L’angelo con la penna

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    La vita è bizzarra. Talvolta ci mette alla prova con estrema crudeltà e nel medesimo istante ci regala destini inaspettati. Il 7 gennaio è arrivato ed è ora di partire. Un abbraccio ai genitori, ai fratelli e alla sorella e via, da Brescia a Mondovì, destinazione alpini. Francesco si guarda le dita ancora macchiate d’inchiostro, pensa e ripensa ai cari e al suo lavoro da tipografo che lascia, mentre il locomotore sferraglia verso la naja.

    La vita in divisa lo conduce dall’addestramento in Piemonte alla caserma Rossi di Merano dove impara presto a snocciolare le nuove credenziali: «Alpino Savoldi Francesco, 50ª compagnia, battaglione Edolo, 5º reggimento alpini, comandi!». Tra le persone con cui Francesco lega alla “Balda” – questo il soprannome della Compagnia – c’è l’alpino Franco Anelli, anche lui bresciano, suo coetaneo, amico e collega del fratello minore Bruno. I mesi passano e Francesco e Franco sono sempre più uniti, un bel modo di alleggerire le fatiche del militare.

    L’estate porta la 50ª a Edolo per i campi estivi, che non erano propriamente una scampagnata in montagna, tanto che avevano ricevuto il sinistro appellativo di “marce della sopravvivenza”: due giorni di addestramento in quota senza generi di conforto. Sono le ore 13 del 1º luglio 1966 e gli alpini procedono affaticati, al passo cadenzato dal brontolio degli stomaci affamati. In un certo punto il sentiero apre ad uno scorcio dal quale si indovinano, in lontananza, le fumanti cucine da campo. Come a ricevere un ordine mai pronunciato la Compagnia affretta il passo e inizia la ripida discesa del canalone, verso l’agognato rancio e il sacrosanto riposo. Francesco con il lanciarazzi sulle spalle e Franco con il fucile mitragliatore si ritrovano ultimi e chiacchierano amabilmente.

    D’improvviso un sibilo! Francesco cade esanime sulla pietraia, rotolando a causa della pendenza. Franco accorre dall’amico, riesce a bloccarne la caduta, ma Francesco è ferito alla testa: un fiotto di sangue tinge le rocce e il cappello alpino è tagliato di netto sul lato sinistro. Franco grida e richiama i commilitoni più vicini che accorrono in soccorso cercando di tamponare la ferita. Uno di loro ha una radio e avverte il capitano Vincenzo Manera che, a sua volta, chiede l’intervento di un elicottero. Sembra fatta, ma il velivolo non riesce a trovare il luogo della disgrazia, nonostante i segnali di fumo messi in atto dagli alpini. Passano tre lunghissime ore, arriva un secondo elicottero che finalmente riesce a localizzarli e il pilota – di cui non si saprà mai il nome – con una manovra molto rischiosa dovuta al luogo impervio, atterra e carica il ferito a bordo.

    Alle 18 Francesco è all’ospedale militare di Bolzano. È in coma, la sua vita è appesa a un filo. I genitori, avvertiti della disgrazia dai Carabinieri, arrivano a Bolzano verso mezzanotte. Francesco è gravissimo tanto che il padre ottiene di poterlo trasferire all’ospedale civile di Borgo Trento, a Verona, per tentare l’impossibile. Viene ricoverato in neurochirurgia e subisce un lungo e delicato intervento per comporre la rottura parziale della scatola cranica.

    Appena possibile l’amico Franco lo va a trovare, abbraccia i genitori che lo ragguagliano, raccontando che il figlio è in coma vigile e, per fortuna, non pare abbia subito lesioni al cervello. Una pietra! È stata una maledettissima pietra che si è staccata dalla parete della montagna a ferirlo così gravemente!

    Franco riceve l’ordine di trasferirsi a Verona per assistere quotidianamente l’amico e fare rapporto al Comando. Ogni giorno è al suo capezzale, gli parla e lo veglia, sperando nel miracolo. Il rituale di Franco viene interrotto in un giorno d’autunno, quando Francesco si sveglia dal coma. Qualche tempo dopo, visti i miglioramenti, viene trasferito all’ospedale di Brescia, in modo da essere più vicino ai genitori. Anche qui viene raggiunto da Franco, ormai soprannominato “l’angelo custode con la penna”, che gli rimane accanto fino alle definitive dimissioni, a inizio dicembre 1966.

    Da quel grave incidente Francesco ha convissuto con forti mal di testa, dovuti alla ricostruzione della calotta cranica. Ha abitato con i genitori fino alla loro morte e oggi vive con la sorella e il fratello. È aiuto sacrista in parrocchia, ma il suo grande hobby è la pittura con la quale delizia amici e alpini, inviando loro gli auguri per le festività dipinti su cartolina. In tutti questi anni il Gruppo di Borgosatollo è stato la sua seconda casa e quando c’è da organizzare un ritrovo è sempre il più attivo, in particolar modo per l’annuale festa del congedo che i suoi commilitoni hanno voluto dedicare proprio a Francesco.

    Nel 2016 le celebrazioni per il 50º anniversario sono state particolarmente commoventi. In quell’occasione e ogni altra volta che Francesco incontra gli occhi del suo angelo custode, i primi che ha scorto al suo risveglio, piange, e quelle lacrime, come l’inchiostro su un foglio, raccontano più di tante parole un vortice di emozioni.