I panni sporchi in piazza

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    C’è un dato incontestabile che indica il grado di salute de L’Alpino. Ed è la montagna di lettere che arrivano sul tavolo del direttore, puntualmente ogni mese. Lettere che qualche volta hanno alle spalle cultura storica e grande capacità comunicativa. Altre volte sono lettere più semplici nello stile, ma dietro alle quali si sente il cuore vero degli alpini e il profumo della loro genuinità. Sono scritti che si leggono sempre con piacere, se non fosse a volte per l’eccessiva lunghezza, che obbliga a maratone della mente, finendo per precludersi la possibilità di essere pubblicate, per ovvi motivi di spazio. La cosa bella di questi scritti è che ormai spaziano in ogni ambito della vita sociale.

    Se un tempo prevalevano temi come il cappello, la Preghiera dell’Alpino, la memoria e i tempi andati della naja… oggi si percepisce l’urgenza di fare dell’Ana un corpo vivo dentro una società diventata problematica e con tante contraddizioni. Una coscienza civica che domanda coerenza e coraggiosa testimonianza, per tentare una contaminazione positiva del tessuto sociale e non soltanto una nostalgica storia passata da tenere in una teca, come dentro alle sale di un museo. Va da sé che, come le ciambelle, anche le lettere non sempre riescono col buco.

    Anche tra gli alpini serpeggia qualche volta la febbriciattola da protagonismo, senza contare chi scarica sugli altri i propri mal di pancia. Ad essere malcontenti si fa presto. A dare la colpa agli altri, si fa ancora prima. Più difficile avere il coraggio di riconoscere che qualche volta i nostri passi maldestri dipendono solamente dalle nostre gambe storte. E allora, quando le congiunzioni astrali mettono insieme malumori, precarietà di equilibrio e sintomi di… incontinenza, ecco che sul tavolo del direttore arrivano lettere di fuoco. Qualche volta sono cannonate, altre volte colpi di Garand, più spesso petardi che mettono allegria. Come quell’alpino che scrive e ci tempesta di telefonate perché abbiamo fatto gli auguri per un fiocco azzurro in casa di un’impiegata di via Marsala. Sembra un combattente in prima linea, ancora tra i fischi delle pallottole.

    Qualche volta le lettere sono per il direttore. Più spesso sono contro qualcuno. Il primo che capita verrebbe da dire, quello che per primo si trova sulla strada del malcontento. Amen. Che fare? Si chiede allora il direttore. Qualche volta si sorride e si tira innanz. Altre volte si valuta e si pubblica. E qui comincia il bello. Che proprio bello sempre non è. Perché a reagire sono quasi sempre le Sezioni di appartenenza del malpancista. Ma come? Perché pubblicare? Lo sanno tutti che quello è un piantagrane, una rogna di cui si conoscono anche i baffi, per filo e per segno… E allora ecco la lettera indignatissima di qualcuno di importante o la puntualizzazione del consigliere, in vena di buoni consigli.

    Personalmente ritengo che esistano più motivi per non fare censura. Il primo è che un giornalismo serio deve accogliere anche i punti di vista scomodi. Poi nel merito ognuno è libero di farsi le proprie opinioni, ma in democrazia ogni voce dissenziente è portatrice di qualche frammento di verità. Se poi questa verità è bislacca, saranno gli alpini a valutare lo spessore di chi si espone col botto. Ma c’è una seconda ragione che ci induce a giocare a carte scoperte. La forza dell’Ana non sta nel far finta che tutto funzioni. È una posizione di debolezza quella di chi crede che il silenzio sia il rimedio dei problemi.

    Una tentazione che già il Manzoni denunciava quando faceva dire al Conte zio, nel famoso colloquio col superiore di frà Cristoforo: «Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire». Non è mettendo la polvere sotto il tappeto che si pulisce la casa. Portarla allo scoperto, qualche volta fa male, ma è l’unico modo perché in casa circoli aria buona.

    Bruno Fasani