Ma che caldo fa

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    Il primo, serio allarme venne lanciato nel 1992: uno studio sul clima effettuato dalle Nazioni Unite rilevò un anomalo riscaldamento terrestre. Ad analoga conclusione erano giunti i curatori di uno studio della Commissione europea per l’ambiente: a causa del progressivo aumento della temperatura nel 2010 si ipotizzava sull’arco alpino non ci saranno nevicate al di sotto dei 1500 metri, con conseguenze negative per il turismo invernale di rinomate stazioni turistiche come Cortina, Gstaad, Courmayeur, Kranjska Gora, ecc. Si parlò di un inquinamento provocato da gas come i Cfc (clorofluorocarburi), anidride carbonica (CO2), ossido di azoto (N2O).

    Si tratta di gas che hanno la capacità di assorbire il calore delle radiazioni solari rimbalzate sulla superficie terrestre: più cresce la loro concentrazione e più aumenta la quantità di calore intrappolata nell’atmosfera e dunque la temperatura del nostro pianeta. Le cause di questo complesso fenomeno vennero individuate nella deforestazione selvaggia, nei gas della produzione industriale, nella combustione di gasolio e metano. In pochi anni si resero più evidenti le conseguenze dell’effetto serra, con la riduzione dei ghiacciai sull’arco alpino, ma soprattutto con la riduzione delle calotte polari (al ritmo del 2,7 per cento ogni 10 anni dal 1978) e conseguente innalzamento del livello dei mari.

    A causa degli inquinanti rilasciati in atmosfera, sin dalla metà degli anni settanta questa periodica diminuzione è diventata sempre più grande, tanto da indurre a parlare del fenomeno come del buco dell’ozono . Collegato ai gas serra è il fenomeno della riduzione della fascia di ozono, un gas costituito da tre atomi di ossigeno (O3) e che rappresenta un vero e proprio schermo nei confronti delle pericolose radiazioni ultraviolette (raggi UV) provenienti dal sole.

    Il problema è estremamente importante in quanto una riduzione dell’effetto schermante dell’ozono comporta un conseguente aumento dei raggi UV: l’eccessiva esposizione a questi raggi è correlata ad un aumento del rischio di cancro della pelle. Ma influiscono anche, negativamente, sui processi di fotosintesi sia delle piante che del fitoplancton che si trova alla base della catena alimentare marina.

    Ovviamente le teorie che dipingevano un drammatico destino per la salute della Terra sono state avversate da teorie contrapposte soprattutto dalle grandi multinazionali del petrolio. In questo clima è proprio il caso di dirlo si è aperta la conferenza di Kyoto, in Giappone, nel dicembre del 1997. Prevedeva una riduzione della produzione di gas serra nei Paesi industrializzati non inferiore al 5,2 per cento entro il 2012 rispetto alla produzione base del 1990, preso come anno di riferimento. Sorvoliamo sulle successive prese di posizione di Paesi ricchi e poveri, industrializzati o in via di sviluppo.

    I primi occupati a conquistare sempre maggiori spazi nel mercato mondiale, i secondi disposti a ridurre il divario producendo con impianti primitivi e altamente inquinanti ma economici. E siamo ai giorni nostri, a previsioni più fosche, a interrogativi non più rinviabili come è stato sottolineato dalla recente Conferenza di Parigi. E cioè che la temperatura del pianeta sta progressivamente aumentando, che ai ritmi attuali sarà mediamente più alta di 1,8 4 gradi, con conseguente scioglimento dei ghiacci polari e aumento del livello del mare dai 18 ai 58 centimetri.

    La causa di questo fenomeno?Al 90 per cento è antropica, cioè dovuta all’uomo. Come correre ai ripari?La conferenza di Parigi si è conclusa con l’impegno alla diminuzione dei gas serra (da produzione industriale e riscaldamento) del 20/30 per cento entro il 2020, un deciso ricorso allo sfruttamento di energie rinnovabili e a bioenergie, infine una riduzione da parte delle industrie delle emissioni di anidride carbonica del 60 80 per cento entro il 2050. La generale, anche se tardiva, sensibilizzazione della gente induce all’ottimismo, quella dei governi un po’ meno.

    Ci auguriamo di assistere a una generale riduzione dei fenomeni climatici sub tropicali (che determinano lunghi periodi di siccità, temporali violenti, alluvioni e altri fenomeni estremi), a una rigenerazione dei nostri ghiacciai, al ritorno della neve anche a basse quote, al ritorno del naturale equilibrio climatico. Parliamo della montagna non solo perché ci consideriamo suoi figli, ma perché tutto ciò che avviene in pianura accade prima in montagna, della quale siamo fedeli custodi. (ggb)