Ortigara: 90 anni dopo

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    Tra il 10 ed il 25 giugno del 1917 si consumava una battaglia che si tramutò in una leggenda. Da quella leggenda il mito degli alpini avrebbe tratto forza e alimento che lo sostengono ancor oggi. Eppure gli alpini avevano combattuto prima su altre cime, che oltretutto li avevano visti vincitori. Dal Pal Piccolo al Freikofel, al Monte Nero e al Cukla, per non scordare le Tofane, i ghiacciai dell’Adamello o le vette quasi Himalayane dell’Ortles, le truppe alpine italiane avevano scritto pagine di eroismo e di abilità tattiche che le avevano imposte anche ad un avversario non certo prodigo di elogi.

    Più tardi, nelle tragiche giornate della ritirata, o ancora dopo, durante la battaglia del Solstizio, altri monti come l’Asolone, il Col Caprile, il Pertica o il Valderoa vedranno altri eroismi non meno grandi di quelli dell’Ortigara e premiati con ben altra generosità. Le poche decine di metri quadrati della sommità del Valderoa contano oltre tre volte le medaglie d’oro delle quote 2101 e 2105. Ma esse rappresentano la storia, l’Ortigara la leggenda! Tanto leggendario fu quel massacro che nemmeno la sua canzone, l’intramontabile Ta pum, si è presa la briga di rispettare la storia. Venti giorni sull’Ortigara, senza il cambio per dismontà , ma gli alpini sull’Ortigara non restarono 20 giorni, ma solo i 15 che vanno dal 10 al 25; e su quota 2105 i sei che vanno dal 19 alla riconquista austriaca.

    Ma era inevitabile che fosse così! Gli alpini erano un mito e mitico doveva essere il loro sacrificio. Perché l’operazione che doveva portare gli italiani, secondo Cadorna, a recuperare almeno la linea Portule Verena Campolongo, lasciandogli così poi mano libera e reparti in più per agire sull’Isonzo si concluse con la distruzione, quasi completa, di 22 tra i più bei battaglioni alpini.

    Dopo l’infausta giornata del 10 giugno, infatti, di fronte alla sola conquista di quota 2101, invece di ripiegare sulle posizioni di partenza i comandi italiani decisero di insistere, di ritentare di ottenere lo sfondamento di una delle più formidabili linee difensive montane mai realizzate. E ritentarono, non solo, ma soprattutto col sangue degli alpini. E gli alpini mostrarono come sapevano morire, come sapevano vincere, come sapevano sacrificarsi nella sconfitta. Prima dell’attacco non erano mancati i mugugni, il morale era talmente basso da preoccupare più di qualche comandante, da provocare le misure disciplinari più drastiche (fucilazioni comprese). Ma durante la battaglia ben pochi si tirarono indietro.

    Ne seppero qualcosa i Rainer di Salisburgo, gli Hessen di Linz, gli Jäger del 20º ed i Kaiserjäger del 4º; i reparti che tornavano dall’Ortigara sono parole del gen. Krautwald non erano più che scorie . Il 25 giugno i Kaisersch tzen, i veri alpini austriaci, riconquistavano le quote 2105 e 2101 strappandole agli alpini, agli artiglieri da montagna, ai bersaglieri. Ma da quelle cime non cacciarono le penne nere. Anche se mozze erano rimaste lì, ad aspettare chi negli anni ’20 sarebbe tornato a raccontarne e a perpetuarne la leggenda.

    Paolo Pozzato