Pasubio, luogo sacro della nostra memoria

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    Tanti alpini al pellegrinaggio nazionale con la presenza del Labaro

    DI CESARE DI DATO

    Monte Pasubio: mi chiedo cosa rappresentasse per me, studente liceale del 1950, quel nome. Nulla più di un viale di Milano, non troppo lontano dalla casa ove abitavo, e tale rimase negli anni successivi pur prendendo lentamente forma nella mia mente di giovane ufficiale il significato assunto da questa montagna nella difesa della pianura veneta. Poi giunse Camminaitalia ’99: il monte fu una delle tappe più importanti di quella staffetta.

    E fu allora che percorsi per la prima volta (non prestai mai servizio alla Cadore) la strada delle 52 gallerie e che calcai i due Denti, l’italiano e l’austriaco. Fu allora che mi resi conto quale pilastro fosse quel monte dalle pareti a strapiombo sulle valli che da esso originano e quale determinazione animasse i nostri fanti, bersaglieri, alpini, artiglieri, genieri nel non cedere al nemico evitando così l’aggiramento alle spalle dell’intero nostro Esercito.

    Ho ripercorso oggi quella strada costruita in pochi mesi dal Genio minatori con l’ausilio di una decina di centurie della Milizia territoriale: un capolavoro di ingegneria militare che meriterebbe ben maggiore valorizzazione storica. Il pensiero è corso ai tanti nostri soldati che la utilizzarono al riparo della vista del nemico per entrare in linea e ai tanti di loro che non la ripercorsero in senso inverso. In questi luoghi si è svolto il primo pellegrinaggio dichiarato nazionale dal Consiglio direttivo nazionale, da celebrare ogni cinque anni con la presenza del Labaro.

    Mi ha colpito il religioso silenzio con il quale il migliaio e forse più di intervenuti, alpini e loro familiari ma anche turisti per caso, percorrevano l’altopiano. Anch’io, preso da quell’incantesimo, ho camminato meditabondo: forse, nello stesso posto ove posavo il piede, era passato un alpino con il suo mulo, un kaiserjaeger portaordini o era caduto un ragazzo in uniforme, non importa se grigioverde o grigioferro. Alla selletta Damaggio ho cercato di immaginare i momenti di concitazione vissuti dal sottufficiale del quale prenderà poi il nome e dai suoi sette mitraglieri che riuscirono a fermare l’attacco austriaco in un momento di crisi della nostra difesa.

    Hai un bel dire Non commuoverti, tu che hai già conosciuto i luoghi dell’eroismo: Adamello, Ortigara, Carso, Isonzo, El Alamein, Nikolajewka. Dovresti essere rotto a tutte le emozioni . Ma quando ci sei, quando le tue orecchie sentono i comandi, le urla, gli scoppi, quando i tuoi occhi vedono i corpo a corpo, il soldato che esce dalla trincea, il conducente che sfida i colpi non potrai mai trattenere la commozione.

    La cerimonia è stata semplice e ben organizzata dalla sezione di Vicenza e dal suo presidente Galvanin: o­nori ai Caduti, prima alla base del Dente italiano dove giacciono tuttora settanta italiani sotto i detriti provocati dalla gigantesca mina avversaria, poi al cippo sul Dente austriaco, che ricorda i kaiserjaeger. Il trombettiere della brigata Julia, cap. magg. Francesco Pozzo, ha suonato il silenzio italiano e quello austriaco: momento struggente. Poi discesa alla chiesetta di Santa Maria, voluta da don Francesco Galloni che la inaugurò il 1º settembre 1961 nel nome di tutti i Caduti del Pasubio.

    Don Galloni è andato avanti ma gli alpini vicentini ne hanno raccolto l’eredità garantendo, nei tre mesi estivi, la presenza di un sacerdote che, ogni domenica, celebra la messa. La partecipazione del popolo alpino è stata totale: tutti i declivi che contornano la chiesa erano occupati; presenti l’onorevole Conte, una decina di sindaci di cui quattro alpini, 19 vessilli, 140 gagliardetti, gonfaloni. Tra gli ospiti il comandante O’ Brian della Marina USA, capo di Stato Maggiore della SETAF di Vicenza accompagnato dal colonnello Bordonaro e una rappresentanza dell’associazione dei kaiserjaeger.

    Ai lati dell’altare il Labaro, scortato dal presidente Perona, la Bandiera di Vicenza decorata di due medaglie d’oro e il gonfalone di Schio decorato di medaglia d’argento. Il coro di Creazzo ha accompagnato il Santo Sacrificio mentre il picchetto d’onore era del battaglione Feltre, presente il comandante, ten. col. Paolo Sfarra. Ha celebrato mons. Ezio Busato, sacerdote con i gradi di generale di brigata, cappellano degli alpini a livello provinciale (cioè di tutte le quattro sezioni vicentine) forte dei suoi 31 anni ininterrotti di cappellano militare e oggi giudice del tribunale ecclesiastico di Venezia e presidente del Nastro Azzurro di Vicenza.

    Ha concluso gli interventi il presidente Perona, il cui padre, alpino, qui combattè e qui fu gravemente ferito: …Ci vogliono questi momenti per convincerci a credere in noi stessi. Il mondo va troppo di fretta; noi invece riflettiamo riuscendo ad affrontare con animo sereno i problemi del momento . Rivolto agli alpini in armi: Quando vi vediamo in divisa è per noi un ritorno al passato, un paragonarvi a noi ventenni e ai vostri nonni di novant’anni fa. Voi siete la loro continuazione; avete la responsabilità di portare quel cappello con la stessa dignità con cui lo portarono i nostri Caduti. E loro qui idealmente vi abbracciano .

    Poi, rivolto a Galvanin: Alpini della sezione di Vicenza, avete meritato sul campo questa manifestazione. Voi siete i custodi del Pasubio, salvandolo dall’oblio. La presenza dell’on. Conte e di tanti sindaci è motivo di grande soddisfazione; compongono l’ANA oltre 4.200 gruppi, dunque ci sono 4.200 sindaci che ci stimano e ci amano. Possa questa collaborazione continuare sulla strada di sempre . Il sole ha ceduto alla nebbia che sale dal piano; il Tricolore, sul più alto pennone, garrisce al vento apparendo e scomparendo tra le folate: momento magico. Mi accingo a partire e mi chiedo: riusciremo a trasmettere questi sentimenti ai giovani di oggi?Non dispero; ripenso a quello studente liceale per il quale il Pasubio nel 1950 non era altro che un viale di Milano.

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