Scritti… con la divisa

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    Questa volta siamo insieme con Antonio, alpino di Carona (Bergamo): un piccolo paese posto nell’estremo nord della Val Brembana dove le cime delle Orobie fanno da spartiacque con la Valtellina. Tra le sue contrade c’è Pagliari, un gioiello di pietra, dove le case sembrano nate spontaneamente dalla roccia che degrada dal Pizzo del Diavolo (2.914 mt.). Antonio, classe 1938, durante il servizio alla Compagnia Pionieri Tridentina fu testimone di una disgrazia.

    Bressanone, 19 febbraio 1961 – Caro papà, dopo 20 giorni di campo invernale ti mando mie notizie. Io sto bene e spero anche di te. Prima di tutto ti devo dire che è stato molto duro, freddo e gelo in venti giorni di marce. Non soltanto per quello è stato duro, ma è successa una cosa che da molti anni non succedeva nella Brigata Tridentina, una cosa piuttosto grave. Il giorno 5 febbraio, dopo aver fatto il passo Gardena, avevamo ancora 18 km di salita da fare, dovevamo salire su una montagna che si chiama Rosengher m. 3.500, era una giornata bella ma molto fredda e c’era anche una tormenta che non ci si riusciva a tenere gli occhi aperti, per fortuna noi sciatori avevamo gli occhiali. Arrivati a metà strada dopo 8 ore di salita una grossa valanga si staccava proprio nel momento mentre passava la Compagnia. Per fortuna a noi sciatori, siccome che dobbiamo essere davanti di tutti per fare più facile il passaggio alla Compagnia, non è successo niente perché eravamo circa 100 metri davanti a loro, abbiamo sentito un rumore e grida dei nostri compagni che invocavano aiuto. La prima squadra che era a 100 metri dietro a noi, compreso il capitano e 22 alpini, erano rimasti sotto tutti; dietro a loro c’erano ancora 2 squadre ma a queste non è successo niente. Abbiamo tolto gli sci e siamo corsi in loro aiuto, 12 li abbiamo trovati subito avevano qualche leggera ferita; dopo mezz’ora abbiamo trovato il capitano e due tenenti. Tra questi il capitano era ferito a un braccio e una gamba, e i tenenti (…) erano congelati ai piedi e alle mani. Dopo circa un’ora ne abbiamo trovati ancora 6, erano svenuti ma ancora vivi, erano congelati ai piedi e alle mani, li hanno portati in paese e subito all’ospedale e non so ancora come stanno. Ma il fatto più grave è questo, ne mancava ancora uno si chiamava Uliana (?) era uno dei più robusti e dopo varie ricerche, 2 ore dopo, lo abbiamo trovato, abbiamo fatto dei massaggi ma non c’era più niente da fare, era morto. Non puoi pensare la disperazione del capitano, il pianto dei suoi paesani e la nostalgia di noi tutti. Infine abbiamo costruito una specie di barella con gli sci e le pelli di foca, lo abbiamo legato e dopo 8 ore di dura e faticosa discesa lo abbiamo trasportato in paese, in una piccola chiesa in attesa dei suoi genitori. Dopo due giorni, arrivati i suoi genitori, hanno fatto il funerale. C’era la banda, due generali, colonnelli e molti altri del paese. È stata una cerimonia molto bella ma triste, c’era veramente da piangere perché poteva capitare anche a noi e infine è stato accompagnato a casa da una trentina di alpini, abitava a Belluno.

    Nella lunga lettera ricorda poi le belle località attraversate e la vita dura del campo invernale, sempre tra la neve che gli faceva anche da “camera da letto”.

    Siamo stati in bellissimi posti, tutti posti dove sciano come Cortina, Ortisei, Canazei, Selva, Santa Maddalena, Santa Cristina e molti altri posti, ma noi dovevamo dormire sempre fuori. C’era da camminare tutto il giorno con gli sci nei piedi, era bella la discesa ma la salita era molto dura per noi sciatori perché c’era la neve alta e di solito ero sempre in davanti con lo zaino da 31 kg (l’ho pesato in un negozio) e appena arrivati in un posto si doveva fare le buche nella neve (trune n.d.r.) per dormire. Di notte si gelava dal freddo, alla mattina ci si alzava presto e si trovavano gli scarponi gelati, purtroppo si doveva partire lo stesso.

    Nonostante il freddo e la neve, le escursioni con gli sci ai piedi e le notti passate nelle trune, al termine del campo invernale il nostro alpino è ancora in piena forma ed orgoglioso per gli apprezzamenti del suo Capitano. Il problema più rilevante per lui erano state le spese.

    Comunque tutto a posto, io sto benissimo. Il capitano mi aveva promesso che mi dava il permesso per andare a casa perché sono stato il più bravo e il più coraggioso di tutti, questo me lo ha detto lui. Al campo invernale ho speso molti soldi. Son tutti posti belli e per questo è caro, un litro di vino si pagava 600 lire, una aranciata 200 e dovevo prendere sempre qualche cosa da mangiare.

    L’artigliere alpino Aurelio di Castelletto Uzzone (Cuneo), classe 1938, non ci manda delle lettere della naja, ma un suo scritto su un “giorno da ricordare quando il sole fa l’eclisse totale”, un episodio, probabilmente più unico che raro, con protagonista il suo mulo, che merita di essere ricordato.

    Campo invernale 1961 – Sono un artigliere alpino già un po’ maturo, ma con la memoria a posto per ricordare quello che è successo nel periodo di naja, incominciato i primi giorni di novembre 1959 e finito ad aprile 1961. (…) Qualche giorno fa sfogliando vecchie fotografie per passare il tempo me ne è venuta in mano una che vi mando. (…) La foto è un simbolo storico perché è stata scattata a febbraio del 1961, il giorno dell’eclisse totale del sole. Mi trovavo al campo invernale nella zona di Perosa A., Perrero, Prali Ghigo. Verso le undici è cominciato a venire buio ed è rimasto scuro per circa tre ore. Con un po’ di paura io me ne stavo vicino al mio mulo che si chiamava Quadrone e successe un fatto strano. Lui dormiva sempre in piedi, ma quel giorno si è coricato ed io mi sono rannicchiato vicino a lui, aspettando che ritornasse il sole (…). Il mio Quadrone era un animale fantastico e un grande amico. Si facevano anche le foto ricordo. Io l’avevo persa, ma quando l’ho trovata ho pianto dall’emozione e ho subito pensato di mandarla a L’Alpino.

    Nella foto appare Quadrone, montato a pelo da Aurelio, uno dei tanti muli che sono stati compagni indispensabili dell’uomo su e giù per strade di montagna alle quali hanno dato il nome, infatti si chiamano mulattiere. Indispensabili per le Truppe Alpine, i muli lo furono sin dalla loro fondazione nel 1872. In base alle diverse dimensioni, il Regio Esercito li suddivise il tre classi: la prima per carichi pesanti (bocche da fuoco), mentre le altre due per il trasporto di munizioni e vettovagliamenti. Dopo tante imprese, sfruttati fino all’inverosimile, nel 1991 si è pensato che fosse giunto il momento di tagliare i costi dell’Esercito, così fu la fine dei muli. A inizio anni Novanta le cinque brigate – Cadore, Julia, Orobica, Taurinense e Tridentina – aveva in tutto ancora settecento muli. Per dare un’idea, durante la Seconda guerra mondiale ben 520mila muli seguirono le penne nere ovunque ce ne fosse bisogno, dal fronte greco-albanese all’immensa steppa russa. Il 29 agosto 1993, dopo centoventuno anni di onorato servizio, gli ultimi ventiquattro muli dell’Esercito Italiano andarono all’asta mettendo fine ad un’epoca e alla loro epopea con le stellette. Sulla tomba di un mulo in Val Pusteria appaiono queste parole: “Generoso animale che ha sempre dato agli uomini senza mai pretendere nulla che non fosse un po’ di biada e un po’ d’attenzione”.

    A cura di Luigi Furia