Il cappello alpino è degli alpini

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    Dall’anno 2003 ho l’onore e il piacere di “essere parte” di questa gloriosa e benemerita Associazione, sia pure quale “Amico”. Ciò, in quanto, ai miei tempi (classe 1955) non ebbi la possibilità di soddisfare il mio desiderio di servire nel Corpo degli alpini. In tutti questi anni, tante volte, leggendo la Sua rubrica, ho provato l’amarezza (a volte, la mortificazione) per la considerazione riservata da taluni alpini al ruolo “cadetto” degli “Amici o Aggregati”, in particolare, riguardo alla negata possibilità per questi ultimi di indossare il cappello alpino. Caro direttore, permettimi di non condividere pienamente, rispetto a tale argomento, la motivazione sull’esclusività del cappello da Te fornita, su L’Alpino di dicembre scorso, in risposta al garbato intervento di Andrea Carlo Lanza. Certamente non voleva esserlo, ma sarebbe riduttivo ritenere che il cappello costituisce un “distintivo per un servizio prestato alla Patria, dentro un Corpo particolare”. Abbiamo sempre sostenuto – e unanimemente condiviso – che il cappello alpino identifica chi lo indossa (specialmente al di fuori della divisa) quale portatore di quei valori che caratterizzano l’alpinità. Valori ai quali si ispirano e che vivono coloro che, come il sottoscritto, hanno chiesto di far parte dell’Ana, sia pure come “Amici”. Negare a questi ultimi la possibilità di testimoniare apertamente tali valori, anche indossando il cappello, appare come disconoscerne in loro la presenza.

    Giorgio Maggio

    Caro amico, dietro alla tua amarezza si intuisce come se il fatto di non dare il cappello alpino sia da considerare quasi una sorta di “punizione”. In realtà non è così. Il cappello è un dato storico, prima ancora di un distintivo, che racconta come nella sua vita uno ha dato un po’ del suo tempo in un Corpo militare, in un particolare momento. Ridurlo a puro simbolo di valori condivisi è svuotarlo di questa dimensione storica identificativa assolutamente importante.