Dolce solidarietà

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    CRONACA BRESCIA NIKOLAJEWKA CERIMONIA CHIUSURA RACCOLTA FONDI RINNOVO STRUTTURA REDAZIONE CRONACA 26-10-2019 GABRIELE STRADA NEW EDEN GROUP

    Quasi 162mila panettoni e pandori degli alpini distribuiti a metà dicembre. Numeri che testimoniano la bontà dell’idea. E che, aspetto non secondario, faranno giungere alla Fondazione Nikolajewka oltre 140mila euro, cioè la parte del ricavato della vendita destinata alla Sede Nazionale e da questa devoluta alla realtà che a Brescia assiste ogni giorno 120 persone con gravissime disabilità motorie: assolvendo al tempo stesso alla missione, consegnataci dai reduci bresciani di Russia, di portare avanti, come “monumento vivente”, il nome di Nikolajewka.

    Edificata dalle penne nere con oltre 70mila ore di lavoro volontario, la prima “Scuola Nikolajewka” è sorta nel 1983, nel 40º della tragica quanto epica battaglia. Per adeguarsi alle nuove necessità e normative, venne ampliata (sempre dagli alpini) nel 2000, raddoppiando le volumetrie. Quindi è stata affiancata (anche fisicamente) dalla “Nuova Nikolajewka”, inaugurata nel gennaio 2019 ed ormai pienamente operativa. Adesso “la Nikolajewka”, coi suoi 10mila metri quadrati e 110 dipendenti, affiancati da quaranta volontari, è la più moderna struttura socio sanitaria per la disabilità fisica in Italia, con 80 posti letto residenziali, tutti serviti (caso unico) da un sollevatore a soffitto.

    Una struttura che è costata oltre 7 milioni di euro, tutti provenienti da mondo alpino, donatori privati e da un mutuo bancario (non è stato usato un solo euro di denaro pubblico, se si eccettua “l’abbuono” degli oneri di urbanizzazione del Comune di Brescia). Una realtà che fa da punto di riferimento, con metodologie d’avanguardia, come lo sviluppo dell’informatica facilitante, che consente, con appositi software, di tradurre in parole i micro gesti dei disabili, aprendo loro la possibilità di comunicare e interagire. Esperienza di altissimo livello, che, tra l’altro, ha anche guidato la realizzazione della domotica della casa dell’Ana per Luca Barisonzi. Inoltre, poiché la Scuola ospita solo maggiorenni, i suoi specialisti seguono a domicilio una dozzina di bambini con gravi deficit nella comunicazione. La Scuola è così chiamata perché all’origine si era immaginato di creare percorsi formativi per portare ad uno sbocco lavorativo ragazzi spastici o miodistrofici: ma, vista l’impossibilità di tradurre in realtà l’intento, l’aspetto formativo venne abbandonato a favore di quello, più concreto, socio sanitario (di cui c’è un gran bisogno: basti pensare che Nikolajewka ha una lista d’attesa per l’ingresso di oltre 60 persone).

    Nikolajewka è “la casa” dei disabili, non un ricovero: gli ospiti vivono giornate il più possibilmente assimilabili a quelle “normali”, con attività culturali, ludiche, culinarie, sportive e, naturalmente, terapeutiche, proprio perché lo scopo è evitare la loro esclusione sociale. In questo giocano un ruolo fondamentale anche i gruppi alpini (in primo luogo della Sezione di Brescia) i quali, oltre al sostegno economico (un milione di euro donato in poco più di 5 anni) aprono alla Nikolajewka le loro sedi, accogliendone gli ospiti in decine di pranzi comunitari. Una tradizione molto apprezzata dagli ospiti stessi, per la grande valenza di umanità e condivisione.

    Per mettere al riparo da ipotetiche scalate la Cooperativa Nikolajewka che gestisce la struttura, agli inizi degli anni Duemila gli alpini bresciani hanno creato la Fondazione Nikolajewka, ora proprietaria degli edifici, concessi in uso alla Cooperativa stessa. Per questo il Presidente della Fondazione è sempre un alpino, affiancato da rappresentanti ell’Ana e delle tre Sezioni di Brescia, Salò e Vallecamonica, oltre che da rappresentanti delle realtà imprenditoriali del territorio.

    A ricordare il messaggio di fratellanza partito dalla terra di Russia contribuisce poi la Torre B della struttura, su cui il nome Nikolajewka campeggia anche in cirillico. Ma la missione non è finita: negli spazi residenziali liberati nella vecchia struttura saranno infatti realizzati alloggi protetti per dare risposte al “dopo di noi”, ovvero all’esigenza dei disabili con residue abilità che oggi vivono in famiglia, ma che negli anni rischiano una solitudine non affrontabile. Ci sarà ancora molto da lavorare, da raccogliere e investire; ma, si sa, gli alpini non hanno paura.

    Massimo Cortesi