Visti da vicino: cronaca semiseria di personaggi storici sui passi alpini

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    Se i nostri colli potessero parlare.

    di Umberto Pelazza

     

    In aperta dissonanza col preludio al festante coro delle grandi Alpi, c’ da scommettere che sul colle di Cadibona lo sguardo corrucciato del ventisettenne Bonaparte non fosse tanto foriero di minaccia per il nemico che in quella primavera del 1796 l’attendeva sul versante piemontese, quanto l’espressione di malumore verso le trombe di guerra che avevano bruscamente interrotto la sua luna di miele con Giuseppina, la bruna creola che nel frattempo si consolava immergendosi nella vita mondana di Parigi. Soltanto il passaggio di una colonna di muli lo distolse per qualche istante dai suoi pensieri: trasportavano materiale ferroso dell’isola d’Elba (la piccola Elba, non lontana dalla Corsica natia: l’avrebbe rivista un giorno?). Osserv con quanta maestria erano guidati e li vedeva gi con i cannoni al traino: quei conducenti ci sapevano fare, li avrebbe arruolati volentieri.
    Gli torneranno in mente qualche anno dopo, sul mulo che s’inerpicava verso il Gran San Bernardo, subito sostituiti dall’immagine del bianco destriero impennato, sul quale pensava di farsi ritrarre da David, stornando l’attenzione dalla sua modesta statura. Parigi valeva bene un innocente falso storico antropometrico!
    Se i nostri colli potessero parlaree restituirci insieme immagini ormai divorate dal tempo, forse le carte ingiallite dei nostri archivi acquisterebbero un sapore diverso e personaggi seriosi, spogliati delle loro vesti tradizionali, ci diventerebbero magari simpatici.
    Consistite, tempus mingendi est!, avr detto, sporgendosi dalla lettiga, il grande Cesare di passaggio sul Monginevro o Moncenisio che fosse.
    Alt, devo fare pip. E rivolto al giovane dal viso torvo che lo seguiva a piedi: Tu quoque, Brute?, anche tu, Bruto?, facendolo sussultare.
    E mentre i lettighieri parcheggiavano, correggeva la posizione, dopo aver saggiato, col dito insalivato, la direzione del vento.

     

     

     

    Sui colli, aperti e arrotondati dai ghiacci per oltre un milione di anni, pastori e cacciatori avevano intessuto i primi rapporti intertribali: alterchi sui diritti di passaggio e sulla propriet del bestiame smarrito, contestazioni sui prodotti lattiero caseari, quasi sempre scaduti, spedizioni notturne per prelevare femmine, consenzienti o non, stazionamento di predoni, precursori delle dogane, fino alle vere e proprie scorrerie per quel cronico prurito di rompere le scatole ai diversi dell’altra parte. I posteri li definiranno fecondi incontri di culture.
    Rischiava forte chi passava senza scorta, come il fabbro elvetico Elicone, entrato di straforo nella grande storia. Emigrato pentito, da Roma rientra in patria carico di souvenir mangerecci: reste di fichi secchi, un cesto d’uva, campioni di vino e olio, riservati ai capi trib che assaggiano deliziati, si leccano i baffi, ripetono l’assaggio e fan suonare l’adunata. Le orde celtiche varcano le Alpi e dilagano nel paese di bengodi: sono gli apripista di Annibale.
    Il Piccolo San Bernardo si sente chiamato in causa: No, non stato lui a piantarmi in groppa tutti quei massi a cerchio: c’erano gi tremila anni fa, al tempo dei Druidi. Lo dice anche il coro della Norma: Ite o druidi al colle. Loro andavano, tagliavano il vischio e sacrificavano al terribile Irminsui, mentre una Callas in bianca veste cantava Casta Diva.
    Elefanti?Mai visti da queste parti!. Le Alpi, come donne perbene, non si sbottonano. E di pachidermi non si parla pi per un migliaio d’anni, fino a quando, dopo essere sbarcato a Portovenere, un magnifico esemplare africano, di nome Abdul Abbas, risale la via dei pellegrini e nell’802 compie la prima assoluta di categoria al Gran San Bernardo. Da Bagdad, quando ancora i rapporti con gli occidentali non si erano guastati, l’aveva commissionato per l’amico Carlo Magno il Rais Haroun al Rashid, che, col pensiero rivolto alla bella Shahrazad, preferiva essere chiamato il Califfo delle Mille e una notte.
    Due secoli dopo la geopolitica mutata: l’imperatore tedesco Enrico IV, diretto a Canossa per chiedere a papa Gregorio VII la revoca della scomunica, costretto ad aggirare le Alpi e a ripiegare sul Moncenisio.
    Era il gennaio del 1077: a batter pista aveva provveduto una mandria di buoi con
    zoccoli fasciati e pesanti tronchi d’albero al traino; meno fortunati quelli scuoiati per confezionare teloslitte, nelle quali, imballate per bene, l’imperatrice Berta e le sue dame furono fatte scivolare lungo il pendio (erano appunto i tempi in cuiBerta filava). Moncenisio e Piccolo San Bernardo, poco pi che carrarecce, erano sotto il controllo dei Savoia: lungo il percorso i castellani dovevano fornire bestie da soma e vettovaglie (un appaltatore pag una multa salata per aver servito una … troppo tenera carne di vitello qui mortuus erat in ventre matris suae, morto prima di nascere).
    Le dame di corte facevano salotto mobile su carrette trainate da cavalli o da muli, bene imbottite contro gli scossoni, oppure salivano su portantine che, in
    caso di neve, erano sostituite dalle ramasse, slitte a sedia bassa: i conducenti si lanciavano allora in spericolate esibizioni lungo le discese, mentre le passeggere squittivano come tante gallinelle. In coda viaggiavano i doni di scambio con altre famiglie principesche, uno zoo ambulante che richiamava ai bordi della strada pastori e contadini dagli occhi sgranati su orsi, leoni, leopardi in gabbia.
    Nella brutta stagione i felini indossavano giacconi foderati di pelliccia. Chiss come li avranno convinti a infilarseli!’ Come quel leone inviato da Barnab Visconti ad Amedeo VI attraverso il Monginevro. I leoni si somiglian tutti, pens il duca: dopo un lifting intensivo lo ricicl e lo risped a Milano, ma per via Moncenisio, come dono di nozze per Violante Visconti che si sposava col principe Lionello d’Inghilterra (precedente non recepito dalle orecchie paraboliche di un principe Carlo che, pur amico dell’Italia, ha preferito un prodotto pi stagionato made in England).
    Se il viaggiatore illustre i due colli se lo contendono. Il Cristo della Sindone, sfuggito per miracolo (e come, se no) a un incendio nella capitale Chambery (d’accordo per la croce, ma il rogo proprio non ci voleva!), ottenne il trasferimento nel pi protetto Duomo di Torino. Quando si dice la scalogna….
    Il Piccolo San Bernardo vanta il primo storico incontro fra i tartufi di Alba, inviati ai Savoia dai piemontesi principi di Acaia, e il formaggio vaccherino della Tarantasia (gi noto in epoca romana come vatusicus: Antonino Pio, oriundo gallico, ne era stato talmente ghiotto da morire d’indigestione). Fra i due votati al sacrificio pass un saluto rassegnato: Ci ritroveremo nella fonduta ai tartufi.

     

     

     

    Sul Moncenisio monopolizzavano scorta e trasporti i marroni: gente fiera, robusta, intrattabile; non soffrono il freddo e dormono sulla neve, che ha per loro il calore della lana. Ai piedi portavano grappette, che certi viaggiatori prudenti si applicavano anche alle mani; assicelle di legno fungevano da racchette. Dopo il 1600 comparvero i primi occhiali colorati. A volte dovevano caricarsi i passeggeri sulle spalle e allora il prezzo aumentava: un tipo mingherlino se la cavava affittandone tre, mentre un grosso inglese, data la frequenza dei cambi, dovette impegnarne dodici. Ragione di stupore per chi giungeva la sera sul versante italiano erano le lucciole, sconosciute oltralpe e definite mosche luminose e anche polvere di stelle.
    Durante l’inverno i marroni provvedevano a rastrellare le vittime del freddo e delle valanghe: se avevano addosso croci o rosari trovavano deposito provvisorio nella cappella del colle: chi era sprovvisto di lasciapassare finiva preda degli avvoltoi. Come i Valdesi delle valli piemontesi, costretti nel 1686 a espatriare nella Svizzera calvini
    sta a causa delle persecuzioni religiose: sorpresi dalla tormenta, decimati dalle privazioni, assaliti dai predoni, persero la vita in duecento.
    Due anni dopo i novecento irriducibili che tentarono il Glorioso Ritorno furono ridotti a seicento dopo gli scontri con i franco piemontesi che avevano sbarrato ogni valico (nel secondo conflitto mondiale un valdese illustre, il generale degli alpini Giulio Martinat, cadr a Nikolajewka e sar decorato di Medaglia d’Oro al V.M.).
    Alla chiusura del XIX secolo un Moncenisio solitario assiste a uno spettacolo insolito: il collaudo dei primi sci giunti in Italia per iniziativa personale del tenente dei bersaglieri Ernesto De Rossi, che precede di poco i tentativi del pari grado artigliere alpino Luciano Roiti. Il primo concorso per sciatori militari ha luogo nel 1907 sul vicino Monginevro, destando sorpresa e interesse fra i valligiani. Anche loro avevano un apprendista sciatore, ma tutti lo ritenevano un po’ matto.