Trent'anni fa Fulvio Croce, alpino e avvocato veniva ucciso in un agguato delle Brigate Rosse

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    28aprile 1977. Fulvio Croce, 76 anni, dal 1968 presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino, sta rientrando nel suo studio in via Perrone, nel cuore della città, non lontano dalla caserma Cernaia e dai giardini della Cittadella. Nell’androne del palazzo tre figuri, una donna e due uomini, a sangue freddo lo crivellano di pallottole. Cinque colpi 7,62, esplosi da una Nagant cecoslovacca la medesima usata per ferire a morte il giornalista Carlo Casalegno lo fulminano.

    Le Brigate Rosse rivendicano immediatamente e con gran clamore l’attentato. La colpa di Fulvio Croce è quella di aver voluto assumere, in prima persona e con tutti i colleghi dell’Ordine, la difesa d’ufficio di alcuni appartenenti all’organizzazione terroristica, in quei giorni alla sbarra alla Corte d’Assise di Torino per gravissimi crimini. Costoro avevano ricusato i difensori di fiducia e minacciato di morte eventuali difensori d’ufficio, con l’intento evidente di far saltare il loro processo e di incrinare il prestigio e la credibilità dello Stato.

    Ma, nota Franzo Grande Stevens nel suo libro Vita di un avvocato (Padova, 2000), gli avvocati torinesi, con Fulvio Croce alla guida, assunsero la difesa d’ufficio, così interpretando il loro ruolo e la loro dignità e pur sapendo che non sarebbe stata gradita né agli spiriti faziosi né, soprattutto, a coloro che volevano definirli servi di regime , dettero quest’ultima risposta. E Fulvio Croce pagò con la vita . Fulvio Croce era uno di noi, Alpino e socio dell’ANA.

    Coraggioso, idealista (diciassettenne, era stato a Fiume con D’Annunzio), intelligente (si era laureato a nemmeno 23 anni), determinato nell’agire ed animato di intenso patriottismo (era pronipote di Costantino Nigra, amico, collaboratore di Cavour e diplomatico), nel 1940 era voluto andare subito in linea, sul Fronte Occidentale, con i suoi Alpini del 4º Reggimento. Trascinatore ed animatore , riportano le sue note caratteristiche dell’epoca. Né mai il capitano Fulvio Croce scordò i suoi scarponi , neppure negli anni bui della guerra civile.

    E gli Alpini, con le loro insegne, lo vollero vegliare nel cortile d’Onore della Corte d’Appello ed in una soleggiata giornata di maggio l’accompagnarono all’ultimo riposo. L’Italia riconobbe il valore del suo sacrificio conferendogli una Medaglia d’Oro al valore Civile alla memoria. Il terrorismo degli Anni di piombo sembrava solo un ricordo funesto, un periodo storico ormai superato. Non è così, come è stato scritto nel numero scorso de L’Alpino. Per questo sono più che mai attuali figure paradigmatiche come quella di Fulvio Croce.

    Adriano Rocci