Il presepe? È in corso di rimozione

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    Se ne parla.

    Povero San Francesco! Il suo presepe, dopo ottocento anni, è fuori mercato! Lo hanno tolto dagli scaffali dei grandi magazzini, primo passo per rimuoverlo anche dalle nostre coscienze e dalla nostra storia. Offenderebbe, si dice, coloro che professano altre religioni. E allora, per dare una dimostrazione che siamo un popolo progredito e di larghe vedute perché non abolirlo, questo ingombrante presepe, proseguendo quell’operazione iconoclasta avviata alcuni anni fa?

    Allora, in alcune scuole dell’alta Lombardia, ma soprattutto del Veneto, alla rappresentazione della Natività preferirono allestire spettacoli di pupazzi, con Topolino e Braccio di ferro. Sono, dicevano, più multiculturali . Prima ancora era stato rimosso il crocifisso, mal tollerato da qualche direttore scolastico in omaggio alla diversità religiosa. Ed è amaro ricordarlo, ma che ne è stato della nostra Preghiera, travolta da questa corrente buonista, epurata di quella millenaria civiltà cristiana , rimossa anche dal progetto di Costituzione europea?

    Il presepe (praesepium, ovvero recinto chiuso, mangiatoia) è uno dei simboli più radicati nella nostra tradizione. L’immagine pittorica della natività risale al III secolo: se ne trova testimonianza nelle catacombe romane, re magi guidati dalla stella compresi. Per San Leone Magno questi erano tre, e portarono incenso (omaggio alla divinità), mirra (all’essere uomo) e oro (alla regalità).

    Tre, numero archetipo delle razze umane (semita, giapetica e camita) e dell’età dell’uomo: gioventù, maturità e vecchiaia. Ma si deve a San Francesco la rappresentazione del presepio come l’abbiamo ai nostri giorni: fu allestito la notte di natale del 1223 a Greccio, immagine poi magistralmente interpretata da Giotto nella basilica di Assisi, in un ciclo che rappresenta una svolta epocale della pittura.

    Da allora sono tante le rappresentazioni storiche della natività: da Piero della Francesca a Filippo Lippi, da D rer a Rubens, per arrivare al Sette Ottocento con la diffusione massiccia del presepe fino ai nostri anni Sessanta, all’arrivo dal nord del pino, con ornamenti festosi e lucenti. Dopo una flessione, la tradizione del presepio è ripresa negli anni 80, a cominciare dalle regioni del nostro meridione.

    E siamo all’oggi. Un oggi molto incerto e un po’ fosco. Perché neanche tanto in sordina vengono portati attacchi alla nostra identità religiosa, sociale, morale e storica secondo una errata quanto devastante e distorta concezione di accoglienza del diverso, ignorando che la diversità può essere ricchezza non sostituendo la nostra identità con quella altrui ma adattando quella degli altri alle regole che ci siamo dati e che sono la sommatoria di ciò che siamo. Una concezione che finisce per stupire gli stessi che si vorrebbero rispettare e che sono i primi a spiegarci che le figure che noi celebriamo sono sacre anche per loro.

    Così, forti della nostra cultura debole, rincorriamo gli altri demolendo uno alla volta i nostri fondamentali: la religione, la famiglia (cellula base della società, definita piccola patria dal filosofo Benedetto Croce, cellula costitutiva della più grande Patria), la concezione di ciò che è morale, le varie tessere del mosaico della nostra storia. Viene davvero da chiederci, con una presa di coscienza che non deve comunque rinunciare alla nostra humanitas, dove stiamo andando, cosa stiamo diventando. (g.g.b.)