Vajont, un’alba nuova

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    Nel buio di una notte d’autunno, nel silenzio di un paese per lo più addormentato tra le montagne che fan la guardia, venne il vento, l’acqua, venne la morte. Era il 9 ottobre 1963. La furia dell’onda provocata dalla frana del Monte Toc, sfiorò Erto e Casso e piombò sulla Valle del Piave, travolse Longarone, Castellavazzo, Rivalta, Pirago, Villanova e Faè.

     

    All’alba la luce rivelò l’entità della tragedia: «Non un filo d’erba era rimasto», racconta uno dei soccorritori, solo ghiaia e terra nuda. I morti venivano recuperati dagli alpini in armi e da quelli in congedo. Lavati e adagiati l’uno accanto all’altro per il riconoscimento. Si lavorava in silenzio, ognuno aveva compiti precisi e quelle settimane valsero come una vita intera.

    L’operosità insita nelle genti venete e friulane fece sì che ben presto vennero ricostruite case, strade, nuove chiese e un cimitero, dimora delle duemila vittime. Ma quando si spensero i riflettori sul caso Vajont e la ricerca dei responsabili proseguì nei tribunali di città, gli uomini e le donne di Longarone e dei paesi colpiti, dovettero ricominciare da capo. Ricercare una identità spazzata via, ritrovare il calore di una comunità, mettere a tacere quella voce che non si stancava di ripetere “perché?”.

    C’era tra loro chi oltre alla casa, aveva perso l’intera famiglia, era rimasto solo, l’ultimo. Eppure nonostante quell’alba nuova si profilasse all’orizzonte come un miraggio, un giorno dopo l’altro si avvicinava. Arrivò l’emozione della prima Messa nella Longarone ricostruita, delle prime automobili che percorrono lente le strade strette della Valle del Piave. La prima festa in piazza, il primo incontro con i soccorritori, con quegli alpini che dalle prime luci del 10 ottobre 1963, arrivarono a prestare il loro aiuto.

    Da allora sono trascorsi cinquantadue anni e molti dei protagonisti non ci sono più. Ma chi è rimasto ha voluto esserci, sabato 3 ottobre a Longarone per il conferimento della cittadinanza onoraria all’Associazione Nazionale Alpini. Dopo una breve sfilata accompagnata dalla splendida fanfara della Cadore, dopo l’alzabandiera e l’onore ai Caduti davanti al monumento che guarda dritto verso la diga, è iniziata la Messa officiata da don Gabriele Bernardi che nell’omelia si è soffermato sulle diverse forme di amore verso la montagna: duro per chi la vive affrontandone le quotidiane fatiche e dolce per chi la va a cercare come oasi di serenità e pace. Ma pur sempre amore. Una liturgia toccante accompagnata dal Coro Bassano che ha scelto per l’Eucarestia, “Ai preât”. Un sussurro, come una dolce implorazione a una stella: “Và daûr di che montagne, là ch’al è ‘l gno curisin…” (va dall’altra parte di quella montagna, là dove c’è il mio cuoricino).

    «Se il Vajont è stato uno straordinario momento di solidarietà collettiva lo si deve soprattutto agli alpini che, ciascuno con i propri mezzi, le proprie competenze, hanno messo a disposizione se stessi per aiutare i superstiti e i sopravvissuti. A tutti voi grazie. Forse oggi ho abusato di questa parola, ma credetemi, dire grazie a chi dedica la vita agli altri non è mai abbastanza», così il sindaco Roberto Padrin.

    Quindi la consegna della cittadinanza onoraria all’Ana nelle mani del Presidente nazionale Sebastiano Favero. «Avevo 15 anni nel 1963. Ricordo che la mattina del 10 ottobre il professore entrò in classe e portò la notizia. Da quel momento crebbe in me il desiderio di diventare alpino. Il mio pensiero riconoscente è per gli alpini in armi e in congedo che accorsero in aiuto dopo la tragedia. Il mio grazie oggi a Longarone che abbraccia 360mila nuovi concittadini». In chiusura il ricordo del vescovo Giuseppe Andrich per il suo predecessore, mons. Gioacchino Muccin, ragazzo del ’99, che definiva il disastro del Vajont “un biblico diluvio”.

    «Tutti noi sentiamo grande ammirazione verso gli alpini che capillarmente, continuamente animano i nostri paesi, le nostre parrocchie. Giunga a voi anche il mio grazie e che questa cittadinanza possa essere sentita da tutta la nostra terra, come un legame indissolubile, un simbolo nella memoria di ognuno». Il Vajont resterà una catastrofe annunciata, un “rimorso nazionale”.

    Quella notte l’onda d’acqua trascinò per quarantadue chilometri fino a Feltre, un pezzetto di Italia legata a tradizioni e usanze. Nell’alveo del Piave finirono frammenti di baite, porte di legno intarsiate, fedi nuziali, scarponi, utensili di malga, giochi di bimbo. E insieme alle cose, i ricordi. Millenovecentodieci corpi, di cui solo la metà riconosciuti. Quattrocento mai ritrovati. Cinquecentodiciotto bambini. Ora guardando la diga si avverte una strana sensazione di malinconia. Nulla sarà più come prima.

    Ma quanto è scritto nella pagina successiva a quella catastrofe si chiama coraggio ed è una ragione per tornare a vivere. È l’eredità degli alpini. Dimostrazione naturale che volontà e sacrificio diano alla luce figli splendidi, come la nuova Longarone.

    Mariolina Cattaneo


    Motivazione

    “L’Associazione Nazionale Alpini racchiude in sé tutta l’abnegazione, la generosità e lo spirito di sacrificio della Famiglia alpina, di quella che perì nel Vajont e di quella che accorse, in armi e in congedo, nell’imminenza della terribile catastrofe del Vajont. Venendo pian piano a mancare i testimoni e gli attori diretti di quell’impareggiabile gara di umana solidarietà, questo riconoscimento ufficiale viene concesso a chi, con onore, li rappresenta e ne perpetua la memoria”.