Il mulo Facco

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    Gentile direttore, sono Pietro Fiorito Capogruppo alpini di Povo, già ufficiale in servizio permanente dei btg. alpini “Trento” e “Bassano”, attualmente nella riserva. Su preghiera appassionata e commossa dell’alpino conducente Bruno Trentini, Le chiedo un piccolo spazio per pubblicare queste mie righe per ricordare il mulo Facco decorato di Medaglia d’Oro.

    Bruno Trentini, parlandomi con commozione, nostalgia e con un velo di malinconia, mi ha detto di essere stato l’ultimo conducente-amico dell’eroico e leggendario mulo nato nel 1937 e deceduto il 1º settembre 1970 nella caserma Cesare Battisti sede del battaglione alpini Trento, appena dopo aver effettuato una breve passeggiata nel cortile. Bruno mi ha chiesto scrivere poche righe, per ricordare a imperitura memoria come il mulo Facco, impiegato nel servizio di trasporto degli alpini feriti durante la Seconda guerra mondiale in Russia e in particolare nella battaglia di Nikolajewka e nella Ritirata delle gloriose Divisioni alpine, si sia coperto di gloria meritando questa onorificenza, contribuendo con il suo comportamento e con il suo movimento instancabile a salvare tantissimi alpini. Ringraziando per l’attenzione concessa e per la pubblicazione della lettera anche da parte del conducente Bruno Trentini, porgo distinti saluti.

    Pietro Fiorito – Povo (Trento)

    Caro Pietro, l’attribuzione di Medaglia d’Oro al mulo Facco è semplicemente una metafora, giusto per indicare quali meriti egli si è guadagnato con il suo servizio nelle Truppe Alpine. Tutti lo ricordano per l’epica vicenda in terra russa, ma prima ancora si era coperto di gloria con la guerra di Albania. Ricordiamo che quella, per gli alpini, fu la guerra chiamata delle tre “f”, ovvero fame, freddo e fumo, quest’ultimo per via degli incerti fuochi che si accendevano per ripararsi dai rigori della stagione. Per i muli fu chiamato “il calvario”. Furono moltissimi a morire, caduti dentro il pantano fangoso, carichi di munizioni, come dentro le sabbie mobili. Facco, mulo nato in Puglia, era condotto da un giovane trentino biondo, con il quale era nata una profonda simbiosi di vita. Un giorno il conducente di Facco, mentre erano impegnati nel rifornimento di munizioni per le truppe, cadde sotto i colpi dell’artiglieria nemica. Cadde ai piedi del mulo, che imperterrito, guidando il resto della fila raggiunse come mosso da un navigatore satellitare i luoghi di destinazione. Finita l’Albania, per Facco fu la volta della Russia e la traversata del bosco di Comil, o bosco degli agguati. Lui sempre davanti, imperterrito, ormai abituato solo a evitare i colpi di Katiusha. Quando fu l’ora della ritirata, non portava più munizioni, ma feriti e cadaveri. Rientrò in Italia. Morì, carico d’anni e di meriti, ed è stato sepolto nella caserma Cesare Battisti di Monguelfo.