I montagnini delle batterie siciliane eroi senza pari della battaglia di Adua

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    Una pagina di storia rievoca l’eroismo degli isolani nella guerra d’Etiopia.

    Ce l’aveva gi Garibaldi l’artiglieria da montagna, non sui Nebrodi e le Madonie di Sicilia, ma qualche anno dopo in Trentino, quando fu messo a capo del Corpo Volontari, durante la terza guerra d’indipendenza, conclusa poi col telegrafico ‘Obbedisco’. Erano 6 bocche da fuoco da 75, a canna rigata, ad avancarica, peso 92 chili, con le quali i serventi si esibivano gi a fare il presentat’arm. La chiamavano ‘artiglieria leggera’, un eufemismo se mancavano i muli e si doveva someggiare a spalla.
    Poi nel 1885 ci fu la spedizione in Eritrea, che sul mare, ma il retroterra montuoso e, oltre agli alpini, ci mandarono i montagnini. Il vero connubio fra i due sar celebrato una decina d’anni dopo ad Adua e coster tanto sangue. Non avevano ancora la penna gli artiglieri (aspetteranno fino al 1910), la nappina era gialla e stava sulla destra del casco coloniale. Se ci pioveva sopra per un po’ di tempo capitava come agli stivaletti, accusati di essere opera ‘non di scarpari, ma di librari’ che, quand’era possibile, lasciavano il posto alle artigianali ‘cioce’ di pelle di bue: ai mandriani dell’altopiano la trovata non andava per molto a fagiolo.
    E non ci si poteva nemmeno confortare con un bicchiere di vino, malamente sostituito, e non troppo spesso, con rum o marsala. Scarseggiavano anche caff e zucchero. Ai trasporti ci pensava lo zaino, detto ‘armadio’: quello del soldato italiano era il pi pesante fra tutti gli eserciti europei: gli indigeni, che giocavano in casa, rimanevano doverosamente impressionati, ma per i nostri non costituiva n vanto n privilegio.
    Anche i bravi ascari ebbero la loro batteria da montagna: furono perfino studiati calibri inferiori, alla portata dei muletti abissini.
    Il pezzo, calibro 75, a retrocarica, pesava 250 kg e sparava 8 colpi al minuto: a granata, con gittata massima 3 km, a shrapnel e a mitraglia.
    Era servito da 6 muli: tre per il someggio e tre portamunizioni; l’affusto, rigido, rinculava da 6 a 8 metri. Le batterie indigene erano su 4 pezzi, le nazionali o, bianche, su 6. La maggior parte proveniva dal 22 rgt. artiglieria di Palermo, e il personale era costituito da montanari isolani: furono perci battezzate ‘Batterie Siciliane’, e con questo nome passeranno alla storia.

    Gli abissini disponevano di 40 cannoni Hothkiss, ma difettavano di addestramento.
    L’atteggiamento difensivo era contrario alla loro natura: favoriti dalla perfetta conoscenza del terreno, si scatenavano in improvvisi e furibondi attacchi, preceduti da impetuose cariche di cavalleria sui fianchi dell’avversario, frastornato dalle urla e dalle fucilate (le armi individuali erano di provenienza eterogenea: tra di esse, frutto di chiss quale commercio, i fucili Remington in dotazione agli zuavi pontifici, che portavano incise sul calcio la tiara e le chiavi del papa re).

    Il 10 marzo 1896 domenica e i cristiani copti etiopici fe steggiano il patrono San Giorgio: anche ad Adua, dove, in attesa dell’attacco, la messa, presenziata dal Negus Menelik e dalla regina Tait, stata anticipata alle quattro. ‘Perch attaccano di domenica?’ mormora il celebrante, l’abuna Matteos.
    Gli italiani han marciato tutta la notte, suddivisi in tre colonne parallele, ma sfalsate in profondit e separate da cortine di ambe scoscese. Albeggia quando la prima, agli ordini del generale Albertone, si affaccia sulla conca di Adua: ne fan parte due batterie indigene e due nazionali, comandate dal maggiore Francesco De Rosa. Altre due, per complessivi 12 pezzi, si trovano nella colonna di centro del generale Arimondi e tre a destra col generale Dabormida. Segue la riserva del generale Ellena, col btg. di formazione ‘Alpini d’Africa’, comandato dal ten. col. Menini.
    Il generalissimo abissino Ras Maconnen segue il movimento dall’alto di un colle e abbozza mentalmente il suo piano d’azione, che vede le formazioni italiane investite, accerchiate e battute una per una.
    Albertone, infatti, dopo essersi incrociato con Arimondi e aver perso tempo prezioso a causa delle mappe, sommarie e incomplete, si spinto troppo in avanti, forse volutamente, per forzare la mano al comandante in capo, il titubante generale Baratieri: ma la scarsa velocit di marcia (15 km in 8 ore), aveva annullato la sorpresa e si accorge che sta mettendosi nei guai quando vede la conca gi brulicante di abissini.
    I 14 pezzi assumono uno schieramento affrettato su appena 70 metri di fronte, senza preventiva occupazione di alture a protezione dei fianchi. Un’ora di anticipo e tutto sarebbe stato diverso.
    Presunzione, arroganza, disprezzo dell’avversario avevano diffuso un ottimismo ingiustificato: itinerari di ripiegamento trascurati, eliografi da segnalazione lasciati nelle retrovie, collegamenti con biglietti a mano, ridotte le dotazioni d’arma. ‘Quattro granate ed fatta’: aveva assicurato Dabormida.
    La mossa di Albertone ha scombinato i piani di Baratieri e l’isolamento lo espone alle manovre avvolgenti della cavalleria Galla, rapidissima nel concentrarsi e nel dissolversi. Alle 7,15 i pezzi aprono il fuoco a shrapnel, alzo 2000: fra gli assalitori si creano vuoti paurosi, che non tardano per a saturarsi: il rapporto di forza 5 a 1 e la situazione si capovolge quando entra in campo la guardia personale di Menelik. L’ordine perentorio: ‘Sparare fino all’ultimo colpo: soldati e ufficiali si facciano uccidere accanto ai pezzi’. E’ quello che avverr.
    Il maggiore De Rosa cammina imperturbabile fra i suoi uomini, mani in tasca, come fosse al poligono. Si arresta per indicare una fitta siepe al puntatore siciliano Pasanisi, che la centra al primo colpo, facendo schizzar via uno sciame di abissini: una decina rimangono al suolo. Le batterie continuano imperterrite fino all’esaurimento delle munizioni. Il capitano Bianchini salito sul cofano attrezzi di un cannone per gridare gli ultimi ordini: cade colpito da una palla al ventre. Il capitano Masotto affronta gli scioani a colpi di rivoltella: nessuno dei suoi ufficiali si salva. Anche De Rosa scompare in una mischia furibonda.
    Il sergente Pannocchia smonta la bocca da fuoco, ma ferito e non pu allontanarsi: scoppia in un pianto convulso e si abbatte sul pezzo dove viene finito a sciabolate. Sui cannoni rimasti in posizione coperti di cadaveri scende il silenzio. Riusc chiss come ad allontanarsi il tenente Pettini, con le guance orrendamente attraversate da una lancia (sar cos raffigurato da un disegnatore abissino). L’eroico comportamento delle batterie siciliane sar definito ‘senza precedenti nella storia militare’.
    Dabormida viene mandato in aiuto di Albertone, ma sbaglia strada e viene accerchiato e tenuto a bada da ridotte forze nemiche, mentre il grosso si butta a ondate sulla brigata di Arimondi e i riservisti di Ellena: il ten. col. Menini far una morte eroica incitando fino all’ultimo i suoi alpini. Ras Maconnen vede realizzata la situazione che aveva pronosticato e pu dedicarsi ai reparti italiani uno alla volta.
    Sparati gli ultimi colpi, tolti gli otturatori, alcune bocche da fuoco finiscono per i dirupi, altre, arroventate, vengono portate via avvolte in mantelline: intorno a quelle rimaste ufficiali e serventi si battono all’arma bianca. Il ten. Cavallazzi sale sul cannone, si toglie il copricapo e lo agita gridando: ‘Salutiamo le palle che arrivano’. Una lo colpisce e muore abbracciato alla sua arma.
    Il capitano Negretti sputa in faccia ai nemici che gli imponevano di arrendersi a furia di percosse. Prima di abbattersi al suolo, un trombettiere riesce a cacciare l’imboccatura dello strumento nell’occhio di uno scioano.
    Singolare l’avventura di un artigliere che aveva in consegna duecento lire del suo capitano (circa mezzo stipendio mensile): ferito e mischiato fra i caduti che venivano metodicamente spogliati, seppell i soldi per terra: rimasto solo li ricuper e col favore della notte raggiunse le retrovie, nudo e con i soldi stretti in pugno.
    Dabormida, quando vide allontanarsi l’ultimo cannone, si ferm ad accendere un sigaro: agli ufficiali che chiedevano ordini rispose: ‘Andate, giovanotti, io resto’. Di lui non si sapr pi nulla. I suoi occhiali, le decorazioni e il portafoglio insanguinato compariranno nel mercato delle pulci di Addis Abeba. Scomparvero Arimondi e Galliano, l’eroe di Macall. Quattro ufficiali artiglieri caduti ad Adua, maggiore De Rosa, capitano Bianchini, capitano Masotto, tenente Grue, saranno decorati di Medaglia d’Oro.
    ‘Gli italiani si batterono bravamente scrisse un non sospetto ufficiale inglese e non devono essere biasimati per gli errori dei loro capi’.
    Adua fece crollare ogni illusione di scorciatoia africana verso lo status di grande potenza. Cadde il ministero Crispi.
    Il giorno dopo la battaglia sbarcava a Massaua un giovane tenente di fresca nomina: si chiamava Pietro Badoglio.
    Ventidue anni dopo sar lui a decidere l’impiego dell’artiglieria sul fronte orientale delle Alpi Giulie e dalle rive dell’Isonzo lo seguir implacabile il fantasma di Caporetto. Ma sar assolto come Baratieri.

    Umberto Pelazza