L’utilità della naja

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    Gaetano Giugliano nella lettera pubblicata sul numero di maggio fonda la sua contrarietà al ripristino del servizio militare obbligatorio asserendo che durante la naja “si controllava solo la polvere su scaffali ed armadietti e si faceva la caccia alla ragnatela”.

    Premesso che la pulizia della caserma ed i servizi di corvèe non erano un’attività disonorevole, l’affermazione è alquanto riduttiva di ciò che facevano in realtà i reparti alpini di leva: noi alpini ricordiamo tanto l’addestramento formale quanto quello al combattimento e soprattutto alla vita in alta montagna per mesi, d’estate e d’inverno, oltre alla piena disponibilità a costituire, in servizio ed in congedo, una delle componenti determinanti della protezione civile nazionale. Anche in campo operativo nelle missioni all’este ro le unità alpine di leva dimostrarono piena professionalità come riconosciuto dalle delegazioni straniere, ad esempio, in Mozambico nell’operazione Albatros: prima e unica operazione di peacekeeping che ebbe pieno successo. Ciò secondo il principio che, quando si è chiamati ad operare in zone anche lontane dalla propria caserma stanziale, un reparto militare, sia in pace sia in guerra, deve essere completamente autosufficiente senza avere al seguito una ditta per le pulizie e un’altra per il vettovagliamento. Non si trascuri poi la funzione fondamentale che assolveva la leva obbligatoria sotto i profili del censimento sanitario dei giovani e sulla prima verifica del loro comportamento fuor di famiglia e dopo la scuola: non si può negare, in sostanza, che la vita militare contribuiva efficacemente anche alla formazione civica dei giovani arruolati.

    Marco Preioni, Domodossola

    A sentire qualche lamentoso sembra che abbia passato la naja con lo straccio per la polvere in mano. Ma, o non era capace di fare altro, oppure si è imboscato volutamente. Ma il servizio militare è stato per tutti noi ben altro e ben più importante.