A Rossosch, luogo simbolo di un’immane tragedia

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    Settecento alpini, con il Labaro e il presidente nazionale alla ricorrenza dei dieci anni dell’asilo Sorriso Inaugurato anche un parco con un monumento ai Caduti russi e italiani Calorosa l’accoglienza riservata agli alpini da parte delle autorità e della gente

    DI VITTORIO BRUNELLO

     

    La città di Rossosch sta cambiando volto rapidamente. Chi ha lavorato per la costruzione dell’asilo dieci anni fa la trova quasi irriconoscibile. Allora l’edificio realizzato dall’A.N.A. era un modello di edilizia moderna, ora è circondato da costruzioni nuove o ristrutturate, dalle linee marcatamente russe ma curate e posizionate in modo da costituire un insieme armonico e gradevole.
    Un gruppo di manutentori, sotto la direzione di Sebastiano Favero, sul posto fin dal 7 settembre per controllare il funzionamento degli impianti dell’asilo, ha lavorato per erigere il piedestallo del monumento da collocare al centro del parco che la municipalità stava mettendo in ordine con il rifacimento dei marciapiedi, la posa di una recinzione in ferro battuto e qualche ritocco alla piantumazione. Il 60º di Nikolajewka e l’80º della città avevano attivato un insieme di iniziative che mettevano in sinergia gli Alpini e i Rossociani per una grande manifestazione all’insegna dell’amicizia e della solidarietà.
    Venerdì 12, puntuale come fossimo in Svizzera, arriva il treno speciale con il presidente Parazzini, il vice Pasini e un paio di centinaia di alpini. Sui marciapiedi della stazione ferroviaria c’è l’atmosfera e l’animazione dei grandi eventi, come stesse per arrivare lo zar di tutte le Russie. Massime autorità civili, fanfara e un bel gruppo di donne negli scintillanti costumi locali, con il rituale pane e sale da offrire all’ospite. In pochi minuti la rigida accoglienza protocollare evolve verso il più congeniale clima festaiolo e gli alpini cominciano a ballare con le signore paludate, al suono di un’antica armonica, sbucata fuori da chissà dove.
    Seguono, secondo un fitto calendario rigorosamente concordato con le autorità russe e puntualmente rimaneggiato all’ultimo momento, le cerimonie, gli incontri con i responsabili della Regione, del Municipio, compreso il gemellaggio con la città di Conegliano, presente una delegazione con il sindaco alpino Zambon e le cene all’insegna degli innumerevoli brindisi a base di vodka, bevuta d’un sorso. Le conseguenze, all’immaginazione del lettore.
    Questa atmosfera però svaniva immediatamente appena si usciva dalla città e cominciava a sfilare a perdita d’occhio l’immensa distesa della campagna russa. Rare le isbe con il tetto di paglia, come quelle viste dai nostri soldati, ma sufficienti ad evocare immagini e riflessioni sull’odissea di un’armata di splendidi giovani che si dissolse nei rigori dell’inverno russo del 1943. Il Don, con il suo corso quasi immobile, circondato da una natura dolce nella luce settembrina, segna più che un limite geografico un luogo simbolo di un’immane tragedia.
    La delegazione A.N.A., guidata dal presidente nazionale, consiglieri, autorità civili, militari e dal cappellano è lì, nel primo pomeriggio di sabato, in silenzio, a deporre sulle acque un mazzo di fiori mentre la tromba rende gli onori ai Caduti. La semplice cerimonia si conclude con la Preghiera dell’Alpino e Signore delle cime, in versione riveduta: lasciali andare per le tue montagne . Il sindaco del luogo, mentre ci congediamo per visitare quota Pisello, estrae da un taschino un piccolo
    Crocefisso, trovato da un pastore di nome Alessandro nelle trincee occupate dalla Julia prima del ripiegamento, e lo consegna a Parazzini. Un segno di speranza e di fede che gli eventi della guerra non hanno cancellato e che il tempo restituisce per confonderci ancora di più nel groviglio di emozioni suscitate da quelle terre.
    A Rossosch nel frattempo è festa grande, con danze, spettacoli, concerti sulla piazza antistante al municipio, dominata da una grande statua di Lenin. Gli alpini presenti non si sottraggono al coinvolgimento e fraternizzano, soprattutto con le ragazze, in un miscuglio linguistico che dai dialetti stretti della nostra penisola va al rossociano più disinibito; una babele di simpatia e di esuberanza. Sul tardi, ad ogni scoppio degli immancabili fuochi d’artificio segue un boato di compiacente ammirazione, per liberare finalmente una coralità comunicativa.
    La mattina del 14 settembre, domenica, ci riserva un cielo terso, aria gradevolmente fresca e tanti cappelli alpini che convergono verso l’asilo. Alle nove comincia la messa officiata da don Mario Casagrande di Conegliano, presente il Labaro, accompagnata dalla fanfara Valchiese di Salò e dai cori Soreghina di Genova ed Edelweiss Montegrappa di Bassano. Il presidente Parazzini, il gen. Iob, il col. Schenk e una delegazione russa vanno invece a deporre un mazzo di fiori davanti ai monumenti ufficiali russo e italiano. Alle dieci, ammassamento e inquadramento al comando del ten Favero. Sono presenti trentadue vessilli, tra questi anche Francia, Germania e Nordica con i rispettivi presidenti, sessantacinque gagliardetti e oltre seicento alpini. Al microfono come speaker Poncato di Belluno. Il Labaro, scortato dal presidente Parazzini, dal gen. Iob, dal vice Pasini e dai consiglieri Botter, Canova, Cason, Fumi, Nichele, Romoli, segue la fanfara Valchiese di Gavardo della sezione di Salò che esegue il 33 e dopo una breve sfilata va a posizionarsi sotto il portico dell’asilo dove attendono le autorità italiane l’addetto militare a Mosca gen. Giglio, il viceconsole di San Pietroburgo Ricciardi, alpino e russe: il presidente della Regione Grignov, il sindaco Kvasov e il gen Postnikov comandante della XX armata.
    Dichiarate aperte le cerimonie da parte del sindaco si procede all’alza bandiera, prima con l’inno italiano, poi quello russo. Il presidente Parazzini e il sindaco Kvasov, seguiti dalle massime autorità militari, scendono verso il parco e procedono al taglio del nastro. Quindi, al suono di Va l’alpin, su note originali di una melodia russa, cantata in versione italiana dagli alpini, raggiungono l’ottagono dove sorge il monumento e procedono al suo scoprimento, deponendo due mazzi di fiori, mentre in onore ai Caduti la tromba suona il silenzio d’ordinanza. Il cappello alpino e la stella russa, opera dell’artista Fabbian di Crespano, brillano al centro dell’area verde del parco e sul basamento si può leggere la scritta dettata da Busnardo: Da un tragico passato un presente di amicizia per un futuro di fraterna collaborazione .
    Tornati in tribuna e consegnati i distintivi un’aquila che protegge l’asilo, ideata da Serena Canova di Bassano ai reduci Ficca (Parigi), Pianon (Belluno) e Alfonso (Roma), che simbolicamente rappresentano tutti i loro compagni d’arme e ai membri della commissione che hanno realizzato l’asilo nel 1993, Busnardo (ritira la moglie), Bonin , Chies, Favero, Greppi e Poncato, senza dimenticare le massime autorità si passa alle orazioni ufficiali. Il presidente Grignov e il comandante Postnikov sottolineano come, nonostante la differente storia dei nostri popoli e le diversità di tradizioni e situazioni contingenti, ci siano tanti elementi in comune tra gli Alpini e i Russi, dal senso dell’ospitalità alla sensibilità per chi ha bisogno, alla generosità. Il gen. Bruno Iob manifesta la sua soddisfazione di essere presente ad una manifestazione che interpreta significativamente lo spirito dell’alpino. Il presidente Beppe Parazzini ricorda come l’asilo sia nato dalla memoria di tanti Caduti, come opera di pace. In questi dieci anni ci siamo sentiti più vicini al popolo russo, abbiamo guardato ai cambiamenti della società con interesse, avvertendo una forte spinta a lavorare insieme per un futuro di collaborazione e di amicizia .
    Terminata la parte ufficiale, i bambini dell’asilo si esibiscono in uno spettacolo in costume, catturando la simpatia di tutti. Successivamente, si alternano cori e fanfara, molto apprezzati ed applauditi.
    Nel pomeriggio Lucio Gambaretto, responsabile della colonna camper che ne
    l frattempo si era schierata nella piazza principale di Rossosch, ha incontrato la direttrice dell’asilo per consegnare una quantità considerevole di giocattoli e materiale didattico. Anche altre mani ignote avevano lasciato doni per i bambini.
    Verso le ore quindici, nella sala del centro culturale della città, grande spettacolo con i cori, la fanfara e alcuni gruppi folkloristici russi. Applauditissimi i nostri rappresentanti e molto ammirati i danzatori cosacchi, veramente scatenati in un’esibizione che sembrava violare le leggi della gravità.
    In serata le prime partenze: alcune per l’Italia, altre per i campi di battaglia ed altre ancora dirette verso le principali città russe. Fino a sabato 20 settembre, le campagne da Nova Kalitva a Livenka, le piazze, dal Cremlino alla Fortezza dei S.S. Pietro e Paolo e i principali aeroporti hanno visto circolare lunghe file di cappelli alpini. Perfino al ristorante Borsellino, in piazza San Isacco, uno dei più in di San Pietroburgo, gestito da un alpino, su invito del vice console Ricciardi, giravano penne nere e si sentiva intonare l’ormai irrinunciabile inno quasi nazionale: Alziamo il bicchier .
    Una personalità russa, durante una pausa pranzo, dopo aver ascoltato alcune nostre canzoni ha detto: Voi siete i migliori ambasciatori d’Italia . Il complimento ci fa piacere, ma a noi basta essere alpini.

     

     

    Il presidente Parazzini e il generale Iob al monumento eretto nel parco dell’asilo e
    dedicato ai Caduti italiani e russi, idealizzati in un cappello alpino e una stella. Alla
    destra di Parazzini il sindaco di Rossosch Kvasov. Ai lati del basamento due lapidi, una
    in italiano e una in russo sulle quali si legge: Da un tragico passato un presente di amicizia
    per un futuro di fraterna collaborazione .

     

    (Foto di Sandro Pintus)