Il noi prima del nostro io

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    «Forse perché, in questo periodo, guardo alle cose di questo mondo con occhio meno intransigente e più indulgente, rimango colpito nel sentire, talvolta, alcune affermazioni, ben lontane dall’amicizia e dalla fraternità, che dovrebbero regnare tra noi alpini. Tant’è che, mentre spolveravo il cappello, che, tutti, con orgoglio, indossiamo, mi è sembrato prendesse voce per parlarmi e dirmi che è ora che si adotti sempre il sereno confronto. ‘Est modus in rebus’, mi ha sussurrato, ‘perché io provo disappunto nel sentir dire certe cose sotto la mia ombra’».

     

    Il consigliere nazionale, Salvatore Robustini, che qui cito senza averne chiesto il permesso, è uomo tutto d’un pezzo che si impone nella stima generale come alpino e come cristiano. Una razza che speriamo non sia in via di estinzione dalla quale vengono limpide acque di saggezza, quelle che ogni tanto, uomini come lui, lasciano uscire dalla cornucopia della loro sapiente umanità. È un dato di fatto che anche tra gli alpini talvolta aleggi il fantasma della contrapposizione, dell’ostilità, della rivincita, della mormorazione…

    Purtroppo il vivaio dei sentimenti umani non sempre garantisce gli esiti migliori. Come diceva Renan, “basta essere uomini, per essere dei poveri uomini”. Ed è dentro l’animo, protetti come dentro il segreto di un’urna, che si annidano gelosie, ambizioni, rancori… ovvero tutta una serie di linguaggi, più al servizio del bene proprio che di quello comune. Non ne dobbiamo essere sorpresi.

    La barzelletta ci racconta che il primo ad imprecare sia stato lo stesso Adamo, il quale avrebbe smoccolato dopo essersi reso conto di quanto caro gli era costato mangiare la famosa mela. Ma poi il racconto biblico ci porta subito a fare i conti con la rivalità tra due fratelli, di cui uno diventerà omicida per ragioni di gelosia.

    Nessuna sorpresa dunque se anche noi alpini ci troviamo a fare i conti con la zavorra che ci portiamo dentro. A preoccuparci dovrebbe essere, caso mai, il fatto di non volerlo riconoscere o, peggio ancora, il voler dare motivazioni razionali a ciò che non è né fraterno, né razionale. Come stendere un velo di smalto sul nero dell’unghia, per darci un paravento di rispetto con quella che è la più diffusa pratica umana, cioè l’ipocrisia.

    Penso che singolarmente, ma anche comunitariamente, dovremmo interrogarci sul rischio che, pian piano, entri anche nei nostri gruppi lo stile della rissosità sociale e di quella partitica in particolare. Il bene del noi non può mai essere travolto dall’interesse per il mio io, per quanto si cerchi di confondere, a chiacchiere, la realtà dei fatti. Non mancano comunque le testimonianze che ci raccontano in positivo la bellezza dello stare insieme e l’entusiasmo del lavorare per il bene comune. Le recenti Alpiniadi, di cui vi diamo resoconto in questo numero, prima delle medaglie sulle piste innevate, hanno registrato la vittoria del lavoro fatto insieme.

    Quello di due Sezioni, Tirano e Sondrio, ricche di storia e di originali peculiarità, che hanno scelto di mettersi insieme, in un’unica Sezione Valtellinese, perché le energie condivise, oltre agli ideali, segnassero nuove opportunità e una nuova spinta per affrontare il presente. Un esito che ci conferma come lavorare insieme sia possibile e vincente. Soprattutto un messaggio morale, quello della forza che viene dall’unione, facendo dello stile alpino un fermento di bene.

    Bruno Fasani