Scritti… con la divisa

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    Siamo a Priocca, tra i fiumi Borbore e Tanaro, sulle colline del Roero in provincia di Cuneo. Un paese, con tante cascine rurali, dove vivevano Giovanni Carbone con la moglie Onorina. Dal loro amore erano nati otto figli, quattro femmine e quattro maschi. Questi ultimi, furono tutti coinvolti nelle vicende belliche dell’ultima guerra: Giuseppe (classe 1914) reduce dal fronte greco albanese con la Julia; Rocco Giovanni Battista (chiamato Gianbattista, classe 1918), orgoglio della famiglia, laureato in medicina e chirurgia, caduto in Russia; Igino (classe 1921), arruolato nei carabinieri e morto a Susa (Tunisia) nel 1942, sotto un bombardamento; Silverio (classe 1924), alpino chiamato alle armi a 19 anni, nel settembre 1943, deportato in Germania quale “schiavo di Hitler”, fortunatamente assegnato a lavori in campagna, tornato a casa a fine guerra. Chi ce li presenta è il figlio di Giuseppe, Rocco Giovanni, anche lui alpino (sten. Auc 69º corso ad Aosta nel 1972). Egli evidenzia in particolare la figura dello zio Gianbattista Carbone “grande speranza ed orgoglio della famiglia che si era laureato in Medicina e chirurgia con pieni voti assoluti, lode e dignità di stampa presso la Regia Università di Torino il 5 giugno 1941”.

    Alla fine degli studi fa domanda d’arruolamento per fare tornare a casa il fratello Giuseppe, in congedo illimitato secondo le regole allora vigenti. Nell’aprile 1942 è a Firenze per il corso di ufficiale e scrive al fratello Giuseppe: “Gli scarponi mi hanno rovinato un po’ i piedi che però adesso si sono ormai abituati. Presto tu ritornerai borghese mentre io davanti a me vedo soltanto grigio-verde”. Finito il corso, viene assegnato come tenente medico al Corpo d’Armata Alpino – reparto sanità, destinazione Russia. Nella prima lettera dalla Russia, del 3 novembre 1942, informa la famiglia di aver provveduto alla delega per la riscossione in Italia della paga militare, £. 2.500 mensili.

    Il secondo scritto è per la sorella Angiolina: “Abbiamo raggiunto la nostra sede invernale presso il Comando del Corpo d’Armata Alpino. Io e un mio collega siamo sistemati in un’isba composta da due stanze, in una c’è la famiglia del proprietario (6 persone) e nell’altra ci siamo alloggiati noi due. I padroni di casa, abituati prima al regime bolscevico e poi al sistema di occupazione tedesco, sono con noi ultra gentilissimi. Si tratta di una famiglia abbastanza evoluta perché in 6 posseggono un fazzoletto da naso appeso a un muro”. Il nostro alpino medico scrive con cadenza settimanale ai suoi cari, ma non è così da parte dei familiari. Infatti il 22 novembre si lamenta: “Non ho vostre notizie recenti ma spero che stiate tutti bene (…) In questi giorni mi sono spostato dalla cittadina in cui mi trovavo ad un paesino distante una diecina di km dove si trova il mio battaglione intento a tagliare legna, curo anche la popolazione civile che mi ripaga con burro, uova, miele, latte. Si tratta di un villaggio di circa trecento abitanti: è bravissima gente che fornisce di tutto ai nostri soldati”.

    Il 25 novembre, scrive alla sorella: “In vita mia non ho mai trovato della gente così gentile e ospitale. Questa gentilezza mi stupisce tanto di più in quanto il popolo russo non ci considera affatto liberatori ma vede in noi soltanto l’esercito invasore ed usurpatore. La popolazione è fermamente convinta della vittoria finale russa e ci dice apertamente che un bel giorno l’Armata russa ci ricaccerà in Italia”.

    Il 5 dicembre 1942 altra lettera: “La popolazione ormai mi conosce come il medico italiano e mi chiama per le mie prestazioni abbastanza sovente”. Ma la situazione militare si fa critica, come scrive Gianbattista l’8 dicembre 1942: “Come saprete meglio di me, la guerra attualmente è entrata in una fase molto più dura e critica”. Pochi giorni dopo passa dal reparto al quartiere generale del Corpo d’Armata Alpino. Il 18 dicembre scrive: “Proprio il giorno in cui sono stato trasferito, il mio battaglione è partito per la linea, dove attualmente si combatte (…) sono convinto che sono state le preghiere della mamma ad ottenermi questa fortuna”.

    Il 25 dicembre ricorda ai familiari: “Oggi è Natale, è la seconda volta che non lo passo con voi. Anche per voi sarà un Natale poco lieto. Io mi illudo di essere ancora con voi e sono presente nel pensiero e nel cuore (…) i russi sferrano attacchi su attacchi (…) anche questa notte passata, notte così cara al cuore di tutti i cristiani, aerei russi sono venuti a bombardarci”. Pochi giorni dopo, il 31 dicembre, scrive che l’aviazione russa “ci ha continuamente e violentemente bombardati”. È l’ultima lettera. Dopo una serie di assalti, nei primi giorni del 1943 l’offensiva russa sul Don si inasprì.

    La notte tra il 16 e il 17 gennaio l’Armata Rossa sferrò un attacco micidiale. Seguirono violenti combattimenti, di cui c’è una ricca letteratura, fino a che i resti del Corpo d’Armata Alpino riuscirono a rompere l’accerchiamento. Le penne nere della Tridentina, della Cuneense, della Julia, del battaglione sciatori Monte Cervino, i fanti della divisione Vicenza, i carabinieri e tutti i soldati dei servizi raggiunsero e spesso oltrepassarono i limiti estremi delle capacità di sopportazione umana. Essi sostennero una serie di cruenti combattimenti, entrati a far parte della storia dell’esercito italiano. Tanti furono i caduti e i dispersi tra le penne nere. Di Rocco Giovanni Battista Carbone si erano perse le tracce, non era tornato e non si sapeva se fosse caduto o fatto prigioniero.

    Passarono mesi angosciosi per la famiglia. Finalmente ad agosto del 1943, l’Ufficio Stralcio del Corpo d’Armata Alpino scrisse alla sorella Angiolina: “Venne visto, durante il ripiegamento, l’ultima volta in località Rossosch (Russia) in data 16 gennaio c.a., mentre egli praticava medicazioni a dei soldati è rimasto ferito a sua volta, non gravemente, al torace da scheggia di mortaio. Pertanto non poté continuare il ripiegamento. Si suppone sia caduto in mano nemica durante la giornata”. La sorella continuò le ricerche, interessando anche il parroco del paese che nel giugno 1946 ricevette una lettera da Castell’azzara (Grosseto), scritta da Francesco Torlai: “Vengo a voi con un racconto particolareggiato dei tristi eventi che mi portarono alla conoscenza del tenente Carbone Rocco. La mattina del 16-1-43 ebbe inizio il combattimento. Fu in questo combattimento che io fui ferito.

    Abbandonato dai compagni mi trascinai verso l’ospedaletto sulla porta del quale incontrai il suddetto tenente”. Assegnato ad un infermiere il ferito, il tenente medico uscì di nuovo per soccorrere altri feriti. Poco dopo, scrive Francesco: “Vidi il ten. Carbone sostenuto da due alpini. Era stato ferito all’addome nei pressi dell’attaccatura della gamba destra”. Era in corso lo sgombero dell’ospedale e non poteva che incitare i feriti a seguirlo per raggiungere le retrovie. Continua la lettera: “Dietro preghiera del ten. Carbone, il quale si era indebolito per la perdita del sangue, ci fermammo in una capanna russa (…) Il tenente era in piena lucidità mentale, infatti mi visitò e mi assicurò che sarei sicuramente guarito. Mi parlò poi della sua famiglia e della sua fidanzata (…) Essendo rimasto senza scarpe mi autorizzò a mettere le sue dopo la sua morte. Infatti dopo due giorni, cioè la sera del 18-1-43, verso le dieci, cessava di vivere. Carbone Rocco è morto in mia presenza”.

    Francesco Torlai tornerà dai campi di prigionia russi a fine 1945. Alla conferma della sua morte la fidanzata scrive alla sorella: “Battista non c’è più! Non dirlo Angiolina, non è vero. Battista era troppo buono per vivere con noi, per vivere con me. In quei pochi mesi di lontananza ha salito il suo Calvario ed è giunto a Dio. Quindi Battista c’è. Non lo vedremo più, hai ragione, ma non sarà che per poco tempo e poi saremo con lui per sempre in modo che nessuna guerra degli uomini ci potrà separare”. Le penne nere della Tridentina, della Cuneense, della Julia, del battaglione sciatori Monte Cervino, i fanti della divisione Vicenza, i carabinieri e tutti i soldati dei servizi raggiunsero e spesso oltrepassarono i limiti estremi delle capacità di sopportazione umana.

    Il Corpo d’Armata Alpino all’inizio della ritirata contava 61.500 soldati, dopo la battaglia di Nikolajewka si contarono 13.420 usciti dalla sacca, più altri 7.500 feriti o congelati; circa 40mila rimasero indietro: caduti, morti nella neve, dispersi o catturati. Una tragedia immane.

    Luigi Furia