Lezione di semantica

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    Gentile direttore, innanzitutto mi unisco al generale Giorgio Blais per gli elogi al numero del Centenario, veramente ben fatto. Scorrendo le “Lettere al direttore” noto con una certa curiosità filologica la discussione sull’uso dei termini “patria” e “paese”. L’alpino Sergio Bottinelli ha ragione, evitando la parola “Patria” il Presidente Mattarella ha voluto adeguarsi all’uso attuale, che legge Patria come una esaltazione di valori passati, insomma politicamente non più corretti. In realtà Patria e Paese non sono affatto sinonimi e il loro uso rimanda ad una semantica ben precisa, radicata in una storia sia linguistica che sociale. Con “paese” infatti (voce dello Zingarelli) si indica “il complesso dei cittadini di una nazione o di uno Stato”, mentre con “patria” si riferisce al “paese comune ai componenti di una nazione, cui essi si sentono legati come individui e come collettività sia per nascita sia per motivi psicologici, storici, culturali”. Questa differenza fondamentale di significato deriva dall’etimologia dei due termini: “paese” viene dal latino pagus, “villaggio” e in origine indicava addirittura il cippo di confine di un terreno, mentre “patria” deriva da “terram patriam”, cioè da “pater”, padre. Mentre “paese” indica una comunità in senso generico, “patria” evoca il legame che abbiamo con le nostre radici (la “terra dei padri”) come si vede chiaramente ad esempio nello svedese “fosterlandet” (terra degli antenati), o nell’inglese “fatherland” che indica, secondo il dizionario Collins, l’orgoglio per la propria terra di origine. Il tedesco Heimat fa riferimento, come nell’ungherese, ad una casa ancestrale, intesa sempre come comunità di tradizioni. In conclusione, “patria” è il termine da usarsi in un contesto come quello militare, si combatte, si muore, purtroppo, per la Patria, non per il “paese”, cosa peraltro ovvia per i francesi, che mai canterebbero “allons enfants du Pays”, invece che “de la patrie”. Le parole hanno un loro preciso significato, e il Presidente Mattarella, uomo di cultura, ne è ben cosciente. Per questo mette il Paese al posto della Patria. Purtroppo.

    Luigi G. de Anna, Sezione Nordica

    Caro professore, grazie per questa lettera che descrive con acribia le differenze semantiche delle parole: Patria, nazione e Paese. Purtroppo lei mi insegna che l’uso dei vocaboli risente del tempo in cui transitano. Penso ad esempio al pronome personale “gli”, singolare e maschile: ho incontrato un alpino e gli ho parlato. Se quando andavo a scuola avessi scritto gli per una donna, anziché il le, mi avrebbero dato 4 con tanti saluti. Oggi si usa indistintamente e nessuno ne fa più problema. Per tornare a Paese, ritengo che siano almeno tre i motivi dello… slittamento che è avvenuto in questi anni. Il primo è legato al fascismo che ha fatto del nazionalismo una arrogante affermazione di supremazia, con il rischio di coinvolgere anche il concetto di Patria, quasi che dichiararsi patrioti rimandasse a quella logica. Un secondo motivo è legato alla complessità dello scenario sociale. Oggi in Italia ci sono oltre cinque milioni di immigrati regolari, provenienti da diversissime culture. Dire Paese vuol dire parlare anche a loro, sapendo bene che hanno radici culturali molto diverse. Infine Patria e nazione fanno fatica a decollare perché siamo molto campanilisti. Anche girando per il mondo senti spesso l’orgoglio di chi ti dice: io sono di Verona, io di Napoli, io di Asti, io, io… Può sembrare piccola cosa, ma il campanilismo è una componente erosiva, che lascia il segno.