Le voci di Nikolajewka

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    Per dirla con le parole di Charles Dickens (da Grandi speranze), qui a Campolongo è “uno di quei giorni in cui il sole splende caldo e il vento soffia freddo: quando è estate nella luce e inverno nell’ombra”. Non trovando di meglio da fare, guardo dalla finestra le cime delle Tre Terze ancora bianche di neve, ma davanti agli occhi continuano a passarmi gli articoli di giornale che mi è capitato di leggere nei giorni scorsi, e sui quali non riesco a fare a meno di rimuginare: dal deturpamento dei simboli di pace e fratellanza tra alpini e popolazione russa a Rossosch e Nikolajewka, fino alle ancor più tristi polemiche legate all’istituzione della Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini, e in particolare alla scelta della data del 26 gennaio.

    Polemiche tanto più tristi quando rinfocolate dagli stessi membri di un’unica famiglia: sì, da alcuni tra gli stessi alpini! Tuttavia, mi sforzo a voler credere che, tra i nostri, quanti vanno affermando che sarebbe stato meglio scegliere un’altra data, intendano così smorzare in un certo qual modo le polemiche portate in auge dalla stampa nazionale e far passare il messaggio che per noi l’importante non è la data, fine a se stessa, ma il significato ben più profondo che l’istituzione della Giornata racchiude. Fuori dal grande e variegato mondo alpino, sul medesimo argomento, sono rimasto colpito da un pezzo apparso su Avvenire a firma di Angelo Picariello.

    L’articolo riporta le severe prese di posizione adottate dalla Società italiana per lo studio della storia contemporanea, dalla Società italiana degli storici medievisti, e dalla Società Italiana per la Storia dell’Età Moderna. Se indiscussi e indiscutibili restano il valore ed il rispetto riconosciuti al Corpo degli alpini (e di riflesso quindi alla nostra Associazione), il nodo gordiano rimane sempre quello: la battaglia di Nikolajewka, il 26 gennaio. «La data scelta» – si legge nell’articolo – «…non si collega all’intera storia e all’impegno anche umanitario del Corpo, bensì ne isola, celebrandola, un’impresa militare – la battaglia di Nikolajewka – condotta all’interno di una guerra di aggressione dell’Italia fascista, per di più in regioni oggi sconvolte da un’altra invasione».

    Ora, io di sicuro non sono degno neppure di sciogliere i legacci dei sandali agli esimi esperti, ma ne approfitto per dire, alla maniera alpina, diretta e schietta, il mio punto di vista sullo spinoso argomento. Anche lo scolaro più distratto e lo studente più immeritevole sanno che la battaglia di Nikolajewka è una delle tante combattute dagli alpini (insieme alle altre Unità del Regio Esercito) nel contesto di una guerra di aggressione condotta nei confronti dell’Unione Sovietica tra il 1941 ed i primissimi mesi del 1943, nella quale i russi si difendevano e combattevano per cacciare gli invasori dalla loro terra. E non occorre stare neanche minimamente a discutere, oggi, su chi fosse dalla parte della ragione e chi dalla parte del torto, dato che ciò è assodato da un pezzo.

    A mio avviso, talune affermazioni, da qualunque parte esse arrivino, seppur con la più nobile e cattedratica intenzione socioculturale, rischiano di trasformarsi loro malgrado in uno strumento utilizzato, quantomeno da taluni, per riattizzare le braci mai del tutto sopite di antichi rancori e rivalità di cui non abbiamo assolutamente bisogno e di cui nessuno sente la mancanza. Di più, io sono convinto che chi vede nella data “incriminata” esclusivamente «…un’impresa militare condotta all’interno di una guerra di aggressione dell’Italia fascista» di alpini e di alpinità non ne sa proprio nulla!

    Per gli alpini della Cuneense, della Julia e della Tridentina, per i fanti della Vicenza, per gli sbandati delle altre Unità, come per gli alpini venuti nel dopoguerra, come per me, alpino venuto al mondo oltre trent’anni dopo il 26 gennaio 1943, le vie della ritirata di Russia, dal Don a Nikolajewka, passando per Popowka, Nowo Postojalowka, Opit, Valuiki, Arnautowo, e molte altre località divenute tristemente famose, hanno rappresentato e continuano a rappresentare un percorso lungo il quale sono spuntati e cresciuti molti germogli della Resistenza che ci ha fatto riconquistare la libertà.

    Un percorso della solidarietà, della fratellanza, del dono gratuito di sé per il bene dell’amico come dello sconosciuto, di tutto quello che a noi oggi piace riassumere con un unico vocabolo: alpinità. Alpinità che l’Ana mette in pratica ogni giorno! Nikolajewka, come del resto tutte le altre precedenti durante la ritirata, fu la battaglia di un’armata di disperati (molti dei quali disarmati) che voleva solo aver salva la vita e tornare a baita. Nikolajewka fu un passo tra i più importanti, a segnare, nei più, il rifiorire graduale di una coscienza rinnovata, dalla quale il sangue e la neve di Russia avevano finito di lavare la sporcizia lasciata da un’ideologia assurda e prevaricatrice.

    E allora sì, il 26 gennaio di ogni anno, alpini e non, cerchiamo di tendere le orecchie e di ascoltare ancora le voci di Nikolajewka, solo quelle, ben interpretate dai tanti cori che eseguono l’omonima struggente melodia di De Marzi, o che ancora risuonano nel cuore di chi, come me, ha avuto il privilegio di conoscere alcuni reduci di Russia e ascoltare i loro racconti fatti di semplice umanità; che risuonano nel cuore di chi, come me, bambino quasi incredulo, ha visto il proprio volto riflesso nelle lacrime di montanari con schiene larghe un metro, e, ormai adulto, in quelle di una Medaglia d’Oro di nome Enelio Franzoni. Ascoltiamo le voci di Nikolajewka, il 26 gennaio, solo quelle, perché sono tra le tante ci hanno fatto come siamo.

    Lorenzo Coluzzi
    Capogruppo Campolongo di Cadore, Sezione di Cadore