Zona franca

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    Rubrica aperta ai lettori.

    In difesa del Tricolore

    Non bastava che avessero derubricato il reato della bestemmia in una semplice multa o ammenda; adesso se la sono presa anche con il nostro Tricolore. Ricordate quella signora che al poggio di casa, con grande spirito e molto coraggio, espose il Tricolore, alla faccia di coloro i quali, secondo un’espressione di un politico, l’avrebbero usata al posto della carta igienica?Era un gesto, quello della signora, che forse è stato interpretato come una sfida di chi aveva quel drappo nel cuore, dimenticando che sotto quel simbolo sono andati all’assalto i nostri soldati sulle impervie rupi albanesi, in Grecia, nella campagna jugoslava, fra i ghiacci e le steppe della Russia infinita. Ho letto con commozione l’editoriale de L’Alpino intitolato I calabroni e gli alpini e in particolare il passo che dice la depenalizzazione del vilipendio alla Bandiera, un’offesa al simbolo più alto della Patria, ridotto ad una sorta di infrazione stradale, senza neppure una riduzione dei punti sulla patente . Per noi alpini, fra le tante iniziative che ci mortificano nel profondo del cuore, quella trovata della depenalizzazione del vilipendio al Tricolore è senza dubbio un motivo in più per onorare, col Labaro, la Patria, i nostri morti, i Caduti, quanti sono andati avanti sui campi di battaglia. E per chi scrive permettetemelo una volta che per non tradire la Patria me ne sono andato, come i 350mila esuli dalle terre perdute , quel simbolo è particolarmente caro nel ricordo di quando, lasciata la mia città e l’Istria nobilissima, ho portato quel drappo verde, bianco e rosso nascosto nelle scarpe, proprio per non abbandonarlo a coloro che avevano occupato la nostra terra. Capirete, perciò, che oggi, con quel provvedimento, c’è il rischio di beffare la Bandiera in una Italia nella quale avevo ed ho profondamente creduto. Una Patria dove almeno posso vantare l’orgoglio di calcare il cappello alpino con cui salutare ancora e sempre il Tricolore.

    Mario Grabar

    L’educazione morale e civile

    Si è già detto molto e scritto tanto a riguardo dell’omicidio dell’ispettore capo della Polizia di Stato Filippo Raciti, caduto per mano di persone che col mondo del calcio e dello sport in generale hanno poco a che spartire. So che può sembrare fuori luogo parlare di questo sul nostro mensile, ma non si può fare finta che non sia successo nulla. Anch’io, sono un appassionato sportivo e ne scrivo sul nostro quotidiano lodigiano. Ciò che più mi ha fatto rabbrividire, dopo le scene di guerriglia urbana scatenatasi a Catania, è che a commettere questo omicidio sia stato un minorenne, figlio di questa società dove ad imperare è il vuoto esistenziale che ha preso il sopravvento sulle generazioni che stanno crescendo. Sembra che sia sparita la cultura del rispetto: tra ragazzi e ragazzi, tra adulti e adulti, per i Caduti, per i simboli che rappresentano la nostra Patria. La cultura che ho acquisito grazie al servizio militare obbligatorio che ho svolto col cappello alpino quando avevo 18 anni. Si dice spessissimo che il servizio militare era ed è ancora tutt’oggi una scuola di vita, dove ci si aiuta l’un con l’altro per il bene comune. Ebbene, a 13 anni dal congedo e dal rientro nella vita civile posso affermare che l’educazione che mi hanno dato i miei genitori fino al giorno della mia partenza per il militare poi l’anno trascorso in grigioverde, quando disciplina, rispetto e senso del dovere erano all’ordine del giorno, mi hanno aiutato a non cadere in strane tentazioni al mio rientro nella società. L’Ispettore capo Filippo Raciti è stato definito da sua moglie Marisa un educatore alla vita . Era per il senso del dovere che sentiva dentro di sé che si dava da fare per tutto e per tutti. Le ignobili scritte subito apparse nei giorni successivi sui muri di varie città a favore di questo orribile fatto, una su tutte la stupida scritta A.C.A.B. (acronimo che sta a significare All Cops Are Bastards: tutti i poliziotti sono bastardi) stanno a dimostrare l’ignoranza che regna ancora in certa gente nei confronti di chi tutti i giorni rischia la propria vita per il bene del prossimo, sia che queste persone siano dei civili sia che indossino una divisa, che si trovino nella pacifica Italia o nei pericolosi Iraq ed Afghanistan.

    Dario Bignami Lodi