Monumenti viventi

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    “Gesù dov’eri? Dov’eri settant’anni fa? Dov’eri quando i reduci erano in Russia a 19, 20 anni?”. Con queste parole don Alberto Casella, cappellano della sezione di Imperia, ha aperto l’omelia, alla Messa celebrata in occasione del 65° raduno nazionale al Colle di Nava, il 6 luglio scorso. “Non ho risposte – ha continuato don Casella – ma vi leggo le parole di chi ha vissuto sulla propria carne quei momenti”.

    «La notte di Natale calò sulla distesa bianca; era patetica e struggente come solo i soldati in trincea la sentono, lontani da ogni bene, dispersi nel silenzio, prossimi alle stelle. Il cappellano pregava con fervore ma un poco in fretta, perché gli alpini tremavano di freddo, quarantadue feroci gradi sotto zero, ma erano venuti da Lui. Stavano fermi e buoni nella neve, le ginocchia sprofondate nel bianco parevano di ghiaccio; tenevano la testa bassa a dire le loro semplici preghiere e ogni tanto l’alzavano a guardare il chiarore delle due candele. Vedi, Bambino Gesù -forse diceva il suo cuore mentre gli occhi scorrevano sulle righe del messale – questi sono gli alpini che fanno la guerra. Ma non ne hanno colpa, Tu lo sai. Sono stati mandati, e devono ubbidire. Preferirebbero lavorare tranquilli nelle loro case, per i loro figli e per le mogli che sono rimaste sole, e per i vecchi. A loro non manca la buona volontà di servirTi in pace proprio come vorresti Tu, Pax hominibus bonae voluntatis. Vedi invece dove sono finiti e come soffrono, che vita fanno! Guardali come sono ridotti, quasi peggio di Te quando nascesti: hanno solo un po’ di fradicia paglia per sdraiarsi; Tu almeno avevi, scusa, il bue e l’asinello a riscaldarTi col fiato. Loro, no».

    Un’omelia originale, breve, incisiva che ha commosso quanti al Colle di Nava hanno voluto ricordare gli oltre 13.000 Caduti e dispersi della Divisione alpina Cuneense, che questa cerimonia onora dal 1950. Il raduno era iniziato il 5 luglio sera con la 16ª edizione del Cantamontagna. Il coro alpino Monte Saccarello ha ospitato il coro “Bric Boucie” di Pinerolo ed insieme hanno percorso in musica le orme della storia degli alpini nella Grande Guerra, nella seconda guerra mondiale, in montagna, nelle storie di emigrazione e nella preghiera, semplice e diretta come gli alpini sanno rivolgere. I cori hanno cantato con il cuore, scaldando il pubblico che ha risposto con applausi calorosi. Poi, tutti al Sacrario dove riposa il gen. Battisti, a rinnovare il rito del falò, davanti al quale le vecchie colonne della sezione di Imperia hanno narrato le storie dei reduci, sempre quelle, commoventi e autorevoli. Il raduno al Colle di Nava è nazionale, dicevamo, ma il suo richiamo va oltre questa qualifica.

    Quasi ogni famiglia del basso Piemonte, della Liguria e dell’alta Toscana ha avuto un Caduto o un disperso nella steppa gelata. Quasi ogni famiglia è stata mutilata nella carne viva della propria gioventù e il pellegrinaggio al Colle di Nava è più che un dovere: è un imperativo del cuore per non dimenticare. Lo ha ricordato il presidente sezionale Vincenzo Daprelà nel suo saluto: “Gli alpini non fanno solo feste ma sanno andare in pellegrinaggio in luoghi come Nava. In questi anni di rievocazione della Grande Guerra ho invitato a portate i bambini a visitare i luoghi sacri della storia: spiegate loro che i monumenti non sono solo pietre ma ricordano ragazzi come loro, caduti per il dovere; insegnatelo anche a loro, per non dimenticare”.

    Gli applausi, non di circostanza, sono stati ancora più calorosi per il gen. Marcello Bellacicco, vice comandante dell’Allied Rapid Reaction Corps della Nato: “L’aria che respiriamo qui a Nava è carica del profumo di questi uomini che hanno imparato dall’uniforme che dare viene molto prima di ricevere. Penso fermamente che gli alpini in armi di oggi sono all’altezza degli alpini in Russia che qui commemoriamo. Le contrade di ieri – ha continuato il gen. Bellacicco – oggi sono estese a tutto il mondo; la gente del paese è diventata il mondo intero che soffre, senza pace. Ed è anche grazie al sacrificio degli alpini di Russia che gli alpini di oggi possono compiere il loro dovere in nome dell’Italia”. Ha chiuso le orazioni il vice presidente nazionale vicario Renato Zorio che ha ricordato il valore e la testimonianza dei reduci ancora presenti al Colle di Nava, seppur in numero sempre minore.

    Presenti anche i consiglieri nazionali Buttigliero, Cordiglia, Curasì, Greco e Lavizzari. Sono seguiti gli onori ai Caduti, resi dal vice prefetto Lazzari, dal presidente del Consiglio Provinciale Piana, dal generale Bellacicco, dal vice presidente nazionale Zorio, dal presidente sezionale Daprelà e dall’assessore del Comune di Pornassio Sappa. Una cerimonia toccante, vissuta nel silenzio rispettoso dei numerosi partecipanti, impreziosita dalla fanfara della brigata alpina Taurinense e da un picchetto armato del 2° Alpini di Cuneo. Anche a loro va il grazie della sezione di Imperia.

    Gian Paolo Nichele

    IN MEMORIA DEL TEN. BRACCO

    La sezione di Imperia ha voluto rinnovare la memoria del tenente Angelo Bracco con la posa di una targa al Sacrario della Cuneense al Colle di Nava. Il ten. Bracco figura tra i rifondatori, nel secondo dopoguerra, della sezione di Imperia e del gruppo di Porto Maurizio, paese in cui nacque nel 1917. Eccellente sportivo, di carattere vivace e goliardico, trasfuse la sua esuberanza anche nella vita militare. Da sottotenente al battaglione Mondovì partecipò alla Campagna greco- albanese al comando di un plotone di arditi assaltatori, ottenendo per le sue azioni, tre Medaglie di Bronzo al Valor Militare. Promosso tenente partì per la Russia, sempre nelle file del Mondovì, al comando di un plotone di arditi della Compagnia Comando, con il quale riconfermò le sue eccellenti doti militari anche nel corso della ritirata, meritandosi la Medaglia d’Argento al Valor Militare.

    Durante la ritirata venne catturato dai sovietici e iniziò l’odissea nei campi di prigionia con il concittadino Carlo Ghiglione, tenente del Gruppo Val Po e il ventimigliese Beppe Cumina, s.ten del btg. Vicenza della “Julia”. Rientrò in Italia nell’estate del 1946. Ritenuto non più idoneo alla vita militare a causa del congelamento ai piedi, venne congedato. Ritornò alla vita civile, prima come maestro elementare e quindi come commerciante. A metà degli anni ’50 emigrò in Ecuador. Le sue spoglie riposano nel cimitero di Porto Maurizio.