Ritorno alla Colonna Mozza

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    Ciò che colpisce maggiormente sull’Ortigara è il gran silenzio e le testimonianze d’una guerra che fu, di scheletri di postazioni che rivelano stanze in cui vissero uomini ormai dispersi nel tempo e che chiamavamo nemici. E poi buche, grandi, piccole, lasciate dai calibri partiti dal fronte opposto e che raccontano una montagna martoriata e vite spezzate. Non un albero, solo mughi che tolgono spazio alle greggi e diradano in quota per lasciare il terreno bruciato in un paesaggio inclemente. Lo stesso sentiero che sale dal lato “austriaco”, chiamato pomposamente “Kaiser Karl Straße” dai genieri che lo costruirono sventrando la montagna, sembra una lunga ferita. Non c’è prato, solo qualche ciuffo d’erba ingiallita e non un fiore, non un volo di uccelli.

    Avanzando sull’altopiano si intravede, sull’orizzonte lontano, la Colonna Mozza. Ci si imbatte ancora in fantasmi di ripari e postazioni che le intemperie hanno sgretolato, presenze inquietanti. Pervade un senso di desolazione, perché non si sale impunemente sull’Ortigara. In vetta, non c’è tempo per il panorama che si apre sulla valle dell’Agnellizza, la “valle della morte”, altare del sacrificio degli alpini e di migliaia di tanti altri soldati: in primo piano, pochi metri sotto la cima, un doppio ordine di trincee scavate nella roccia ci racconta la tragedia di soldati appostati in difesa e di altri che salivano quel Golgota. Trincee agognate, conquistate e perse in un susseguirsi di assalti, carneficine di uomini contro che combatterono con tenacia, disperazione, rassegnazione, eroismo. Qui, nell’estate di 96 anni fa, si compì una tragedia immane, con trecentomila uomini da una parte e centomila dall’altra che dal 10 al 29 giugno si contesero una montagna fortificata.

    Decine di migliaia protagonisti di assalti disperati camminando sui morti dell’assalto precedente, ritirandosi in pochi per essere nuovamente lanciati avanti verso l’impossibile, sempre meno forti, sempre più convinti di morire. Mandati allo scoperto contro centomila appostati sulla montagna con mitragliatrici, cannoni, lanciafiamme e gas, che creavano grandi vuoti negli assaltatori. Furono sterminate intere nostre Compagnie, reggimenti, brigate. C’è tutta una letteratura di scrittori andati in guerra esaltati e tornati disincantati, che raccontano storie terribili di sacrificio e di morte, di ordini e contrordini, di inettitudine di alti comandi, di strategie sbagliate e, per contro, di grande senso del dovere di uomini semplici, di pianure lontane e montagne vicine trasformati in soldati e mandati a combattere. Tutto questo è l’Ortigara, e guardare luoghi e ricordare il calvario di migliaia di uomini, stringe il cuore.

    La campanella sparge rintocchi argentini e chiama alla Messa. Attorno alla Colonna si forma un cerchio con 25 vessilli e una selva di gagliardetti. Ci sono, com’è ormai tradizione, i Gonfaloni degli otto Comuni dell’altopiano, della Regione Veneto con l’assessore Elena Donazzan, della Provincia e del Comune di Asiago, tanti sindaci, un picchetto armato del 7° Alpini, una nutrita pattuglia di sloveni del 17° Reggimento con il loro cappellano don Milan Pregelj che ha concelebrato la Messa con il cappellano della sezione di Verona don Rino Massella. E infine una rappresentanza del reggimento Erzherzog Rainer di Salisburgo e dei Tiroler Kaiserjäger di Graz. Solenne il momento dell’ingresso nella formazione del Labaro scortato dal presidente Sebastiano Favero e dal vice comandante delle Truppe alpine gen. D. Fausto Macor e dal consiglio nazionale. Il brano del Vangelo di Luca è appropriato alla circostanza: parla del buon Samaritano, di compassione e solidarietà.

    “Dio e prossimo non si possono separare – dice don Rino – Noi continueremo a fare del bene in silenzio”. Al termine, il presidente Favero con il gen. Macor, l’assessore del Veneto Donazzan e il sindaco di Asiago, depongono una corona ai piedi della Colonna. Poi tutti si spostano al vicino cippo che ricorda i Caduti austro-ungarici: vengono resi gli onori e suonato il Silenzio. Poi ci si incammina per raggiungere il Lozze, dove a metà mattinata mons. Bruno Fasani ha celebrato la Messa per quanti non erano saliti sull’Ortigara. All’omelia, riprendendo la prima lettura che racconta di Mosè che ricorda al suo popolo la parola del Signore, “parola che non è né in cielo né al di là del mare, ma nella tua bocca e nel tuo cuore”, don Bruno esorta a “coltivare la coscienza, motore della nostra vita”. Punto di riferimento della coscienza è l’amore verso gli altri, condividendone i sentimenti nella gioia e nel dolore. “Un bene comune che oggi è divenuto terra di saccheggio – ha proseguito – Ma quella coscienza di servire per il bene comune era così grande nei nostri soldati che qui ricordiamo, che per quel bene hanno dato la vita”.

    Il generale Macor ha portato il saluto del comandante delle Truppe alpine e dei diecimila alpini in armi. “Gli alpini hanno una grande capacità di sintesi, ed è quella che abbiamo letto questa mattina sulla Colonna Mozza: Per non dimenticare”. E rivolto agli alpini del picchetto d’onore: “Credo che questi giovani in armi non dimenticheranno questa giornata, e che 96 anni fa su questa montagna ci sono stati fiumi di sangue, da una parte e dall’altra”. Ed ha concluso confermando la grande considerazione degli alpini in armi per l’Associazione Nazionale Alpini. “Grazie per quello che fate e ci passate giorno dopo giorno, in ogni occasione. Sappiate che potete contare sugli alpini in armi che conservano i valori che ci hanno consegnato i nostri Padri”. Ha concluso gli interventi il presidente nazionale Sebastiano Favero. Che ha rivolto un pensiero alla memoria del sindaco di Foza Giovanni Alessio Oro, che il venerdì precedente, a Ischia, aveva perso la vita travolto da un ciclomotore. “È stato un grande amico degli alpini e in special modo degli alpini della sezione di Asiago”. Poi ha salutato il suo compagno di corso, il generale di divisione Fausto Macor e “gli amici, e lo ripeto, amici dell’Austria e della Slovenja che questa mattina erano sulla cima e ora sono con noi a ricordare. Saluto tutti voi che siete qui, gli alpini e soprattutto i reduci, non solo a nome mio ma di tutto il Consiglio nazionale e di tutta l’Associazione.

    Grazie anche alle sezioni di Asiago, Marostica e Verona che ogni anno organizzano questo incontro”. Ha detto dell’emozione che lo prende ogni qual volta sale sull’Ortigara e di quando, ragazzo, sentiva parlare i “veci” che vi avevano combattuto, delle sofferenze che avevano patito quassù. “Con loro voglio ricordare tutti i Caduti, i Caduti di una parte e dall’altra. E i Caduti di quelle che oggi chiamiano operazioni di pace. Oggi gli alpini della Julia sono in Afghanistan. Ricordo in particolare un alpino di queste terre vicentine che ho conosciuto, Matteo Miotto. E non posso non ricordare un altro alpino andato avanti pochi giorni fa: era un combattente di quella tragica Campagna di Russia, parlo del nostro presidente Nardo Caprioli. Ci ha lasciato quell’esempio e quella guida che si possono sintetizzare nella sue parole: “Ricordare i morti aiutando i vivi”. Grazie Nardo, riposa in pace assieme a tutti gli alpini andati avanti. L’Ortigara – ha continuato il presidente – per noi alpini è la radice dei nostri valori, delle nostre tradizioni, l’origine dell’Associazione Nazionale Alpini. Noi continueremo ad andare avanti sicuri, forti della guida dei nostri veci.

    Non c’è cerimonia, non c’è ricorrenza alpina che non parta, come oggi, con il saluto alla bandiera e il ricordo dei Caduti. E questo gli alpini lo fanno perché hanno il senso del dovere, sanno di avere la coscienza a posto, di essere sempre stati impegnati, allora in guerra, oggi in tempo di pace nella solidarietà”. Ed ha ricordato gli ultimi interventi, i soccorsi nell’Emilia terremotata e la costruzione dell’asilo a Casumaro, in provincia di Ferrara, asilo consegnato ai primi di giugno. Ha lamentato il silenzio dei media che ignorano queste notizie preferendogli quelle più futili, essendo interrotto da lunghi applausi e dai “bravo!” di condivisione.

    Ha ricordato il momento difficile che vive l’Italia, non solo economico ma molto di più per la crisi di valori morali ed etici della quale si sta dimenticando chi, a Roma, dovrebbe invece prendersi cura di questo fenomeno. “Ma non è così per gli alpini – ha proseguito Favero – perché gli alpini si impegnano, sanno guardare avanti, sanno motivarsi e lo fanno senza clamore, con tenacia, onestà e generosità per un’Italia migliore, che sappia recuperare i propri valori etici e civili. Il senso del dovere e del sacrificio non devono essere per nessuno parole vane. Ah!, quanto rimpiango gli anni della leva: i giovani di oggi avrebbero tanto bisogno di svolgere – magari in modo diverso – un servizio allo Stato, imparando che forse è più bello dare che ricevere, che dire qualche volta signorsì diventa un fatto di educazione civica…” (lunghi applausi). Ed avviandosi alla conclusione ha tracciato l’identikit degli alpini: uomini generosi che fanno riferimento ai loro valori e alle loro tradizioni, che sono il dovere, il sacrificio, l’onestà, la famiglia, la montagna, la solidarietà.

    “Sarà forse per questo che la gente ci guarda con stima e con fiducia. E allora qui, sull’Ortigara, cari alpini in alto i cuori! E guardiamo con fiducia al futuro sempre nella traccia delle parole scritte lassù: Per non dimenticare!” Nel pomeriggio del sabato, ad Asiago, una sfilata di alpini con Labaro, vessilli e Gonfaloni aveva raggiunto il sacrario del Leiten. Una corona è stata posta all’altare del tempio nel quale riposano i resti di oltre 33mila militari italiani e 18.500 austro-ungarici.

    Giangaspare Basile