Torino il giorno dopo, con nostalgia

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    Arruffata, ma felice ed orgogliosa. Così si è svegliata Torino dopo l’invasione degli alpini e il tocco rosa del Giro d’Italia, ancora alla ricerca dello spirito che ha trascinato la città per tre giorni. Gli occhi dei torinesi puntati sui parchi, per trovare qualche tenda. Il distacco pesa, il caloroso abbraccio con le penne nere ha lasciato il segno. Come alla fine di un bel film: si rimane incollati alla poltrona del cinema provando a vivere qualche emozione con i titoli di coda. La festa però è terminata. I parchi, dal centro alle periferie, sono lindi. Solo qualche roulotte dei ritardatari, qualche vessillo delle sezioni da ritirare in attesa della prossima adunata a Bolzano. La stecca è già in viaggio.

    La città è quasi perfetta. Nella migliore tradizione il passaggio di centinaia di migliaia di alpini non ha lasciato tracce moleste: non si vede l’ombra di sporcizia e cartacce. Solo qualche colpo di ramazza degli operatori dell’Amiat, qualche passaggio per svuotare i cassonetti e tutto nel giro di poche ore sarà tornato come prima. Ma l’album dei ricordi non si può cancellare. È di quelli da tenere in esposizione. Torino, negli ultimi venti anni, sulla scia delle trasformazioni post industriali, si è inventata nuove vocazioni, tra cui il turismo, ed è abituata ad ospitare grandi eventi.

    Fino al risveglio dalla tre giorni di adunata i Giochi invernali del 2006 erano considerati il punto massimo. La torcia olimpica aveva risvegliato la città dopo una delle profonde crisi dell’auto. Ora si è vissuto lo stesso spirito. «Una nuova apoteosi», ha detto Sergio Chiamparino (alla fine del suo mandato di sindaco). Diversa da quella a cinque cerchi, più concentrata, ma di pari intensità. Un nuovo metro per misurare l’orgoglio dei torinesi che sono scesi in strada insieme agli alpini di tutta Italia e di tutto il mondo, che si sono ritrovati lungo corso Vittorio Emanuele II e via Roma per applaudire le penne nere che hanno sfilato nel cuore della città. «La città si è conquistata senza dubbio il ruolo di capitale delle celebrazioni dell’Unità d’Italia – ha detto il primo cittadino, il caporal maggiore di artiglieria da montagna Chiamparino – è stato un fine settimana indimenticabile, che resterà per sempre nel mio cuore».

    La stessa sensazione dei torinesi che il lunedì hanno ripreso la loro vita normale. A segnare il successo rimangono gli aridi numeri: 90mila in sfilata, 1 milione di persone che si sono riversate in strada nel lungo weekend tra Giro d’Italia e adunata, un intreccio apprezzato tra il Corpo militare più amato nel Paese, uno dei simboli dell’Unità, e lo sport a due ruote, tra i più popolari. Nell’album dei ricordi c’è spazio per le Frecce Tricolori che hanno solcato il cielo di Torino, per le due notti bianche, la prima spontanea e la seconda ufficiale, che hanno tenuto la città con gli occhi aperti fino all’alba: suoni ad ogni angolo della strada, cori e canti, danze improvvisate sotto i portici del centro.

    Torino più bella nonostante il caos. E poi l’Inno d’Italia a mezzanotte con le fanfare riunite e un mare di gente in piazza San Carlo. Un crescendo che ha cancellato le paure della vigilia. Il timore che i torinesi non reagissero, non si lasciassero coinvolgere dal calore dell’adunata e delle festa. La paura che la città andasse in tilt per overdose di eventi, tra centro chiuso, metropolitana presa d’assalto, limitazioni al traffico per la cronometro del Giro, di sabato. L’amalgama, invece, ha funzionato. I disagi ci sono stati, e sarebbe stato anormale il contrario, ma tutto era previsto, calcolato. Un caos ordinato. E il lunedì i torinesi avrebbero preferito un giorno di festa in più.

    Diego Longhin