Una storia semplice

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    La storia degli alpini è una storia di uomini. Uomini comuni, ragazzi della montagna, delle valli, ma anche ragazzi di città. Rinaldo Colombo era un ragazzo, nato in Brianza, il 4 febbraio del 1899. Uno dei tanti “Ragazzi del ’99”. Cresciuto a ridosso della Grande Milano dei primi del secolo scorso, fece quello che fecero moltissimi suoi coetanei. Partì per il fronte a soli 17 anni, nel 1916, incorporato nel suo bel reggimento alpino, e spedito subito in prima linea. Così passò la sua primissima giovinezza: nelle trincee, insieme a tanti altri ragazzi come lui, con un cappello alpino in testa, di fronte al fuoco nemico. La vita di trincea fu dura col giovane Rinaldo, ma come tutti i ragazzi anche lui era curioso, e le notti di attesa, nel buco lungo e stretto, gli fecero alzare spesso gli occhi in su. E a guardare il cielo, nelle notti in trincea, con un buio che solo una guerra di posizione sapeva provocare, si appassionò all’astronomia e non smise mai più di studiare le stelle. La guerra tuttavia lo obbligò a tenere i piedi ben saldi in terra e in poco tempo, il ragazzo si trovò per forza uomo. E come molti uomini vicino a lui venne ferito in uno dei tanti, normali e tragici, scambi di raffiche tra le trincee nemiche. E fu ferito gravemente. Ma lo rimisero in piedi e lui restò insieme ai suoi compagni, in trincea. Certo non era in condizioni di correre all’assalto e dovette adeguarsi a servire la Patria da ferito, ma non si arrese, e diventò a soli diciotto anni il cuoco del suo amato Reggimento. Cuoco, astronomo e studioso del sapere, sotto qualunque forma. Rinaldo arrivò così, tra fuochi da campo, scoppi di granate e notti a scrutare le costellazioni celesti, fino alla fine della guerra, in quel 1919 oggi ricordato da tutti. Tornò a casa ma le ferite riportate al fronte lo segneranno a lungo: le vie respiratorie sono state compromesse, tuttavia Rinaldo si sposò, ebbe dei figli, a cui non potè fare a meno di trasmettere l’amore per la sua Patria, e per “il sapere”, il conoscere. Pur continuando a fare il suo lavoro di falegname, senza rinunciare alla abituale lettura di due quotidiani al giorno. Le conseguenze delle ferite di guerra lo portarono ad abbandonare presto i suoi cari, forse troppo presto per poter conoscere e apprezzare i suoi nipoti. Ma i suoi figli hanno trasmesso diligentemente ai loro figli questo amore, questa coscienza civile semplice ma non banale di un uomo, forse “normale”, ma che nelle trincee di quella terribile guerra, affrontata da ragazzo poco più che adolescente, aveva imparato ad amare, a servire, a ubbidire (era un alpino) e a studiare. Un Uomo, un Alpino come tanti, che oggi conta, a Milano, sette nipoti laureati in sette diverse materie, dalla Biologia alle Lettere, dall’Ingegneria alla Medicina, e poi Informatica, Giurisprudenza e Matematica. Sette nipoti di un grande (anche se apparentemente semplice) alpino, che ci saranno il 12 maggio all’Adunata del centenario, a celebrare, cent’anni dopo, quel loro nonno così speciale. Soldato, cuoco, astronomo, falegname, ma anche studioso, così giovane ma così fiero sulla foto prima della partenza per il fronte nella sua divisa da alpino. La storia degli alpini è una storia di uomini. Una gran bella storia.

    Manuel Principi