Penna e mani per vincere le “guerre”

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    Mi avvicina una ragazza. Intelligente, giovane, colta, educata. “So che lei è il direttore de L’Alpino. Vedo che come giornalista ci sa fare. Ma a me l’Ana non piace. So che gli alpini fanno molte cose buone per l’Italia e per il territorio dove vivono. Ma come Associazione vi trovo pieni di retorica e soprattutto incapaci di valutare la storia con obiettività, vittime del vostro militarismo”. Fin qui l’affondo.

    Scandalizzarsi o essere risentiti non serve a nulla. Sarebbe come prendersela con qualcuno perché ha la febbre. I giovani sono figli di chi li educa e nello scenario pedagogico che li orienta ci sono purtroppo maestri di tutti i tipi. Oltretutto oggi, con evidente strumentalizzazione ideologica, si tende a piegare il passato entro il perimetro dei propri gusti. Per risvegliare sentimenti nostalgici se si è da una parte, per mettere in piedi facili demonizzazioni, se si milita dall’altra.

    Sono sempre più convinto che ci sono almeno tre tipi di storia. Quella in cui si raccontano i fatti. Quella dove si omettono certi fatti. Quella che li interpreta in base agli occhiali che si indossano. E in base a questo diverso approccio anche i nostri Caduti rischiano di passare facilmente da vittime a carnefici. Chiedo alla mia interlocutrice cosa le faccia pensare che l’Ana sia in malafede rispetto alla storia. Lapidaria la risposta: siete ambigui rispetto al tema della guerra. Voi non ne parlate mai prendendone le distanze e anche i vostri Caduti la fecero senza fare tante obiezioni.

    Fingo di incassare, ma dentro penso a come questi mocciosi, che la violenza la cercano dentro i film quasi fosse una vitamina di cui vanno carenti, siano contaminati da un pacifismo ideologico, che demonizza tutto quello che va contro i loro indottrinamenti. Ragazzi che, quanto alla guerra, ne sentono parlare se guardano qualche telegiornale, ma che godono in compenso dei privilegi, economici e soprattutto di libertà, procurati da chi è venuto prima di loro, Caduti compresi.

    Ragazzi che conoscono la storia a spanne (e non per colpa loro!) arrivando a convincersi qualche volta che le penne sul cappello alpino siano dei mitra pronti a minacciare la pace. Sappiamo che non sempre è così, ma qualche volta è anche così. La libertà di pensiero è fondamentale, ma quello che mi offende è sapere che qualcuno tra loro possa pensare che i nostri Caduti siano stati una sorta di armata Brancaleone con la fregola di andare al fronte, incapaci di una qualsiasi forma di obiezione di coscienza e di ribellione contro la guerra.

    Sono solito affermare che chi andò a morire al fronte non era un amante della guerra, ma un obbediente senza alternative. Ci fu anche chi si ribellò, ma la risposta fu una pallottola nel petto. Si fa presto ad essere anticonformisti quando si guarda agli altri, soprattutto alla storia, col senno di poi. Più difficile esserlo nel presente, quando il gregarismo culturale ti incanala come un ammasso di ciottoli dentro il fiume. E allora verrebbe spontaneo chiedere ai giovani del nostro tempo, quelli che non hanno i fronti fatti di trincee, quale sia la loro forza contestatrice verso i luoghi comuni di una pseudo cultura che li manda al massacro contro il nemico delle dipendenze, dello sballo autolesionista, del divertirsi da morire (spesso in senso letterale), del credere al tutto dovuto senza alcun sussulto di responsabilità verso il bene comune…

    Ogni tempo ha le sue guerre. Non necessariamente armate. Gli alpini sono convinti di potercela fare. Con la penna al cielo e le mani rugose di fatica.

    Bruno Fasani