VARESE La commemorazione di Nikolajewka celebrata al Santuario del Sacro Monte

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    Il ritrovo per la commemorazione della battaglia di Nikolajewka è fissato alle 19,30 all’arco della prima Cappella del Sacro Monte di Varese. Sul piccolo piazzale confluiscono alpini e autorità e quando sono arrivati tutti, il presidente Bertolasi recita la struggente preghiera trovata addosso all’Alpino Pietro Torresan, caduto in un assalto alle trincee nemiche. È uno scritto che commuove profondamente.

    È la riflessione di un Alpino della Julia, Battaglione Tolmezzo, che, non credente, in attesa dell’ordine di attacco, si trova a guardare il cielo stellato e vi scopre Dio in tutta la Sua grandezza. Questa scoperta gli dona una tale pace interiore e serenità che per la prima volta nella sua vita prega e, quando arriva il segnale, va all’attacco senza più paura: si sente tenuto per mano da Dio. Dopo questa preghiera si inizia la salita verso il Santuario recitando il Rosario guidati dal cappellano della Sezione don Berlusconi. Il terreno, nonostante la nevicata recente non è scivoloso e si sale bene per cui nel tempo del Rosario si arriva.

    La chiesa è, come ogni anno, gremita all’inverosimile. Prendono posto le autorità: il prefetto di Varese Roberto Aragno, il rappresentante del Sindaco, il generale Petti, nuovo comandante della Scuola Militare di Aosta, il generale Vecchio segretario nazionale A.N.A., il generale Di Dato che fino a poco tempo fa e per lunghi anni è stato direttore de L’Alpino, il consigliere nazionale Silvio Botter, il colonnello Ciorra comandante il deposito dell’Aeronautica Militare di Gallarate, rappresentanti della protezione Civile, delle Crocerossine, di varie Associazioni d’Arma, i Vessilli delle Sezioni di Como, Luino e Varese con i presidenti e i consiglieri, il Coro Monterosa che ha accompagnato la Messa, un bel numero di Gagliardetti e tanti alpini e tanta gente. È toccato al giornalista alpino Bruno Pizzul commemorare Nikolajewka.

    Ed è stata una rievocazione commovente. Una ricostruzione drammatica storica per dimostrare come con quali armamenti, mezzi, equipaggiamenti e preparazione sono state mandate in guerra le nostre divisioni, l’offensiva russa, le pagine di eroismo pari a quelle di grande umanità scritte col sangue dai nostri alpini, il senso del dovere, il pensiero di casa.

    E il senso del dovere e dei valori di riferimento, oggi così scaduti. Ma ha concluso Pizzul essere alpini significa anche cercare di interpretare il nostro vissuto quotidiano tenendo presente il loro esempio e pensando al contributo che possiamo portare affinché il mondo diventi migliore . Uscendo dal santuario, torna a mente la preghiera dell’Alpino Torresan, e di quegli alpini che sono stati il motivo della comemorazione. Anche questa sera c’è un bel cielo stellato. Solo che nessuno deve più uscire dalla trincea per andare all’attacco, nè sparare ad alcuno.

    Torniamo tutti a casa. In comune abbiamo solo il Cappello Alpino che portiamo con l’orgoglio di essere i loro successori e di ricordarli perché se non li ricordiamo noi i loro sacrifici sarebbero dimenticati.

    Nicola Margotti