Adamello Perona: commemoriamo gli uomini, non la guerra

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    I primi raggi del sole illuminano le vette e indicano la via agli alpini che marciano dalla Valcamonica e dal Trentino per raggiungere, a quota 2.459 metri, la chiesetta del Carè Alto, méta del 47º pellegrinaggio in Adamello, dedicato al colonnello Fabrizio Battanta e al maggiore austriaco Alfred Schatz. Erano due degli avversari che nel 1918 si affrontarono sul Corno di Cavento e che cinquant’anni dopo la fine della Grande Guerra vollero ritrovarsi su quella montagna dove avevano combattuto e dove avevano perso tanti compagni.

     

    Fu un incontro intenso e commovente, carico di quei silenzi che valgono più di qualsiasi parola e che ancora oggi ci trasmette un messaggio forte, come ha sottolineato il presidente nazionale Corrado Perona: Gli alpini non ricordano la guerra ma il sacrificio degli uomini che hanno combattuto per la loro Patria. Commemorarli in montagna, che è l’altare dei nostri Caduti, è come lasciarsi guidare dall’insegnamento che ci hanno trasmesso e che l’Associazione vuole seguire per raggiungere il traguardo dei cent’anni e andare oltre. È come quando camminiamo in montagna: mai mettere lo zaino a terra, occorre fermarsi e guardare dove sono le nostre radici e poi ripartire con uno slancio maggiore .

    Ad ascoltare le sue parole, attorno alla chiesetta dedicata alla Madonna, c’erano oltre mille persone, il Labaro, scortato dal vice presidente nazionale vicario Marco Valditara, dal vice presidente Sebastiano Favero e da alcuni consiglieri nazionali. Decine i vessilli e i gagliardetti delle Sezioni e dei Gruppi, su tutti quelli delle due Sezioni che organizzano il pellegrinaggio: Trento e Vallecamonica, scortati dai presidenti Giuseppe Demattè e Giacomo Cappellini. Tra le autorità, il presidente della provincia di Brescia Daniele Molgora, l’assessore alla Solidarietà internazionale e alla Convivenza della provincia di Trento Lia Beltrami e i sindaci di Spiazzo e di Pelugo, Michele Ongari e Pietro Stefano Galli. Accanto agli alpini in armi con il vice comandante delle Truppe alpine generale Gianfranco Rossi, c’era un plotone del 233º Gebirgsjäger Bataillon di Mittenwald, comandato dal ten. col. Konrad Herborn. La Messa, accompagnata dal coro ANA Re di Castello di Daone, è stata concelebrata dall’arcivescovo di Trento mons. Luigi Bressan e dal presidente della Fondazione don Gnocchi, mons. Angelo Bazzari.

    Vedere tante penne nere, tanti giovani e amanti della montagna che dopo due giorni di marcia, in cui hanno condiviso gioie e fatiche, e hanno raggiunto il Carè Alto, dà l’idea della grandezza della montagna: per arrivare alla méta ci vuole allenamento, ma soprattutto ci vuole forza di volontà. Come ricorda il presidente Perona: Ogni persona che passa tra queste vette, dove i nostri Padri combatterono, lascia qualcosa di se stesso , e torna a valle più ricco.

    Il senso di ritrovarsi sull’Adamello, in fondo, è proprio nella parola pellegrinaggio , ovvero un viaggio verso una méta carica di significato. È un viaggio che per noi alpini si compie con le gambe, ma soprattutto con il cuore. È il viaggio verso le origini: la montagna senza la quale non esisteremmo e i Padri fondatori, molti dei quali combattenti, che hanno pensato e voluto l’Associazione formata da Gruppi distribuiti sul territorio, perché avevano intuito che la vera forza proviene da quelle piccole, grandi comunità che erano e sono la più vitale espressione del popolo e che, come le radici di un albero, si vedono forse poco, ma sono essenziali perché possa nascere un succoso frutto.

    Ne è uno splendido esempio il gruppo di Spiazzo Rendena (Trento) guidato da Renzo Bonafini, che quest’anno, in occasione del 50º di fondazione, ha organizzato il pellegrinaggio. Quando nacque, nel 1960, il Gruppo aveva 82 soci e oggi ne conta ben 440, residenti in quasi 14 8 2010 tutti i paesi della Val Rendena. Alcuni di loro sono stati premiati la sera di sabato 24 luglio nel teatro parrocchiale. Nel corso dell’incontro è stato presentato anche il libro Pellegrini in grigioverde ANA Spiazzo: 50 anni di storia di Marco Cimmino e Walter Facchinelli, che racconta l’Adamello attraverso i luoghi, la storia e gli alpini della Valle Rendena.

    Domenica il pellegrinaggio si è concluso a Spiazzo. Gli alpini hanno sfilato tra le strade imbandierate e gli applausi della gente. Hanno raggiunto il piazzale delle scuole medie per assistere alla Messa conclusiva officiata dal vescovo di Macerata mons. Claudio Giuliodori, legato alla storia di queste valli anche perché dal 1998 si reca in Adamello e in particolare alla croce di granito di Punta Giovanni Paolo II. La camminata verso la cima costituisce un’impresa spirituale , ha detto mons. Giuliodori all’omelia. L’Adamello è stato teatro di tragedie immani, ma vi è nato forte l’anelito alla pace e all’unità dei popoli. È questo il luogo dal quale bisogna partire per costruire la pace e la giustizia .

    Il Viva gli alpini! pronunciato dal ten. col. Konrad Herborn al termine del suo saluto, e la fraterna stretta di mano con il presidente Demattè hanno concluso la giornata. Il prossimo appuntamento per la sezione sarà in ottobre a Trento per celebrare il 90º anniversario di fondazione. Il prossimo anno gli alpini saranno in Valcamonica per salire nuovamente tra le solitarie vette dell’Adamello.

    Torneranno dove quasi un secolo fa c’era il frastuono delle artiglierie e dove si indovinano, ormai in sfacelo, quelli che furono i baraccamenti e i fragili rifugi dei soldati. Torneranno lassù, dove ora il fruscio delle ali di un gracchio che gioca con il vento rompe il silenzio della montagna.

    Matteo Martin


    LE BATTAGLIE PER LA CONQUISTA DEL CORNO DI CAVENTO

    Molti furono i protagonisti delle battaglie del Cavento. Le loro gesta sono nella storia. Ecco il profilo di due di essi: il col. Fabrizio Battanta e il maggiore Alfred Schatz, ai quali è stato dedicato il pellegrinaggio in Adamello di quest’anno.

    La presa del Cavento Nel 1916 le nostre truppe controllavano gran parte del Massiccio dell’Adamello che culmina con i 3465 metri del Carè Alto. La parte meridionale era però in mano agli austriaci che avevano trasformato una delle cime più alte, il Corno di Cavento, in un caposaldo dal quale si potevano minacciare i presidi italiani e controllarne con agio le operazioni. Dopo accurati preparativi e un silenzioso approccio, la notte del 15 giugno 1917, quattro compagnie di sciatori (la 1ª, la 9 ª e la 10ª al Passo del Diavolo e la 2ª al Passo di Lares), due compagnie del battaglione Val Baltea (la 241ª e la 242ª) raggiunsero le posizioni di attesa. Alle 9,30, dopo 4 ore di intenso e preciso fuoco di artiglieria sul Corno, un razzo segnalatore sparato dalla Lobbia Alta, attestò l’inizio dell’attacco italiano.

    Tre ore dopo gli alpini della 242ª compagnia, comandata dal ten. Fabrizio Battanta, raggiunsero la vetta, costringendo alla resa i superstiti difensori austriaci: avevano attaccato con tre plotoni e i volontari del battaglione Monte Mandrone la cresta nord e con un altro plotone la cresta sud. Ecco come Battanta ricorda quei momenti: Con i miei alpini, in fila indiana, balzando di roccia in roccia, risalii direttamente verso la sommità del monte. Avevo da un lato lo strapiombo e dall’altro la scoscesa parete di quattrocento metri d’altezza ( ) Ad un certo momento cessò il fuoco delle mitragliatrici ed il lancio delle bombe, compresi che era venuto il momento dell’ultimo balzo. ( ) Alle 12,40 informai il comando della completa occupazione del Cavento .

    La riconquista austriaca La scarsa importanza data alla vittoria italiana nei bollettini austro ungarici sottendeva, in realtà, un grave smacco per l’esercito imperiale, che si riorganizzò all’interno della 96ª brigata alpina. Dalla parte italiana, dopo una medaglia d’Argento, la promozione a capitano e il nuovo appellativo di Brigante del Cavento che si era meritato, Battanta, con un centinaio di alpini, era rimasto a difesa del Corno.

    La postazione difensiva più avanzata era costituita da una galleria ad arco, chiamata trincerone , scavata 200 metri più a valle rispetto alla cima. Per evitare l’impatto frontale con il trincerone gli austriaci scavarono dalla loro linea più avanzata per tre mesi, silenziosamente, una galleria al di sotto del ghiacciaio. Essa, ramificandosi in tre parti, oltrepassava la trincea italiana e sbucava davanti al Passo di Cavento. La galleria di sinistra fu occupata dagli uomini della 29ª compagnia d’alta montagna, quella al centro e di destra dagli uomini della 12ª compagnia guide. Erano tre squadre d’assalto scelte, composte in tutto da 60 uomini.

    La pattuglia di centro era comandata dal sergente Alfred Schatz di Innsbruck, esperto alpinista e sciatore. Nonostante i suoi ventitré anni aveva già ricevuto una grande medaglia d’Argento e aveva combattuto con il I reggimento Kaiserjäger tirolesi a Sesto Pusteria e con il grado di caporal maggiore (Unterjäger) sulle Tofane e a Monte Piano. L’operazione scattò alle ore 5 del 15 giugno 1918. I plotoni austro ungarici sbucarono dal ghiaccio e si scagliarono, contro il trincerone sorprendendo alle spalle 38 alpini comandati dal sottotenente diciottenne Wilfrido Ambrosini. Nel frattempo la vetta fu martellata dall’artiglieria austriaca. Da lì a poco fu presa dai reparti austriaci che salivano dal versante occidentale e quelli comandati da Schatz sul versante orientale. Dopo un furioso combattimento presero la Bottiglia (così era chiamata la guglia rocciosa a metà della cresta nord del Cavento) ed ebbero un più facile accesso alla vetta.

    Il capitano Battanta, avuta notizia della perdita del pezzo d’artiglieria nella galleria principale e dell’obice di vetta, vide la situazione volgere al peggio: Ormai avevo intuito che la partita era persa ma non intendevo arrendermi. Gridai: Si salvi chi può! . Poi attraversai di corsa la galleria andando a finire sull’opposto versante della montagna, sul lato della vedretta di Lares . Saltò dalla vetta e dopo uno scivolone di 200 metri di dislivello, si fermò a pochi metri dal crepaccio terminale. Era a qualche centinaio di metri dal Passo del Cavento: M’incamminai barcollando ( ) Alla sella della Bottiglia due soldati austriaci, lasciati a coprire le spalle agli assalitori, mi presero di mira. (…) Oltre agli austriaci presero a spararmi contro anche gli italiani che si trovavano al Passo. Solo quando giunsi ad una cinquantina di metri, essi mi riconobbero e mi aiutarono a risalire il pendio . Battanta era malridotto ma in salvo, il Corno di Cavento era però perduto. Il sergente Schatz venne insignito della medaglia d’Oro al Valore.

    Un mese e quattro giorni dopo La riconquista del Corno di Cavento fu affidata proprio agli alpini che lo difesero al momento della presa austriaca. L’attacco fu portato dalla 242ª compagnia del Val Baltea comandata dallo stesso capitano Battanta e dai Plotoni Arditi dei battaglioni Val Baltea , Val d’Intelvi e Monte Mandrone (colonna d’attacco centrale sul trincerone e sulla parete nord est), coadiuvata dalla 241ª (colonna d’attacco di destra, dalla parete sud ovest).

    Il compito della 280ª era quello di minacciare la ritirata dei difensori (colonna di sinistra), mentre la 933ª compagnia mitraglieri era appostata sui costoni, a copertura . L’azione sarebbe stata simile a quella vittoriosa di un anno prima, eccetto che per il mancato utilizzo di reparti di sciatori e per un maggiore appoggio delle artiglierie. All’alba del 19 luglio 1918 iniziò l’avanzata dei reparti mentre un intenso fuoco d’artiglieria batteva il Corno. Dopo aspre lotte al Passo della Bottiglia, i primi a prendere la vetta furono probabilmente gli Arditi del sottotenente Oreste Fioretta, seguiti dal comandante Battanta con la 242ª, che per l’azione fu insignito della medaglia di Bronzo al Valore.

    Saranno 36 gli austriaci morti nelle loro postazioni falciati dalle mitragliatrici, 74 i prigionieri, 3 gli ufficiali. Tra i Caduti il ten. Franz Oberrauch che aveva guidato la riconquista austriaca. Morirà poco dopo aver incontrato il s.ten. Fioretta: Nella galleria, colma di morti e di feriti nemici, assistetti pietosamente nel trapasso il tenente austriaco che comandava la posizione: aveva le gambe stroncate e mi pregò a gesti di buttargli addosso una coperta che giaceva per terra accanto a lui. Si tolse allora dal fianco la sua carta topografica chiusa in un involucro trasparente di celluloide e me la donò . Il passaggio di consegne era avvenuto: non era ancora mezzogiorno e il Corno di Cavento era in mano italiana. (m.m.)

    Pubblicato sul numero di settembre 2010 de L’Alpino.