Al bosco delle penne mozze dove memoria e futuro s'incontrano

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    di Cesare Lavizzari

    Camminando per i sentieri del bosco se ne percepiscono i sussurri, i profumi e ci si sente investiti dalla magia potente del ricordo, che si armonizza perfettamente con una natura mite e consolante. Quello di Cison di Valmarino non è un bosco qualunque: è il Bosco delle Penne Mozze. Ogni pianta ricorda un Caduto alpino della marca Trevigiana; una piccola stele con un nome, il luogo di nascita, il Reggimento d’appartenenza, data e luogo della morte.

    È un vero e proprio tempio della memoria, un sacrario. Ma non è freddo non c’è marmo né bronzo. È fatto di terra, di alberi, di nomi di uomini e di affetto sincero. È un sacrario che si adatta allo spirito degli alpini che vedono nella terra, nella loro terra, il migliore e più confortevole dei rifugi. Migliaia di alberi con altrettante piccole lastre votive. Un semplice percorso della memoria, come semplice è lo spirito degli alpini. Un sentiero di devozione e d’amore grande, perché gli uomini semplici sono capaci di sentimenti assoluti.

    Oggi c’è più confusione del solito. Il bosco è pieno di alpini che parlano tra loro e con gli alberi, che camminano in silenzio, che pregano. E in questo percorso si sono ritrovati. Si sono guardati con lo stupore dei bambini e si sono abbracciati quasi senza parlare. Pietro Ninet di San Fior (Treviso) e Lino Fontanili di Reggio Emilia non si vedevano dalla Russia e forse non è un caso che si siano ritrovati qui, in questo tempio della memoria. Nel piazzale, intanto, ci si prepara alla celebrazione della Santa Messa. Ci sono i vessilli e i gagliardetti, i sindaci della provincia con la fascia tricolore, i familiari dei Caduti, tantissimi alpini da ogni parte d’Italia, dal Piemonte all’Abruzzo e molta gente comune.

    C’è il presidente nazionale Corrado Perona con il vicario Ivano Gentili e una nutrita rappresentanza del Consiglio Nazionale a sottolineare l’importanza dell’evento. Prima della celebrazione eucaristica viene data lettura dei nomi dei Caduti ai quali, nel corso dell’anno passato, sono stati dedicati gli ultimi cippi commemorativi. Ogni nome viene scandito nel più assoluto silenzio. Qualcuno, tra sé e sé, risponde presente! a significare che anche questa penna mozza è tornata a baita. La commozione cala su un silenzio religioso. Tocca ora al presidente nazionale. È emozionato, quasi scosso. Non è facile parlare in questo luogo che definire sacro non è esagerato.

    Comincia ricordando che l’anno passato, a Marcinelle in Belgio, una signora gli si era avvicinata dicendogli: Grazie presidente! Mio padre è morto in questa miniera e io quasi non ho fatto a tempo a conoscerlo. Oggi, però, sono felice perché me lo avete fatto ricordare. Voi non avete mai dimenticato il mio papà e finchè continuerete a ricordarlo lui vivrà . In questo Bosco ha proseguito Perona si tocca con mano la potenza di ricordi che è impossibile rimuovere dal cuore degli uomini e soprattutto degli alpini.

    È proprio questa potenza dei ricordi che costituisce la radice che nutre la nostra Associazione e la rende forte e sana. Proprio perché curiamo le nostre radici continuiamo a crescere: perché viviamo la realtà del momento, senza dimenticare da dove veniamo e dove abbiamo intenzione di andare. La forza che riusciamo a esprimere viene da questo Bosco, dall’Ortigara, da ogni luogo dove ci sia un segno del culto della memoria. Su questo Bosco regnano pulizia e bellezza, perché c’è la mano motivata dell’uomo, dell’Alpino.

    Dobbiamo andare oltre, spaziare, e continuare a sognare. Dobbiamo avere cuore per amare e braccia per aiutare. Abbiamo cercato i giovani e li abbiamo trovati. Abbiamo chiesto loro di darsi da fare e lo stanno facendo con idee prorompenti, con entusiasmo. C’è vitalità, comunicazione, nuove idee, voglia di non mollare, di essere presenti. E tutto questo perché sappiamo anche ricordare il sacrificio dei nostri padri, la strada che ci hanno indicato, i valori che ci hanno trasmesso. Fino a quando non perderà la memoria questa grande famiglia alpina continuerà a rafforzarsi, a progredire, a prosperare.

    Oggi, oltre alle targhe in ricordo dei Caduti delle sezioni di Bergamo, Cremona e Reggio Emilia, sono state posate le ultime lastre votive dei Caduti alpini della provincia di Treviso. Quell’opera cominciata da un’idea un po’ matta (come lui stesso la definì) di Mario Altarui di porre una stele per ogni Caduto alpino della marca trevigiana si è ora definitivamente compiuta.

    Tutte le stele sono state posate in questo luogo che racconta una storia di sacrificio e di dolore, certo, ma anche di amore profondo e incondizionato: amore per la Patria, per la casa, per le proprie radici che consentono di mantenere la rotta anche quando sarebbe assai più facile smarrire il cammino. Il Bosco delle Penne Mozze è uno di quei segni che ci confortano perché affermano che nulla è impossibile per coloro che hanno la capacità di sognare e la forza di vivere il loro sogno.
    E questo gli alpini lo sanno fare.