Don Carlo Gnocchi: Alpino santo

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    Quando, o alpini, nei momenti più tragici della ritirata di Russia egli promise ai morenti che sarebbe diventato padre dei loro orfani figli, e quando a guerra finita, egli guardò alla pietà immensa di file e file di ragazzi e di bambini mutilati dalla cieca crudeltà della guerra, la sua anima completamente si rivelò: era un soldato della bontà. Darsi per il bene degli altri, consolare, sorreggere, rieducare, far vivere, questa era la sua milizia, questa era la sua vocazione. Eroi eravate tutti, ma lui, per giunta era un santo.

    E qui, o alpini, si rivelò una cosa meravigliosa. Ed è questa: invece di ripudiare don Gnocchi, perché troppo buono, troppo gentile, troppo devoto, voi lo avete ancora di più sentito e chiamato vostro. Non era vostro soltanto perché portava le mostrine verdi e la penna nera sul cappello, ma vostro perché aveva quel cuore. Era vostro perché esprimeva voi stessi, cavava dai vostri animi rudi alle apparenze e incapaci di esprimere i vostri stessi sentimenti e li mostrava in se stesso reali, viventi. Lui era ciò che voi volevate essere, forti e insieme buoni.

    Sono le solenni parole rivolte agli alpini dall’arcivescovo di Milano card. Giovanni Battista Montini, poi papa Paolo VI, in occasione della traslazione delle spoglie di don Carlo Gnocchi dal Cimitero Monumentale al Santa Maria Nascente , il Centro Pilota di Milano, il 3 aprile del 1960, che sottolineano efficacemente il legame inscindibile tra don Gnocchi e gli alpini.

    Non si può pensare a don Gnocchi senza associarlo agli alpini e non si riesce a trovare una personalità rappresentativa così forte e più adeguata ad esprimere l’anima autentica degli uomini di montagna che si nutrono di rosari e di latte, che hanno la stoffa dell’eroe e che hanno la nobiltà e grandezza dei semplici . Infatti si parla sovente di alpinità a proposito di don Gnocchi, senza riuscire però a dire in che cosa essa consista. La semplice appartenenza, l’essere stato cappellano degli alpini per amore , non basta a far capire la sua affezione per il Corpo degli alpini né a rendere ragione della venerazione che essi nutrono per lui, ancora oggi.

    Molti cappellani militari volontari hanno vestito la divisa alpina, ma a nessuno di essi è toccato in sorte di farsi tradizione presso gli alpini di ogni generazione, come è avvenuto invece per don Gnocchi, principe dei cappellani degli alpini. La ragione sta nel fatto che don Carlo ha saputo sposare l’anima degli alpini, incarnandone i valori essenziali ed assimilandone concretamente gli stili di vita.

    Basta leggere alcuni brevi brani tratti dai suoi scritti per comprendere questa sorta di incarnazione dello spirito alpino impastato di autentica semplicità, di naturale silenzio, di indomabile coraggio e di impareggiabile forza di sacrificio. In uno di essi afferma che questi alpini sono la mia meditazione giornaliera ed ho imparato ed imparo molte cose da loro. Attuarle però è un’altra cosa .

    Invece ha imparato così bene che assumerà la loro stessa mentalità e metterà in atto i medesimi comportamenti anche dopo la guerra, nella vita civile, quando, alle prese con la grande Opera, usava l’identica tenacia e la stessa concretezza per fronteggiare le innumerevoli difficoltà che via via gli si paravano davanti come picchi da scalare. Ecco perché gli alpini di ogni generazione si riconoscono in lui.

    C’è un altro legame di perfetta sintonia tra il sentire di don Carlo e quello dei suoi alpini: il modo di vivere la fede. Una spiritualità compartecipata fino in fondo, una religiosità come uno stato, una forma, un modo di vita; sangue vivo e succo vitale. Una disposizione permanente e una quasi istintiva verso l’eterno, che dà sapore e colore a tutte le manifestazioni della loro vita .

    Questa essenzialità della fede l’ha assimilata stando a stretto contatto con la vita semplice e profonda degli alpini e con l’esercizio della montagna, una delle sue grandi passioni, che costringe a fare i conti con la nuda roccia, a contare i passi senza indebite quanto fatali forzature, ma anche senza pavide fughe. L’originale e straordinario connubio tra gli alpini e il loro cappellano iniziò sui campi di battaglia della Grecia e continuò poi nella terra inospitale di Russia , come ben riporta la chiusa di Cristo con gli alpini , quando vedendo i suoi alpini abbandonarsi perdutamente sulla neve, facendosi punti oscuri, sempre più piccini e insignificanti in quella pianura sterminata di neve bianca ed insolente, davanti agli occhi allucinati e imploranti coi quali, accasciati per terra, seguivano la colonna dei superstiti dilungarsi funerea e senza speranza verso l’orizzonte lontano e indifferente, verso la Patria, verso la libertà, verso la casa , promise ai giovani morenti di farsi carico dei loro figli.

    Solo quando riuscì a raccogliere nella sua Opera i figli di quei Caduti, insieme alle altre vittime della guerra, i mutilatini, poté sentire di aver finalmente pagato quel debito insoluto verso la morte e onorato la cambiale d’impegno verso i suoi giovani. Scriveva infatti, a chiusura di quel capolavoro letterario che è Cristo con gli alpini : L’altra sera, una chiara e fredda sera invernale spazzata dal vento, i miei piccoli, gli orfani dei miei alpini dormivano tutti naufragati nei grandi letti bianchi, della casa austera e serena preparata per loro. Dormivano il loro sonno di seta, popolato di corse spensierate al paesello alpestre e nell’oscurità frusciante di innocenti pensieri e di sogni ridenti, tornai a vedere gli occhi desti e trafiggenti dei miei morti. Lente e stanche le palpebre del sonno scendevano su di essi. I miei morti finalmente riposavano in pace .

    Oggi, il binomio don Gnocchi alpini, uomini veri, eroi non di guerra ma di pace, si perpetua nella diversa e convergente azione di solidarietà dei molteplici Centri della Fondazione Don Gnocchi e la nuova generazione di alpini, entrambe impegnate a servire i più bisognosi, tra emergenza e riabilitazione, nel vasto pianeta della solidarietà, ispirandosi sempre all’ alpinità per la quale …anche l’eroico è il loro normale, lo straordinario è ordinario .

    Mons. Angelo Bazzari
    Presidente della Fondazione Don Carlo Gnocchi


    LE TAPPE PER LA DICHIARAZIONE FORMALE DI SANTITÀ DA PARTE DELLA CHIESA

    • 1987/91 Fase dell’inchiesta diocesana per la Causa di Canonizzazione di don Carlo Gnocchi: avvio da parte dell’arcivescovo di Milano cardinale Carlo Maria Martini. Ottenuto il Decreto di apertura, don Gnocchi è dichiarato Servo di Dio, ossia primo riconoscimento dell’esercizio eccezionale nel servire Dio e gli uomini.
    • 2002 20 dicembre. Papa Giovanni Paolo II autorizza la pubblicazione del Decreto di venerabilità di don Carlo Gnocchi, ossia viene riconosciuta la sua vita eroica degna di essere segnalata, ammirata, venerata, ecc.
    • 2004 22 ottobre. Inizio della fase diocesana del processo di un presunto miracolo attribuito a don Gnocchi per l’eccezionale guarigione dell’alpino Sperandio Aldeni, artigiano elettricista di Villa D’Adda (BG) rimasto incredibilmente vivo dopo un terrificante infortunio sul lavoro. 19 dicembre. Sessione conclusiva del processo diocesano sul presunto miracolo. Il processo viene continuato presso la Congregazione delle Cause dei Santi in Vaticano.
    • 2009 17 gennaio. Papa Benedetto XVI autorizza la pubblicazione del decreto che attribuisce a don Carlo Gnocchi il miracolo che ha visto protagonista l’alpino Sperandio Aldeni, con il conseguente diritto, a cerimonia di beatificazione celebrata, di culto pubblico del Beato nella diocesi di origine, ossia invitando i fedeli alla imitazione ed emulazione, ad invocarlo nelle celebrazioni liturgiche, ecc.
    • ? Un nuovo miracolo, studiato ed approvato come quello precedente, spalanca la strada all’ultimo traguardo, quello gloriosissimo della CANONIZZAZIONE che impone il culto del nuovo Santo alla chiesa universale.

    Pubblicato sul numero di febbraio 2009 de L’Alpino.