Il difficile ritorno alla leva

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    Chi è a favore del ripristino dell’obbligo di leva insiste sulla necessità di colmare un vuoto educativo. E sta trovando consensi l’idea della Protezione Civile al posto del servizio militare. Tuttavia sull’art. 52 della Costituzione si approfondisce poco. Si elude la questione centrale, che è quella della difesa nazionale. Le ricadute educative e culturali sono conseguenze e il potenziamento della Pc è cosa buona, ma è altra cosa. Nella 2ª sottocommissione della Costituente – nel 1946/1947 – la discussione su come costruire le nuove forze armate fu approfondita, ma l’incipit dell’art. 52 la difesa della Patria è sacro dovere del Cittadino (unico punto in cui nella Carta si usa il termine “sacro”) passò all’unanimità. Sulla seconda parte il servizio militare è obbligatorio nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge, la discussione fu accesa, ma la maggioranza sostenne la leva obbligatoria quale garanzia di tutela popolare alla difesa della Patria. Oggi il contesto è cambiato e la questione difesa va inquadrata nella Nato ed è evidente la necessità di professionalità dei militari: in quest’ottica arrivò la sospensione della leva (legge Martino 2004). Tuttavia il principio del sacro dovere del Cittadino non è da mettere in soffitta. Intanto partecipare alla difesa della Patria concorre a far crescere il rispetto degli altri e delle regole di vita comunitaria: si chiama senso civico e se non lo si esercita si degrada. Ma c’è un secondo elemento, voluto dai Costituenti: la tutela democratica. Oggi non ci sono dubbi sulla lealtà delle Ffaa, ma “…di diman non v’è certezza”. La presenza a rotazione di giovani “civili” inseriti e armonizzati nella struttura militare a elevato contenuto tecnico, sarebbe una garanzia. Perciò mi paiono fuorvianti le soluzioni che propongono il ripristino della leva in chiave di Protezione Civile. Potenziare la Pc male non fa, è più semplice da organizzare e non costringe a ripensare la struttura militare, ma poco ha a che vedere col sacro dovere del cittadino.

    Nino Leopardi, Gruppo di Vagna, Sezione di Domodossola

    Caro Nino, sottoscrivo le tue osservazioni in tema di art. 52 e di doveri del cittadino (anche se non trascurerei il fatto che la legge sull’obiezione di coscienza del 1972 introduceva il concetto di difesa “non armata” della Patria). Al tempo stesso però devo rimarcare come nella situazione italiana odierna un ritorno alla leva nelle forme conosciute sino al 2004 abbia poche possibilità di essere attuato. Troppi problemi strutturali (le caserme sono sempre meno e molte di quelle vuote sarebbero da ricostruire) e poi anche di personale (a cominciare dalla mancanza di ufficiali e sottufficiali di complemento). Senza contare i costi, insostenibili per i già risicati bilanci attuali, per equipaggiare, armare e addestrare alcune decine di migliaia di persone ogni anno. Auspicabile potrebbe dunque essere un sistema di “tipo scandinavo” (dove la difesa su base territoriale, dopo un addestramento iniziale di alcuni mesi per un numero selezionato di giovani, coinvolge i cittadini anche fino a 60 anni con richiami periodici), che affianchi alle forme di “difesa civile” (tipiche della Protezione Civile) anche quelle, opzionali, militari. In tal senso va (o, meglio, potrebbe andare) la recente legge per la costituzione di una riserva operativa di diecimila uomini dell’Esercito, alla cui costituzione l’Ana ha chiesto di concorrere in forme moderne e condivise. Recentemente anche il gen. c.a. Ignazio Gamba, comandante delle Truppe Alpine, ha suggerito all’assemblea dei nostri delegati di studiare e percorrere strade come questa, lasciando il ritorno alla naja tra le “ipotesi romantiche”.