Olivelli, alpino martire per amore

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    La commemorazione a Trezzo sull’Adda da parte di monsignor Barbareschi, suo compagno di lotta nella Resistenza e nel salvataggio di migliaia di ebrei perseguitati.
    Morì nel campo di sterminio di Hersbruck percosso da un kapò mentre difendeva un prigioniero ucraino

    DI ALESSANDRO MONZANI

    Il 17 gennaio 1945 nel campo di sterminio tedesco di Hersbruck moriva per le percosse ricevute da un kapò il sottotenente degli alpini Teresio Olivelli. La figura di questo martire, medaglia d’Oro della Resistenza, è stata commemorata dal gruppo alpini di Trezzo sull’Adda, sezione di Monza, con una cerimonia densa e solenne. Come abbiamo avuto modo di scrivere più volte nel nostro mensile anche in occasione dell’uscita della bella biografia scritta da Paolo Rizzi L’amore che tutto vince , di Olivelli è in corso il processo di beatificazione, sollecitato già trent’anni fa da papa Montini a monsignor Rossi, curatore della causa e vescovo di Vigevano. Mi raccomando Olivelli: merita gli altari , disse papa Montini.

    A Trezzo c’erano centinaia di alpini giunti anche da ogni parte della Lombardia con numerosi presidenti di sezione; c’erano tante autorità, civili e militari, esponenti dell’Associazione partigiani e dell’Associazione combattenti e reduci. C’era il presidente dell’Associazione Fiamme Verdi, la formazione della Resistenza nella quale militò clandestinamente Olivelli e Carlo Tinelli, cittadino trezzese internato numero 44.462 in campo di concentramento. La nostra sede nazionale era rappresentata dal consigliere nazionale Cesare Lavizzari e dal direttore generale Luigi Marca.

    Nella chiesa dei santi Gervaso e Protaso il prevosto don Peppino Ghezzi ha concelebrato una Messa con monsignor Giancarlo Moretti e monsignor Giovanni Barbareschi. È stato proprio quest’ultimo, compagno di Olivelli nella Resistenza e Giusto fra le Nazioni (un riconoscimento che lo Stato di Israele concede a chi ha contribuito a salvare la vita agli ebrei perseguitati dal nazifascismo), a portare una testimonianza sconvolgente per la sua intensità, rendendo pubblici, a sessant’anni di distanza, particolari che disegnano tutto il percorso di vita salvifico che lo ha portato a donare tutto agli altri dalle misere razioni di cibo ai vestiti anche in condizioni terribili e disperate della prigionia.

    L’intervento di monsignor Barbareschi è di così alto profilo che ci costringe a limitare la cronaca: non sarebbe infatti possibile rendere testimonianza a Olivelli, alpino, gigante di carità e di amore, meglio delle parole che monsignor Barbareschi ha pronunciato all’omelia, ascoltato in assoluto silenzio da quanti gremivano la chiesa e che riportiamo nelle sue parti essenziali.

    Non un commento alla parola di Dio scritta e proclamata in questa liturgia, ma il ricordo ed il saluto ad una parola di Dio viva e alla testimonianza resa nella persona e nella vita di Teresio Olivelli. Ciao, Teresio. In questi sessant’anni non ho mai parlato di te, non ho mai parlato della nostra amicizia. Dal novembre ’43 all’aprile ’44, abbiamo faticato assieme per il nostro giornale Il Ribelle , per aiutare gli ebrei perseguitati, per sostenere le Fiamme Verdi in montagna. La prima parola che sgorga dal mio cuore è un grazie immenso Ti ho conosciuto innamorato della libertà di ogni uomo, ti ho visto commosso quando ti ho detto che il fondamento della mia vocazione sacerdotale era in quella frase della lettera di Paolo ai Galati: In libertate vocati estis (siete chiamati a realizzare la vostra libertà, n.d.r.).

    E tu, mi hai risposto con quella frase, poi diventata articolo di fondo del nostro giornale: Non ci sono liberatori, ma uomini che si liberano . Questa è la buona novella, questo è il Vangelo. E continuavano i nostri ragionamenti, solo l’Amore è la concretizzazione della nostra libertà, ogni rapporto con la realtà, con le persone, che non sia un atto d’amore, è un rapporto di dipendenza, di schiavitù. Dipendenza dalle abitudini, dai condizionamenti, dalle emozioni, o dagli interessi del momento. E tu mi dicevi: Si diventa ogni giorno più liberi, od ogni giorno più schiavi . Così è nata, ricordi, la tua preghiera: Signore facci liberi, Signore facci limpidi e diritti.

    Ricordi la prima volta che ci hai letto la tua preghiera, e Carlo Bianchi, padre di tre figli ed in attesa del quarto, che non ha potuto vedere perché è stato fucilato a Fossoli, ti ha fatto aggiungere quella frase: Veglia tu sulle nostre famiglie . Quando Carlo, tuo grande amico, aveva scelto di stare al tuo fianco, prima aveva chiesto che andassi a parlare a sua moglie Albertina. Io sono andato ed ho chiesto ad Albertina: Signora, lei è d’accordo che Carlo rischi, rischi la vita ? , e quella donna mi ha risposto: Sì, perché solo così i figli saranno orgogliosi di lui .

    Così abbiamo camminato assieme, Teresio, in quei mesi, il nostro giornale, le nostre idee, l’aiuto ai perseguitati, ma io devo dire un altro grazie. Grazie Teresio della tua fede, ti ho conosciuto innamorato della persona di Gesù Cristo, e desideroso di testimoniare il suo amore. Dal tuo testamento metto in evidenza alcune frasi: lo hai scritto, quel testamento, su un foglio di carta straccio, il sette agosto del ’44, in un campo di concentramento a Fossoli, e lo hai affidato ad una persona che credevi amica, perché lo facesse arrivare ai tuoi cari.

    Non oso commentare, dico solo che quel testamento è arrivato ai tuoi solo quindici anni dopo la tua morte . Rotto dall’emozione, monsignor Barbareschi, si ferma nel più assoluto ed attento silenzio dei fedeli, per poi proseguire: Così scrivevi: Mamma, quanto amata! , e citi il libro di Giobbe, Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il Signore e gloria a lui nell’alto dei cieli . Potrebbero essere parole abituali se non sapessimo dove e quando le hai scritte, mentre era vicino a te la morte. E aggiungevi: Di gran cuore perdono a tutti coloro che mi fecero del male .

    Io soa chi pensavi in quel momento, pensavi a chi ha tradito e tu sei stato arrestato, pensavi a chi ha parlato e tu sei stato scoperto nel campo di Fossoli, dove eri riuscito a nasconderti Teresio, grazie, vorrei avere la tua fede, e te lo dico io, prete da sessant’anni, felice di essere prete. Ma vorrei avere la tua fede ed il coraggio della tua testimonianza. I miei risparmi continui nel testamento ai poveri di Pavia, di Mortara, di Tramezzo. Al Ghisleri, il Collegio Universitario di cui eri Rettore, il mio Cristo dipinto su tela . C’è una frase che mi hai ripetuto spesso durante le nostre chiacchierate: Nessuno ha un amore più grande di colui che dona la sua vita . E ancora: Qui facet veritatem venit ad lucem (Colui che opera in verità raggiunge la luce, n.d.r.)

    La verità non si dice, la verità si fa perché la verità è vita. Teresio, hai vissuto fino all’ultimo la tua testimonianza di verità. Ricordi quel Natale, in campo di concentramento, quelle piccole cinque patate, che costituivano il pranzo, e tu ne hai donate quattro ai tuoi compagni di prigionia, e dicevi loro: Io non ho fame . Ricordi la difesa di quel compagno, comunista ucraino, che veniva ingiustamente torturato: ti sei ribellato, ti sei messo di mezzo ed hai preso un calcio che ti ha sfondato lo stomaco. Il capo era un polacco, capo baracca, della tua baracca, e tu sei finito in infermeria.

    Ti sei reso conto che stavi per morire ed hai voluto fare un altro gesto: hai donato i tuoi vestiti ad un tuo compagno, tranne la giacca, perché portava il disco rosso dei detenuti pericolosi. Chi ti è stato vicino fino alla morte ci ha detto che le tue ultime parole sono state: Gesù, ti ho amato in terra nella sofferenza, ti amerò in cielo nella gioia . Ed hai voluto pregare per i tuoi cari, per i compagni di lotta, per i nemici. Fra quei compagni di lotta c’ero anch’io, e ti ringrazio di avermi ricordato. Così è morto Teresio. Davanti a questa figura, davanti a questo alpino, davanti a questo cristiano, c’è solo il silenzio e la venerazione. Non osiamo dire più nulla, solo pensare e pregare, per dirti: grazie Teresio .

    Dopo la S. Messa, si è composto l’inquadramento per lo sfilamento attraverso le vie cittadine, con l’alzabandiera e la deposizione di corona di alloro al monumento ai Caduti trezzesi, poi al cippo dedicato ai Caduti della Resistenza ed infine al cippo dedicato dal gruppo alpini a Teresio Olivelli, del quale ha preso il nome.

    Nell’auditorium delle scuole elementari si è svolta la cerimonia civile di commemorazione, con il saluto di Roberto Milanesi, sindaco di Trezzo, di Ermes Gatti, presidente delle formazioni partigiane Fiamme Verdi di Brescia e infine di Cesare Lavizzari, consigliere nazionale ANA, che ha percorso idealmente il dramma di una generazione, di uomini e di soldati, i quali davanti al dolore, allo sfacelo in terra di Russia, ebbero il coraggio di rimettersi a combattere sulle montagne, rischiando di nuovo la vita risparmiata in quell’immane tragedia.