I prigionieri italiani

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    Ho letto la sua risposta alla lettera dal titolo “Quei prigionieri… disertori”, sul numero di marzo. Le scrivo per qualche approfondimento soprattutto in merito al libro di Giovanna Procacci (Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra. Con una raccolta di lettere inedite). Il volume, edito nel 1993, è stato il primo, fondamentale e, soprattutto, documentato studio sul tema dei prigionieri italiani in Austria e Germania durante la Grande Guerra. È stata “riportata” alla luce la memoria della prigionia italiana, con tematiche quasi del tutto dimenticate: dalle dure condizioni di prigionia alla scelta della classe dirigente militare e politica, avallata dalla stampa, di non assisterli. In sintesi, l’Austria, che già soffriva la fame, non poteva garantire adeguati rifornimenti ai prigionieri, ma aveva bisogno del loro lavoro. Si propose al governo italiano la stessa soluzione adottata dal governo francese, ovvero l’invio regolare di treni di rifornimenti. Il governo italiano rifiutò. L’aspetto più penoso fu il sospetto che la cattura del soldato italiano era dovuta a mancanza di voglia di “fare la guerra”, vigliaccheria o diserzione. Per quelli che continuavano a combattere, doveva passare il messaggio che sarebbero morti di fame se si fossero arresi. La prigionia non poteva essere un’alternativa al combattimento. Il volume della Procacci si basava anche su lettere censurate spedite al Tribunale Supremo Militare, oggi conservate all’Archivio Centrale dello Stato.

    Simone Donadio

    Caro Simone, ho dovuto tagliare il tuo scritto per ragioni di spazio. Ma ti ringrazio per averci segnalato questo testo prezioso, utile a quanti volessero approfondire l’argomento.

    Ho letto con interesse la lettera di Maurizio Tronconi pubblicata sul numero di febbraio riguardante i prigionieri italiani della Grande guerra detenuti in Germania ed Austria. Accolgo volentieri il Suo invito cercando di dare un contributo per fare un po’ di chiarezza su questo dramma. Già nel libro di Giuseppe Mendicino dedicato a Mario Rigoni Stern dal titolo “Vita guerra e libri” a pagina 120 viene evidenziata la tragedia dei prigionieri italiani detenuti nei campi di concentramento austriaci. Riporto la frase per intero “Allora una cinica presa di posizione del governo italiano aveva negato l’invio di soccorsi statali ai prigionieri nei campi austriaci, sia a causa di una valutazione spregiativa di chi si era arreso al nemico, sia perché si immaginava, così facendo, di disincentivare le diserzioni. Migliaia di prigionieri italiani avevano pagato con la vita questa decisione che distingueva la condotta del nostro paese da quelle della Gran Bretagna e Francia. Certamente un libro che evidenzia con estrema chiarezza la drammatica vicenda dei prigionieri italiani della grande guerra (ne consiglio la lettura a quanti sta a cuore questa tragedia) e il già citato libro di Giovanna Procacci “Soldati e prigionieri italiani nella grande guerra”. Per ovvii motivi di spazio mi è impossibile riportare tutte le informazioni dettagliate che questo libro riporta riguardo questa tragedia che il governo italiano e il comando supremo di allora vollero addossare ai governi nemici. Mi limito a riportare un breve tratto di quanto scritto nel capitolo terzo a pag. 175 “La morte in massa di soldati prigionieri fu provocata e in larga parte voluta dal governo italiano e dal comando supremo. Cosicché l’Italia trasformò il problema dei prigionieri di guerra, che tutti i paesi belligeranti dovettero affrontare, in un vero e proprio caso di sterminio collettivo”. In famiglia ho avuto un testimone diretto di quanto succedeva nel campo di prigionia di Mauthausen, mio nonno materno Valentino Fadi nato nel 1887 in un borgo di montagna dell’alta Val Venzonassa in comune di Venzone, alpino del btg. Val Tagliamento, combattente sul Pal Piccolo e poi sull’Altipiano dei 7 comuni, tra la fine del 1917 e l’inizio del 1918. Quando venne fatto prigioniero divenne anche lui “un imboscato d’oltralpe”, come chiamava in maniera dispregiativa coloro che venivano fatti prigionieri il poeta D’Annunzio, e finì nel sopracitato campo di prigionia. Di tanto in tanto ci raccontava la tragica esperienza vissuta a Mauthausen, di quanti morivano per malattie, ma soprattutto per denutrizione. Mio nonno uomo robusto e con un fisico eccezionale perse più di 25 kg. Se la guerra si fosse protratta ancora per poche settimane, anch’io, diceva, sarei finito in una fossa comune in terra austriaca. Durante il periodo della prigionia, ci raccontava, dall’ Italia non arrivarono nè un capo di vestiario né derrate alimentari che avrebbero permesso a tanti di sopravvivere. Con questa lettera spero di essere stato d’aiuto, come da Lei chiesto, per far luce su questa dolorosa tragedia. Soprattutto ci si ricordi, con il dovuto rispetto, di quanti morirono di fame e di stenti per il cinismo dei governanti e del comando supremo di allora.

    Giulio Zamolo, Osoppo (Udine)