Nikolajewka, un racconto della memoria

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    Questo che segue è un pezzo di storia vissuta in prima persona e raccontata. Il maggior generale, avvocato Enzio Campanella, che fu compagno di gioventù a Roccamandolfi, in provincia di Isernia, del colonnello Raffaele De Filippis, ne raccolse le memorie e ora, per onorare l’amico andato avanti , ne ha scritto una parte. I due ufficiali, il primo combattente sul fronte greco iugoslavo, il secondo in Russia, ritrovatisi dopo il ’43 in Italia, conclusero la guerra prima combattendo
    nella battaglia di Monte Marrone, quella che vide i soldati del rinato esercito italiano a fianco degli alleati contro il comune nemico. Anche gli alpini hanno  fatto la resistenza , soleva dire il colonnello De Filippis, divenuto poi preside di un liceo, a Napoli. Dopo tanti anni, Campanella ha potuto far consegnare dal sindaco di Roccamandolfi, alla vedova del suo eroico amico la medaglia al valore che questi conquistò sul campo, in Russia. Anche questo è un nobile modo per non dimenticare .

     

    DI ENZIO CAMPANELLA E GRAZIA DI PETTA
     
    20 luglio 1942. Stazione di Collegno, Torino. Una bianca crocerossina s’intravede
    muoversi in un andirivieni di scarponi neri e pantaloni alla zuava. Qualcuno sale in treno, dopo breve assenza per riempire la borraccia. Snervante la lunga attesa per il dovuto coordinamento dell’ordine delle tradotte da incolonnare con i necessari intervalli. La Tradotta della 46ª compagnia del battaglione ‘Tirano’, 5º Alpini, è pronta, ma si partirà alle 3 del mattino successivo.
    In una carrozza di prima classe e in una di seconda alloggia il comando compagnia, sei ufficiali e 12 sottufficiali.
    In 26 vagoni, fianco a fianco, 340 alpini, 90 muli, armi e vettovaglie. Quella di Collegno è solo una delle 210 tradotte impegnate a trasferire il Corpo d’Armata Alpino, distinto nelle divisioni ‘Tridentina’, ‘Julia’ e ‘Cuneense’, 57.000 uomini in tutto, verso una comune destinazione operativa: il Caucaso.
    La giovane donna ha una cuffia che le stringe i capelli, li raccoglie nascondendoli sotto il lembo bianco e lascia scoperta la nuca. Gli uomini in divisa le si muovono intorno. Decine di penne nere si sporgono dai vagoni. I cappelli alpini sul capo confondono, sotto la falda, il volto degli alpini che li indossano. Sembrano tutti uguali, lo sono per la passione dei vent’anni e l’orgoglio delle vette raggiunte, ma ogni sagoma è una fetta differente dell’Italia.
    Non c’è ressa di uomini, né folla di parenti e amici al saluto. Lei li guarda, fa gesti d’assenso, sorride. Alcuni sono in piedi, fermi sui binari, altri aspettano annullando il tempo e raccontando all’amico fraterno di sé, del proprio mondo al di là del treno. Fa caldo, e l’afa non accenna a diminuire.
    Passa un alpino con la macchina fotografica in spalla, la vede, pianta il cavalletto sui binari e via. Uno scatto. Sono in quattro. Il primo, tenente Giuseppe Perego nativo di Tirano (Sondrio), ha ventitré anni. Il secondo, nell’atto di fare un brindisi, stringe il bicchiere della staffa. È il tenente Giorgio Staffieri di Trieste. Il terzo, tenente Raffaele De Filippis di Roccamandolfi (Isernia), venticinque anni, ha con sé la fierezza delle alte vette che circondano l’acrocoro del Miletto, il ricordo delle fitte foreste di faggio che si estendono sulle fiancate scoscese del
    massiccio matesino e che ergono, per lunghi tratti, a far da corona alla vasta Piana di Bojano. Ha con sé l’odore di mentuccia, di origano selvatico e ginepro, di tutte le essenze del Matese. Ha dentro di sè l’orgoglio, la riservatezza dei sanniti e una nostalgia infinita del suo paese. Al centro, Antonia Setti Carraro, una croce rossa sul grembiule bianco e un cognome che tornerà caro alla memoria degli italiani, quello di un’altra Setti Carraro, Emanuela, tra le vittime delle stragi mafiose. È il saluto agli uomini della 46ª compagnia Alpini, battaglione ‘Tirano’, 5º reggimento Alpini.
     
     
     
    Il treno attraversa il Brennero, le città di Innsbruck, Monaco di Baviera, Norimberga, Varsavia. Poi si procede verso la linea del Don: Minsk, Gomel, finché i freni stridono sui binari per arrestarsi nella stazione di Gorlowka.
    È il 30 luglio 1942. Intorno si vedono immense distese di grano e girasoli in pieno rigoglio e maturazione. Nessuno avrebbe potuto pensare ad un impiego di alpini in terreno pianeggiante, facilmente percorribile da mezzi corazzati contro i quali si era sforniti di mezzi di arresto adeguati e sufficienti. Alle Panzerdivisionen di Adolf Hitler, dispiegate con tre milioni di uomini, 7184 pezzi d’artiglieria, 3580 panzer, 600.000 mezzi da trasporto protetti da tre flotte aeree, supportate da unità rumene, ungheresi e slovacche si aggiunge l’Armata italiana che comprende in special modo le divisioni alpine ‘Tridentina’, ‘Julia’ e ‘Cuneense’.
    È la più complessa operazione di guerra messa in atto dalla Germania contro l’Unione Sovietica: l’Operazione Barbarossa. Nonostante l’inattesa e rapida avanzata tedesca, nonostante le ingenti perdite russe di uomini serrati nelle ‘sacche’ create dal movimento a tenaglia delle armate corazzate germaniche, i russi irrigidiscono le loro linee difensive, riuscendo a mantenere il controllo di Mosca, Stalingrado e Sebastopoli. Migliaia d’impianti industriali, smantellati prima dell’arrivo dei tedeschi, sono rimessi in funzione nelle aree interne. All’arretramento corrisponde una deliberata volontà di devastazione del territorio,
    di far terra bruciata, prolungando a dismisura le linee di rifornimento tedesche colpendole, poi, con incessanti bombardamenti aerei.
    Le divisioni ‘Tridentina’, ‘Julia’ e ‘Cuneense’ sono reduci dalle operazioni di guerra sul fronte Occidentale e sul fronte greco albanese. Molti di loro, tra cui lo stesso Raffaele De Filippis, affiancheranno i partigiani nella guerra di Liberazione, prenderanno parte all’eroica impresa di Monte Marrone fino alla liberazione di Jesi.
     
     
    Il 16 agosto 1942 i giovani scarponi iniziano le marce nella bassa pianura a turare le falle create dall’offensiva russa, delineatasi ormai in tutta la sua veemenza. Si va a piedi attraverso i boschi di betulle, si prosegue con gli autocarri lungo le strade sterrate che attraversano i campi disseminati di girasoli e papaveri. Si raggiunge il fronte: Woroscilowgrad, sulla linea del Don. L’estate trascorre tra una marcia e l’altra, schivando attacchi e difendendo postazioni. Verso i primi giorni di novembre i reparti di linea del battaglione Tirano si attestano a Nord, sulla sponda destra del Don, in località Belogorje. Le salmerie con l’autocarreggio si dispongono sulle tre basi di Kulschowka, Sergeiewka e Morosowka.
    Il vecchio ‘generale’ non si fa attendere.
    A dicembre inizia il secondo inverno, la stagione preferita per l’offensiva russa, più consona alle loro possibilità in mezzi ed equipaggiamenti. I Russi attaccano, attaccano ed avanzano a largo raggio presentandosi da tergo, sovvertendo tutta la laboriosa e sudata organizzazione difensiva.
    La controffensiva apre brecce minacciose nello schieramento tedesco tra le stesse unità italiane. Nei varchi aperti le unità moto corazzate russe si spingono per circa duecento chilometri verso Ovest riuscendo, con una forte colonna di carri armati pesanti, ad investire Rossosch. Una ventina di carri armati da trentaquattro tonnellate, i T34, procedendo dalle retrovie, irrompono di sorpresa nel centro abitato dove ha sede il Comando di Corpo d’Armata Alpino. È una resistenza impetuosa guidata dal leggendario battaglione ‘Monte Cervino’ al comando del capitano Beppe Lamberti. Nove carri armati russi immobilizzati e undici costretti alla ritirata, ma occorre sottrarsi dalla morsa dell’accerchiamento. Il 5º reggimento Alpini inizia il ripiegamento verso Podgornoje nella steppa ghiacciata di quel rigido inverno, inveterato compagno d’armi delle truppe sovietiche, indomito combattente sulle truppe napoleoniche. È una marcia a ritroso, lunga ed estenuante. Il ‘Tirano’, come tutti i reparti della Tridentina con i suoi reggimenti, fronteggia i Russi a Belogory il 18 gennaio, a Podgornoje il 20, a Skokorib e a Scheliakino il 22, a Warwarowka il 24 dove il Morbegno è distrutto.
    Si arriva nell’abitato di Nikitowka la sera del 25 gennaio tra le isbe squassate da colpi di mortaio. Il mattino del 26 gennaio la marcia riprende, si va verso Nikolajewka. Il gelo attraversa le divise. Gli uomini procedono a fatica sotto la morsa del gelo e della fame. In testa la 46ª compagnia precede la 49ª, segue la 48ª. In coda si trasportano i feriti sulle slitte e le poche armi rimaste efficienti. Si arranca nella neve attraversando il territorio ghiacciato fino a raggiungere la selletta di Arnautowo.
    A 400 metri dal valico i russi investono la colonna con tiri di mortai. Il comandante del battaglione Tirano, il magg. Maccagno, impartisce l’ordine al tenente Perego di andare in ricognizione con il plotone esploratori della 46ª per determinare lo schieramento avversario e l’ubicazione delle katiusce da neutralizzare, mentre le restanti compagnie serrano i ranghi. Non c’è tempo, i russi occupano il valico. Le compagnie alpine dirigono i loro attacchi sui fianchi della selletta e rispondono al fuoco, riescono a bloccare i russi sul versante destro. Il ten. De Filippis con un plotone di armi pesanti, mitragliatrici e squadra mortai, concorre alla riuscita dell’impegno. Sulla neve neanche le bombe riescono ad esplodere. Intorno non si contano gli uomini feriti, gli uomini morti con il corpo riverso sulle mitragliatrici che colorano del loro sangue il manto nevoso. Il tenente Perego cade. I russi si spostano in direzione di sinistra, ripiegano lasciando le posizioni. Il battaglione Tirano non cede, impegnandosi fino all’estremo delle proprie forze riesce ad aprire un valico per Nikolajewka e i russi arretrano lasciando sul campo feriti, armi e munizioni.
    Si cade in ginocchio nella neve, ma gli alpini della 46ª compagnia non abbandonano i loro compagni d’armi, raccolgono i feriti e li sistemano sulle slitte. Si stringono intorno al loro comandante, tutti, portaferiti e alpini del comando di compagnia, piangono compostamente, cantano una nenia alpina al capitano Grandi che, colpito all’addome da un colpo di mortaio, ‘..l’è ferito, l’è ferito e sta per morire!..’. È lui stesso a chiederlo, è il canto del capitano morente che vuol dividere il suo corpo in cinque pezzi I superstiti salutano i loro eroi, uomini di vent’anni, fratelli di una generazione in guerra.
    26 gennaio, si riprende a marciare. Nove giorni di combattimento estenuante, cento passi, altri ancora con il freddo che gela i pensieri e le dita. Uno dietro l’altro, a testa bassa! Di fronte Nikolajewka: un’immensa pianura circoscritta sui due lati da basse colline attraversate da un viadotto ferroviario che precede, come un terrapieno di protezione, il centro abitato.
    I russi, arroccati nelle isbe rosse, sparano senza sosta a tiro curvo dietro il terrapieno. Dall’alto, gli aerei scendono per mitragliare a bassa quota. Ma di là c’è l’Italia. Quei giovani uomini, con le mani indurite dal freddo e i piedi gelati negli scarponi con le suole sfondate combattono per se stessi e per chi di loro non tornerà. Compatti si attacca, si procede, si ristabiliscono le posizioni. Dietro la curva della ferrovia c’è l’obiettivo.
    Tutti di là, trenta passi ancora, questa volta solo trenta, uniti, compatti. Armi in pugno si corre, si grida, si trascinano le slitte. I Russi, increduli, subiscono l’offensiva. Abbandonano le posizioni. Nikolajewka! È finita.
    È notte quando gli alpini superstiti raggiungono il centro abitato. 27 gennaio 1943. Ognuno marcia in silenzio con se stesso, con il capo chino e gli elmetti sporchi. In pochi, si va verso Ovest, verso l’Italia. Tra questi il tenente Raffaele De Filippis di Roccamandolfi, Croce di guerra al valore militare sul campo, con significativa motivazione ‘Comandante di plotone mitraglieri alpini, in aspro combattimento che impegnava duramente il suo battaglione, nonostante micidiale fuoco avversario, dirigeva il tiro efficace delle sue armi contribuendo a stroncare la resistenza nemica. Dava prova di calma, serenità e sprezzo del pericolo. Nikolajewka. 26 gennaio 1943’. La memoria rende onore alla Storia, agli uomini, alle giovani vite recise sul campo.
     
     
    BIBLIOGRAFIA
    Aldo Rasero, ‘5º Alpini’, Manfredi editore, Rovereto. Alfio Caruso, ‘Tutti i vivi all’assalto’, Longanesi editore, Milano. Nuto Revelli, ‘Le due guerre’, Einaudi editore, Torino. Giorgio Gaza, ‘Urlo nella steppa’, Mursia editore, Milano. Atti del convegno di Corinaldo ‘Dalle Mainarde al Metauro con il Corpo Italiano di Liberazione’, 22/06/1994, Ass. Nazionale Guerra di Liberazione.