attività – aggiunge il 1° caporal maggiore Mosele – nella quale si indossa uno zaino pesante alcune decine di chili, il combat jacket, l’elmetto e il visore notturno; con l’arma, le attrezzature alpinistiche, gli sci, le racchette e i ramponi sempre a portata di mano. Un susseguirsi continuo e snervante di soste e spostamenti, concepiti per non disperdersi, per evitare di essere individuati e tentare di sorprendere l’avversario.

    A volte è un vero incubo: vorresti prendere fiato e devi proseguire, vorresti muoverti per scrollarti di dosso un po’ di freddo e devi restare immobile nella neve». A complicare le cose anche la pandemia da Covid-19: impossibile suddividersi gli equipaggiamenti per alleggerire il carico, vietato utilizzare gavette e borracce dei colleghi, obbligatorio indossare la mascherina e restare il più possibile distanziati. Orgoglioso delle proprie origini venete, Mosele riconosce che anche i militari provenienti dalle regioni meridionali hanno superato brillantemente il corso colmando con la motivazione le lacune dovute alla minore esperienza di montagna. «Il corso di war fighting è un’esperienza indimenticabile – conclude il 1° caporal maggiore – resta impressa nella mente la soddisfazione di esercitarsi in poligono con gli sci ai piedi, di partecipare a un’inserzione alle quattro del mattino con il “Bv” ed essere esfiltrati un paio d’ore dopo con l’elicottero. Difficile anche scordare il freddo incessante e rabbioso, una morsa che ti aggredisce i piedi fin dal primo giorno e li tormenta fino a quando fai fatica a sentirli».

    Il superamento di un ostacolo verticale – «Immaginiamoci, dopo una regolare progressione sulla neve, di trovarci di fronte a una parete verticale, a un torrente impetuoso, a una cengia esposta e con il fondo ghiacciato. Superare questo tipo di ostacoli, indossando armamento ed equipaggiamento è uno degli obiettivi del corso». Il sergente maggiore Matteo Tavian, 34 anni, di Vittorio Veneto è un veterano delle unità alpine esploranti, gli “alpieri”. I materiali utilizzati sono generalmente corda, longe, maniglie tipo Jumar e moschettoni. «Non un granché in termini di ingombro – spiega Tavian – comunque ulteriori oggetti da mettere in uno zaino che pesa sempre troppo». Chi frequenta il corso di war fighting in montagna ha alle spalle i basici di arrampicata e sci, dunque padroneggia le basilari tecniche di sci e alpinismo. La differenza, o come puntualizza Tavian, la vera soddisfazione è sciare, ciaspolare, scendere in doppia o arrampicare con tutto l’equipaggiamento militare indossato.

    «È evidente, negli occhi di chi ci riesce, la soddisfazione e l’orgoglio di essere diventati finalmente alpini». Anche il sergente maggiore vittoriese parla più volte del freddo sofferto nelle interminabili notti trascorse nei boschi del Comelico. Il freddo e la fatica si sopportano grazie agli equipaggiamenti di ultima generazione, all’esperienza, ma soprattutto alla forza di volontà che sprona tutti, specie i più giovani, a non mollare. Alla domanda su quale sia stata la sua più grande emozione durante il corso, Tavian replica dicendo di essere meno romantico di chi si è impressionato dinanzi alla grandiosità della natura. «Mi sono emozionato guardando gruppi di trenta alpini muoversi simultaneamente e silenziosamente sulla neve, in una notte sferzata da raffiche di vento freddissimo, in un ambiente proibitivo sotto tutti i punti vista. Ciò nonostante la perfetta disciplina del movimento tattico, delle luci e dei rumori dimostravano che tutti erano perfettamente consci del compito da assolvere».

    Dietro le parole del sottufficiale l’orgoglio di aver completato un iter di addestramento non alla portata di chiunque ma, soprattutto, la consapevolezza di aver contribuito alla formazione di giovani soldati pronti a sopportare sacrifici e privazioni pur di compiere il proprio dovere.

    ten. col. Marcello Marzani