I canti degli alpini

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    Caro direttore, ho letto con attenzione le due relazioni relative al convegno sulla coralità alpina. È bello questo interesse, è positivo, è importante. Ascolto molto frequentemente i nostri canti alpini, con la presenza a concerti, l’audizione personale e familiare di cd o dischi, e canto volentieri, estemporaneamente e convintamente, alle nostre Adunate. 

    Certo, il tempo passa, l’adeguamento ai tempi “verso il futuro tra fedeltà e cambiamento” è necessario. Ma quando leggo: “passa il tempo dei brani tradizionali, dei ricordi di guerra o di naja…” mi viene il magone. Il canto è certo memoria irrinunciabile e il canto alpino “ha l’obbligo di conservare e divulgare la storia”, anche la sua storia! Il solco in cui sono nati i canti degli alpini è comunque quello che dà gli argini entro i quali è giusto che resti la nostra espressione canora, come già è ascoltando o cantando le nuove “cante” create dalla sensibilità alpina di nuovi, abili maestri. Ben venga ogni vitale “adeguamento”, ma credo sia giusto tenere presente che i canti degli alpini hanno un “marchio di fabbrica”.

    Alpino Renzo Perfumi, Brescia

    Aprirsi al nuovo non può essere ripudio del passato, ossia delle nostre fondamenta. So che il Maestro Marchesotti è impegnato in un’operazione di rivisitazione dei canti alpini che vanno dalla fine Ottocento al 1943. Una scelta intelligente di cui vi daremo comunque conto.