Cantore e Cadorna

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    Caro direttore, di fronte alle macchine del fango e alle campagne denigratorie alle quali con sempre maggior frequenza dobbiamo assistere nostro malgrado, mi scopro sempre meno tollerante. Se già trovo meschine queste pratiche rivolte ai contemporanei, peggio mi sento quando si toccano personaggi del passato non più in grado di difendersi dalle accuse. Arrivo al dunque: Cantore e Cadorna. Non so dire se Cantore sia in Paradiso, in quanto soltanto a nostro Signore è dato sapere. Di certo so che morì sulle posizioni avanzate dove si era recato in ricognizione per studiare il terreno nel quale avrebbe lanciato all’attacco i propri sottoposti. E questo mi basta per averne rispetto, come Uomo e come Capo. È evidente che da quell’azione ne sarebbero derivati lutti e sofferenze: si era in guerra, e quella guerra in particolare si poteva combattere soltanto chiedendo a qualcuno di uscire da una trincea per assaltarne un’altra fronteggiante, sottoponendosi ad un micidiale fuoco nemico. L’unica altra valida alternativa sarebbe stata quella di non combattere, ma questa decisione era politica. Ad un militare, ad un generale, era chiesto di condurre la guerra cercando di raggiungere gli obiettivi assegnati limitando il più possibile le perdite e le sofferenze dei propri sottoposti. E Cantore agì da capo, si espose in prima persona prima di esporre i propri sottoposti. E venne ucciso nella circostanza. Il resto sono chiacchiere da quaquaraquà. Cadorna è un personaggio indubbiamente complesso e controverso, capace di creare divisioni già tra i suoi contemporanei: duro, spigoloso, tenace, intransigente, integerrimo, esigente ed inflessibile, ma con tutti a partire da se stesso, al punto da rinunciare nel 1908 all’incarico di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, l’aspirazione massima per un militare, pur di non scendere a compromessi con i propri princìpi. Quanti di coloro che lo infangano lo hanno studiato a fondo per conoscerne i sentimenti più reconditi? Quanti riflettono oggi sull’immane peso morale che gravò in quegli anni su pochi uomini chiamati a decidere delle vite di centinaia di migliaia di giovani tra i quali, talvolta, ci furono quelle dei propri stessi figli.

    Pierluigi Scolè

    Caro Pierluigi, innanzitutto grazie per aver riportato il dibattito su toni di civile confronto, evitando demonizzazioni e beatificazioni, che spesso sono soltanto la proiezione delle nostre opinioni. Certamente gli storici hanno fatto le loro analisi e questo spiega perché anche i pareri si trasformino, talvolta, in pesanti giudizi. Il rammarico è quando qualcuno vorrebbe imporre la “verità” dei fatti a colpi di carte bollate. La guerra ha messo in luce la grandezza e la miseria delle persone e questo domanda rispetto ma anche l’umiltà di riconoscere gli errori.