Solo l’emozione ci racconta la storia

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    Ho ancora nell’animo l’eco del Convegno tenutosi a Marostica sulla Grande Guerra e, a seguire, il CISA in cui abbiamo cercato di capire come raccontare questo momento della nostra storia, in gran parte segnata dall’epopea alpina. Qualcuno tra i presenti ha trovato che l’aspetto teorico sia stato preponderante rispetto a quello pratico, quasi come se si trattasse di cose già dette e risapute. È vero che gli alpini sono gli uomini del fare e questo può talvolta portare a pensare che il manuale di istruzioni per l’uso sia più importante dell’attrezzo stesso che si vuole usare.

    Nel nostro caso l’attrezzo è la nostra storia che, in non poche vicende, è diventata semplicemente Storia, ossia storia di eroi. A Marostica, sia nelle relazioni che nel dibattito che è seguito, è risuonata una parola, che è diventata quasi il ritornello, il sottofondo delle riflessioni. La parola è “emozioni”. Ed è questa parola che mi porto dentro come un’eco. Dire emozione ci interpella su come noi riviviamo le vicende passate e, in secondo luogo, come poi le facciamo conoscere.

    Giustamente qualcuno ha sottolineato che noi la storia la raccontiamo da cent’anni a questa parte. È vero. E se dovessimo mettere la storia dell’ANA dentro una parola, potremmo sinteticamente far ricorso alla parola memoria. Perché l’ANA è nata come Associazione? Perché sono fioriti i monumenti in ogni angolo del Paese? Perché i nostri pellegrinaggi sui luoghi del sacrificio, se non per far memoria di chi ha pagato con la vita e conservare la loro testimonianza nella nostra memoria? Tutto vero, ma dentro questa memoria si nasconde un tarlo insidiosissimo, quello dell’abitudine.

    È l’abitudine il vero cancro che consuma sentimenti ed emozioni, erodendo pian piano la coscienza, che dai sentimenti e dalle emozioni trova alimento per crescere ed espandersi. Anche l’amore corre i suoi rischi maggiori proprio a causa dell’abitudine. Lo sa bene chi vive dentro le case. Dopo un po’ finisce lo stupore per l’originalità di chi ti è vicino e pian piano prende il sopravvento la noia come davanti a qualcosa che si presume di conoscere ma che, in realtà, non dice più nulla.

    Come se le vicende umane finissero nella rigidità delle lapidi, quelle di pietra cui si passa davanti, passando avanti. Chiediamocelo con franchezza cari amici, quanti nel tempo si sono interessati realmente a conoscere la nostra storia passata, al di fuori di un gruppo ristretto più attento e sensibile? E quanti si sono limitati e si limitano a guardare ai grandi scenari della guerra, Adamello, Ortigara, Caporetto… come puri riferimenti topografici, scadenze celebrative per radunarsi, senza conoscere la storia degli uomini, la loro passione civile ma anche passione intesa come sofferenza, che hanno reso famosi questi luoghi?

    Paolo Rumiz non è stato neppure tanto diplomatico nel farci intendere che lui la Grande Guerra l’ha capita solo recentemente, per un risveglio di emozioni, quando le pietre, gli scenari di guerra hanno cominciato a sussurrargli vicende di uomini, lamenti di sofferenza, clangore di armi e bagliori devastanti. Sono le stesse emozioni che da un po’ di tempo abbiamo cominciato a raccontare su L’Alpino, evocando l’eroismo di alcune figure di alpini, ma anche la poesia della loro umanità, nascosta nel pudore della coscienza, ma capace di uscire come un canto libero tra le creste inospitali dei luoghi di battaglia. Ed è entrando in questo genere di racconti che la storia prende corpo e si racconta. Ed è solo dallo stupore che ognuno di noi riesce a far crescere dentro, che saremo in grado di dirlo agli altri, fuori dalle parole ingessate della retorica, che stanca chi ascolta e non convince nessuno. In fondo è vero che la comunicazione che rimane è sempre quella che parla da cuore a cuore. Il resto lambisce la mente, la quale quasi sempre guarda distratta e “tira innanz”.

    Bruno Fasani