Alpini sotto la Madonnina

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    Articolo di tipo Articolo pubblicato nel numero di Gennaio 2019 dell’Alpino

    Già l’attesa è una liturgia. Con i suoi riti, sempre nuovi, ma vecchi e ripetuti con la cadenza di scene sacre. A cominciare dai componenti del Consiglio direttivo nazionale, che si ritrovano sempre lì, alla bocca della galleria. Ci si saluta e si aspetta il momento di dare forma a quella cordialità in libera uscita. Poi magari ci scappa anche il caffè e il cornetto al sempre prestigioso bar Campari. Vedessero gli alpini Davide e Guido, figli del fondatore e decorati al valore nella Grande Guerra, quante penne nere girano intorno al loro locale, di sicuro sarebbero orgogliosi delle loro fortune, a cominciare da quella di avere avuto il cappello in testa con la penna.

    C’è chi va in galleria. Di questi tempi rutilante di luci e di cose che abbagliano gli occhi, quasi a far dimenticare la prosa e le nebbie esistenziali che spesso animano la società in cui siamo immersi. Ci sono poi i riti degli incontri. Quelli nati da un appuntamento per telefono: dai, ci vediamo a Milano per la Messa in Duomo, e quelli casuali che ti consegnano presenze che non aspettavi di incontrare. Una liturgia della sorpresa, sempre all’insegna del cappello in testa, che livella le distanze e accomuna nei sentimenti. Poi ci sono i riti della cerimonia ufficiale, a cominciare dallo sfilamento, il quale ci ricorda che noi siamo associazione d’arma e, soprattutto, che siamo passati dalla disciplina.

    Quella della sveglia con la tromba che rompe, buttando giù dalla branda le ciondolanti pigrizie di ragazzotti sempre in debito di sonno, e quella del silenzio serale che concludeva la giornata. E soprattutto quella del procedere insieme, perfettamente allineati, che insegna il senso dell’ordine e anche quello di non ragionare da soli quando si fanno le cose. Vallo a dire a certi branchi di ragazzi sbracati che, in fatto di forma, conoscono solo quella delle scarpe. A guidare lo sfilamento il nostro presidente Sebastiano Favero.

    Il piglio e la fierezza sono del condottiero. Accanto a lui il comandante delle Truppe Alpine, generale Claudio Berto. Le divise sono diverse, ma l’animo che li accomuna va nella stessa direzione. Si è lì nella piazza, riuniti in una marea che cresce. Alzi il naso e, lassù, c’è la Madonnina che veglia. Guarda Milano e guarda gli alpini. E forse, come tutte le madri le verrebbe da dire che a Milano ne vorrebbe di più di questi figli col cappello dalla penna in testa. Visto che anche lei vive di memorie. Perché pure lei era al Don, quando i nostri morivano di fuoco e di gelo, inchiodati a terra come suo figlio sulla croce. Così come era in qualche scapolare sul petto dei soldati, messo lì da qualche madre prima che il figlio se ne andasse al fronte.

    O su qualche scolorata medaglietta di alluminio, appesa a un cordone senza pretese. Ha visto tutto la Madonnina del Duomo. Ha visto anche quando un secolo fa, lì sotto alla sua ala, nella vicina Galleria, nasceva l’Associazione nazionale degli alpini. Forse sarà anche per la sua protezione se ancor oggi gli alpini dimostrano tanta salute. Dalla piazza, la fiumana di cappelli fa il suo ingresso nella solennità della cattedrale. Che intimorisce, tanto solenne è l’aria di Mistero che ti inghiotte, come se l’infinito ti prendesse, senza essere in condizioni di delimitarlo e descriverlo. Solo ci si limita a decorarlo, con la tavolozza di colori del Labaro, dei vessilli e gagliardetti.

    Messi lì a marcare la presenza di alpini di ogni parte d’Italia, per il giorno in cui Milano diventa la loro capitale, nel nome di Dio. Quel Dio a cui oggi rendono onore, accompagnati dal coro Ana di Milano e sotto la presidenza del vescovo Franco Agnesi. Parole bibliche quelle che commentano il rito, per ricordare che il Signore è venuto a far parte della famiglia umana, per riscattarla da quei limiti che le impediscono di essere autenticamente umana. Ma anche parole dedicate a loro, agli alpini, che aprono sempre le loro manifestazioni con la celebrazione della Messa, per ricordare i morti e i valori di quella civiltà cristiana di cui fanno memoria nella loro preghiera al termine della celebrazione. Diventa spontanea l’analogia tra gli alpini e il puledro con cui Gesù entra a Gerusalemme.

    «Non un cavallo bianco, segno di prestigio e potere, ma un’umile creatura con cui portare al mondo il Mistero, la pace e relazioni vere. Scelte di vita che diventano ponti di comunità fraterna». Monsignor Agnesi ricorda poi la sua esperienza con gli alpini di Varese, dove la «collaborazione trasmetteva sempre il senso di una grande forza e sicurezza». Spontaneo pensare agli alpini come modello in un tempo in cui «ogni gruppo vorrebbe tutto e subito e tutto per sé, dimenticando che amore e sacrificio per la comunità possono costruire speranza, segno prezioso per tutti noi».

    Poi è il momento della Preghiera dell’Alpino. Tra le navate corre il ricordo del generale Luigi Morena, andato avanti nel febbraio 2017, alla soglia dei cent’anni. Lui la preghiera non la recitava, la vedeva. La vedeva col cuore e la spartiva con i presenti. Terminata la liturgia tra le navate, quella nuova vede gli alpini sfilare per le vie della città. È un bel vedere. Loro composti tra ali di folla acclamanti. Soprattutto un buon vedere, che lascia intendere come le magagne sociali si potrebbero sanare se solo si volesse assomigliare a questa gente. Gli alpini ci provano a testimoniare e dato che siamo a Natale, la speranza è che il Padre eterno dia loro una mano.

    Bruno Fasani