Un legame antico

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    Al centro quasi esatto della Sardegna, in provincia di Nuoro nella Barbagia di Ollolai, c’è Gavoi, piccolo comune a 770 metri. Guarda al lago di Gùsana, si rinfresca con le alture del Gennargentu, gode l’ombra di noci e castagni. I suoi tremila abitanti ospitano ogni anno il festival L’isola delle storie, la più famosa rassegna letteraria della Sardegna e poi il pecorino fiore sardo dop, presidio slow food e la musica di su tumbarino (tamburo) suonato dai tumbarinos che hanno reso famoso il borgo.

    È l’Italia che ai viaggiatori, chilometro dopo chilometro, sgrana perle bellissime, storie antiche di arte, di costume in una natura dalle molteplici peculiarità. Pastori, artigiani, imprenditori, una lingua idioma, indipendente nel panorama neolatino, un’isola. Gente di montagna, circondata dal mare, gente coriacea, resistente, generosa e ospitale. Gavoi conobbe gli alpini nell’autunno del 1943 e questa relazione è rimasta viva nel ricordo dei vecchi e si è tramandata.

    Grazie alla scrupolosa ricerca delle sorelle Rita e Caterina Piras e di tutti i gavoiesi mossi dal desiderio di riconoscenza per quanto fatto dal Mercantour, è ora fissata sulle pagine di un libro, “Artigiani dell’accoglienza”. Immaginiamo questa vicenda come il tassello di un mosaico colorato di volti perbene, di luoghi unici del nostro Paese.

    m.c.

    “Ero forestiero e mi avete accolto” (Mt. 25, 35) L’idea di raccontare l’arrivo inaspettato e sorprendente degli alpini a Gavoi, nell’autunno del 1943, è rimasta chiusa nel cassetto per tanto tempo. Ci sembrava tuttavia un vero peccato di omissione non raccontare, anche se in modo ridotto e frammentato, quella stagione significativa per il popolo italiano e per le comunità travolte dalla guerra, dalla fame, dalle incertezze di un futuro ancora indecifrabile. Quando la popolazione gavoese si venne a trovare davanti a una situazione imprevista e imprevedibile, dopo lo smarrimento iniziale, studiò il da farsi per dare ospitalità a quegli uomini sconvolti dalle conseguenze di una guerra che lasciava dietro di sé una serie di problemi di non facile soluzione. L’intraprendenza dei gavoesi, abituati al lavoro, alla parsimonia, ad inventarsi nuovi modi di sopravvivenza, trovò quasi normale guardare in faccia la nuova situazione e dare le risposte più adatte e richieste dal momento. Il parroco, don Giovanni Battista Calzone, concesse l’uso delle chiese rionali di Sant’Antioco, di San Giovanni, di N. S. del Carmelo e, per alcuni servizi, il salone dell’Azione Cattolica. Il podestà, Antonio Carboni, mise a disposizione, per gli uffici del btg. Mercantour, alcune stanze sparse in paese. Il medico condotto Pietro Lavra, offrì ospitalità nel suo ambulatorio al tenente medico Antonio Bianchi, accettando la sua collaborazione per la cura della malaria, malattia endemica della nostra isola. In breve tutta la popolazione si sentì coinvolta in una gara di solidarietà e di scambi di aiuti reciproci. Quanto è raccontato in questa pubblicazione è solo una parte del bene che in quei mesi è stato profuso con generosità. I mezzi di sussistenza erano scarsi, ma ogni famiglia trovò il modo per aggiungere un posto a tavola, di dare lavoro perché l’aiuto offerto non fosse umiliante, e di conoscere molte attività che i gavoiesi ignoravano. I mesi trascorsi a Gavoi testimoniarono agli alpini che non erano considerati degli intrusi ma degli amici capaci di rendersi utili, godendo di una ospitalità imprevista. A distanza di quasi ottant’anni, gli adolescenti di allora ricordano gli alpini, nome che rievoca accoglienza, fratellanza, generosità, tempo importante per imparare a non discriminare, a non avere paura di chi non appartiene al nostro gruppo ristretto.

    Caterina e Rita Piras