Nel ricordo dei mille alpini del ‘Galilea’

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    È diventato ormai un appuntamento irrinunciabile per gli alpini quello del 28 marzo presso la chiesetta di San Giovanni, appena sopra il bel paesino di Muris di Ragogna, poco lontano dal colle nobile di Cividale del Friuli. La data fa parte della lunga sequenza di episodi di guerra che abbiamo l’abitudine di ricordare per non cadere nell’indifferenza verso il sacrificio di tante vite spazzate via dal flagello della guerra.

    Quasi mille giovani alpini sui vent’anni, nelle acque gelide del braccio di mare che separa l’Italia dall’Albania, sono periti a causa dell’affondamento della nave Galilea che doveva riportarli in Patria dopo le tristi e gloriose vicende sui monti della Grecia. Erano le ventidue e quarantacinque del 28 marzo 1942 quando un siluro inglese centrò e affondò una delle dodici navi del convoglio della Marina Militare Italiana diretto verso le coste salentine.

    In gran parte erano alpini del battaglione Gemona. Una tragedia che ha profondamente toccato l’immaginario collettivo delle penne nere e soprattutto delle genti friulane, che fin dal 1947 dedicarono ai Caduti della Julia la bella chiesetta sorta su un colle che domina l’ampia pianura sottostante. Nulla di più appropriato che ricordare i giovani del Galilea e di tutte le guerre su quello splendido poggio scelto fin dal 1298 da due eremiti, Dietrico e Lurico, come luogo di meditazione e di preghiera. Il tempio subì, nel tempo, prima i segni della decadenza e dell’abbandono, poi la completa distruzione nel corso della Prima Guerra Mondiale e successivamente con il terremoto del 1976.

    Non tardò però a tornare alle sue belle linee originali. Dietro l’altare conserva ancora un bell’affresco trecentesco. Di fronte, in un’amena insenatura è stato realizzato, a somiglianza di un’ampia vela di marmo chiaro, un monumento con i nomi dei caduti del naufragio. Quest’anno a rendere gli onori, oltre ad una folta presenza di autorità civili, militari, religiose, associazioni d’arma e tanti alpini c’era anche il presidente nazionale Corrado Perona con il Labaro, accompagnato dal vicepresidente vicario Marco Valditara, i consiglieri nazionali Giuliano Chiofalo, Nino Geronazzo e il revisore dei conti Ernestino Baradello.

    Gli onori cadi casa erano affidati al presidente della sezione di Udine Dante Soravito de Franceschi. Cerimonia semplice, alla presenza del comandante della Julia gen. Gianfranco Rossi, di un picchetto armato dell’8º reggimento Alpini, con il suo colonnello Andrea Piovera, della fanfara della Julia, del coro Amici della Montagna di Ragogna, della MOVM professoressa Paola Del Din, sorella di un’altra MOVM, tenente degli alpini, di tanti vessilli e gagliardetti ANA del Friuli e oltre.

    A rendere più suggestiva e commovente la cerimonia c’erano tre superstiti di quel drammatico naufragio: Onorino Pietrobon, Luciano Papinutto, Giovanni Zuliani (assente Antonio Ferrante di Ruffano, che di solito si presenta con la sua divisa grigioverde) oltre ad alcuni reduci di Russia. Seduti accanto all’altare, allestito proprio davanti al monumento con le lunghe file di nomi, i nostri combattenti sembravano un po’ smarriti e allo stesso tempo contenti di vedere tanta gente a festeggiarli. Il sindaco di Ragogna, Mirco Daffarra, nel suo intervento, oltre al saluto, ha richiamato l’attenzione sulle tragedie della guerra e sulla necessità di non considerarla come una costante da cui l’umanità non riesce a liberarsi.

    Il presidente Perona nell’esprimere ai presenti il suo compiacimento per la bella manifestazione ha rivolto parole di ammirazione e di affetto nei confronti dei reduci, ricordando che tra loro e i bocia’ in armi c’è un filo diretto che li accomuna: la fedeltà al dovere e alla Patria. Il comandante della brigata alpina Julia, Gianfranco Rossi, ha ribadito che il giovane in armi trae da queste cerimonie motivo per rafforzare il significato della sua scelta sull’esempio di chi, prima di lui, ha operato in nome di un servizio importante reso al proprio paese.

    La cerimonia si è conclusa con la deposizione di sei corone di alloro, segno di testimonianza solidale da parte della comunità civile e delle associazioni d’arma per i loro Caduti nella tragedia del Galilea, con la resa degli onori e i tre rintocchi della campanella che ogni sera ricorda l’evento. Restano sospese nell’aria, nel silenzio che per qualche minuto protegge quel luogo sacro, la sensazione piacevole della primavera sbocciata sugli irti pendii ricoperti di fiori, e la commozione da cui non ci si libera andando col pensiero a chi quelle emozioni se le è viste portare via dalle onde del mare.

    Vittorio Brunello


    Inghiottiti dal mare, tornando a casa

    Con un appassionato intervento, il presidente nazionale Corrado Perona ha rievocato a Chions (Pordenone) il 14 marzo scorso la tragedia del Galilea, celebrando il 68º anniversario dell’affondamento del piroscafo che trasportava il battaglione ‘Gemona’: 23 ufficiali, 27 sottufficiali, 639 alpini, tre ospedali da campo, ufficiali del comando di reggimento, militari con foglio di licenza in tasca: in totale 1.532 persone.

    Ne sopravvissero solo 246. Ho ascoltato anni fa la storia del siluramento della nave dalla viva voce del sergente Maccagno, un reduce della mia zona. Il suo è stato un racconto sconvolgente. Da allora non ho voluto leggere alcuna testimonianza: credo che nessuna sarebbe stata più drammatica né avrebbe potuto aggiungere nulla per dare l’idea di quella notte .

    Anche nel ricordo di quei giovani che risposero al richiamo della Patria, Perona ha esortato gli alpini di oggi a mantenere il loro senso di responsabilità, portando lo zaino carico di impegno e disponibilità verso le loro comunità e le istituzioni, sostenendole ed aiutandole. Un impegno riconosciuto dalla presenza di esponenti delle alte istituzioni regionali, provinciali e comunali, nonché da numerosi sindaci del territorio e dai rappresentanti dei comandi militari, dal comando della Julia e dell’8º reggimento, ai carabinieri, al comando di Marina.

    Infine, rivolgendosi al presidente sezionale Giovanni Gasparet, Perona ha lodato l’impegno della sezione di Pordenone che non ha mai detto di no, anche nei momenti difficili e impegnativi, al richiamo della sede nazionale . Facevano ala al vessillo della sezione di Pordenone, il vessillo dell’Associazione Naufraghi del Galilea, i vessilli delle sezioni ANA di Cividale col presidente Petrigh, Conegliano, Palmanova, Udine col presidente Dante Soravito De Franceschi e Venezia con il consigliere nazionale Franco Munarini.

    Tra le numerose Associazioni presenti, spiccavano i Marinai d’Italia con numerosi gruppi. All’omelia della Messa, don Albino D’Orlando, già cappellano della brigata alpina Julia, ha rivolto un pensiero alle famiglie dei naufraghi. Particolarmente gradita la partecipazione degli alunni della 4ª elementare che hanno donato a Perona una composizione sull’avvenimento. Al termine della Messa, il presidente si è intrattenuto con alcuni naufraghi, Luciano Papinutto, Onorino Pietrobon, Bruno Galet e col marinaio Giacomo Gregoris, di Grado, ultimo superstite della torpediniera Antonio Mosto , l’unità che, sfidando il pericolo dei sommergibili nemici, salvò 213 naufraghi sui 284 sopravvissuti.

    La manifestazione si è conclusa con un momento conviviale nei locali della parrocchia, allietato dal concerto della Banda Alpina di Orzano. Il giorno prima, sabato 13 marzo, il presidente Perona aveva fatto una visita a quattro gruppi della sezione di Pordenone: Villotta Basedo, Fiume Veneto, Azzano Decimo e Chi
    ons, nei quali era stato accolto con molto entusiasmo e grande riconoscenza.

    Daniele Pellissetti

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    Sono qui per miracolo

    Giovanni Zuliani, superstite del Galilea, 89 anni ben portati, mente lucida, dichiara le sue generalità come fosse davanti al suo comandante: classe 1921, 8º reggimento Alpini, battaglione Gemona, 69ª compagnia. Tento di fargli delle domande ma mi rendo conto che quando comincia a parlare della sua odissea nelle acque dell’Adriatico è come aprire una diga e lo ascolto.

    Quando vado indietro col pensiero a quella sera del 28 marzo 1942 domando a me stesso: come ho fatto a superare quella tragedia?Eravamo in tre sotto la grande scala che porta al piano superiore della nave; poco lontano da dove è entrato il siluro. Lo scoppio fu enorme e rimasi tramortito.

    In breve l’acqua raggiunse i due metri, cominciai a bere e dopo poco riaprii gli occhi. Nessun segno dei due compagni. Sapevo un po’ nuotare e grazie ad una luce che intravidi attraverso una parete andata in frantumi, mi accorsi che la scala non c’era più. Cercai di arrampicarmi non so come, afferrando quello che mi capitava sottomano, e dopo parecchi sforzi riuscii a raggiungere il piano superiore. Lì c’era un altro militare; ci avvicinammo alle porte stagne che erano chiuse.

    Tentammo di aprirle senza riuscirci. Cercammo un’altra uscita, niente. Eravamo in trappola. Il mio compagno preso dal panico si gettò con tutta la forza che aveva in corpo contro una porta che si aprì, ma cadde a terra. Preso dalla furia di uscire finii per sbattere la testa contro uno spigolo, mi ferii (mostra una lunga cicatrice nel mezzo della fronte) e cominciai a sanguinare abbondantemente. Arrivai finalmente in coperta e lì c’era una confusione indescrivibile. Nessun ufficiale era in grado di dare ordini. Solo il comandante della nave riuscì in qualche modo a gridare: Non buttatevi in mare.

    Quelli che lo hanno fatto sono già tutti morti. Ho telegrafato a tutte le unità che sono in questo tratto di mare e presto arriveranno i soccorsi . Aspettammo un tempo che ci sembrò un’eternità e quando l’acqua cominciò ad arrivare in coperta, il capitano della nave, sempre al suo posto, a gran voce gridò: Ragazzi, chi può salvarsi, si salvi . Restai sulla nave fino all’ultimo. Eravamo ormai solo una ventina, fin quando decisi di buttarmi in acqua. Il mare era agitato, non avevo salvagente e cominciai a nuotare.

    Restai cosciente dalle tre alle sette del mattino, aggrappato a qualcosa che galleggiava, poi pian piano la vista cominciò ad annebbiarsi, non vedevo più le mani, non c’era nessuno attorno a me, né vivo né morto. Pensai che ormai era arrivata la mia ora. È stato un momento terribile.

    Ho rivolto un pensiero alle persone care: il papà morto quand’ero bambino, la mamma, il Signore. Ho pregato e promesso che se mi fossi salvato avrei fatto per tutta la vita solo del bene a chi ne avesse bisogno. Ho perso i sensi e mi risvegliai verso le tre del pomeriggio su una motonave. Mi si avvicinò un marinaio e guardandomi mi disse: Quando ti abbiamo raccolto facevi pietà .

    Sbarcato al porto di Prevera (Grecia), fui trasportato in ambulanza all’ospedale e il giorno seguente passò per i letti dov’eravamo ricoverati un marinaio che, scorgendomi, si fermò e mi puntò gli occhi addosso. Incrociò le braccia, scosse la testa e disse: Sei qui per miracolo. Quando ti abbiamo visto aggrappato a due tavole, con gli occhi chiusi, la testa piegata abbiamo pensato che eri morto e avevamo deciso di lasciarti lì. Ci abbiamo ripensato ed ora sei salvo .

    Solo due volte la commozione gli abbassa la voce e inumidisce gli occhi: quando ricorda la mamma e quando ripete le parole del marinaio: Sei qui per miracolo . (v.b.)

    Pubblicato sul numero di maggio 2010 de L’Alpino.