Una grande adunata

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    Ti accoglie da lontano con quel suo profilo di braccia scheletriche protese verso il cielo a chiedere di poter risorgere, la gru della ricostruzione. Questa è L’Aquila a sei anni dal terremoto che si portò via in un minuto 309 vite e secoli di storia. Eppure sono bastate poche ore perché quelle strade si rianimassero, come e più di una volta, inondate dal fiume vitale degli alpini accorsi da tutta Italia per l’88ª Adunata nazionale. Per molti è stato un ritorno a casa, almeno per gli 8.500 volontari che da ogni regione si misero in moto la mattina stessa del sisma e allestirono 29 campi per le migliaia di sfollati. “Onorare i morti aiutando i vivi” è il motto dei 364mila volontari dell’Ana, una realtà che qui, nella città ferita, diventa evidenza.

    «Se per noi ricordare i morti significa darsi da fare per i vivi – spiega Giuseppe Bonaldi, da sei anni coordinatore nazionale della Protezione Civile Ana – non potevamo che tornare a L’Aquila con la nostra Adunata, nonostante la terribile situazione in cui ancora versa la città. Un modo per dare speranza e ribadire che gli alpini ci sono».

    E la città, che ha buona memoria, ha aperto le case per accogliere le penne nere, si è riversata anch’essa tra le vie del centro storico di solito deserte, ha accettato di far festa, almeno per tre giorni. «Sono appena tornato a vedere la Casa dello Studente, dove sei anni fa facemmo la nostra lotta contro il tempo per salvare quei poveri ragazzi», racconta Gianni Biglia, venuto da Saluzzo, Cuneo. Un po’ festa e un po’ pellegrinaggio. È il contrasto più evidente, in questa Adunata senza precedenti: da una parte la folla verde che si snoda chiassosa per le strade di una città fantasma, tornata in vita solo per tre giorni, ma dall’altra contemporaneamente la compassione e il rispetto davanti agli evidenti segnali di morte. Lungo le vie che erano dello “struscio”, oggi una gigantesca ragnatela di ponteggi. In via XX Settembre i grembiulini di scuola sono tuttora stesi al balcone dove erano la notte del 6 aprile 2009. In via Sant’Eusanio dalla finestra rimasta spalancata al primo piano si scorge la borsetta in pelle appoggiata sul tavolino, come per uscire tra poco a fare la spesa.

    Passano gli alpini e le loro famiglie davanti alle case devastate, fotografano, restano in silenzio, scuotono la testa. Ma le fanfare e il continuo risuonare dei canti di montagna ricordano che la vita va avanti. Nei due giorni che precedono la sfilata ognuno ha tanto da raccontare agli altri: «Per noi abruzzesi avere di nuovo qui gli alpini è un segnale di speranza. Come nel 2009 sono qui per darci sostegno », commenta Massimiliano Prosia, lui stesso ex alpino del 9º reggimento a L’Aquila. Angela Lombardi, maresciallo ordinario nelle Truppe Alpine, 39 anni, la notte del terremoto aquilano dormiva con il marito e il figlio nel cortile. «Non ho mai capito perché, quella sera alle 23 il bambino per la prima volta dopo 4 mesi di scosse, si svegliò e ci impose di trasferirci nel camper. Alle 3.32 l’apocalisse. Per far capire come stavamo dico sempre che era come trovarsi in una lavatrice durante la centrifuga, ci guardavamo in silenzio aspettando che finisse. Poi uscimmo e di quell’istante ricordo tre cose: le sirene degli allarmi, la polvere, l’abbaiare impazzito dei cani. I vicini di casa venivano da me, come se io non fossi colpita quanto loro, senza casa, con un bimbo piccolo, ma in me vedevano la divisa. Andai in caserma e lungo le strade sembrava un film dell’orrore, gente seduta sui marciapiedi, piangevano e basta, soprattutto tanti giovani». Ancora oggi si commuove. «Le case, oscenamente sventrate, erano in piedi ma avevano perso la facciata, così si vedevano scene di vita violata, i lettini, i pupazzi dei bimbi, i poster alle pareti nella Casa dello Studente.

    O quell’agenda che trovai aperta proprio sulla pagina del 6 aprile, dove una mano femminile aveva segnato un appuntamento per la tesi di laurea. Mi sono sempre chiesta che fine avesse fatto quella povera ragazza». Intorno a L’Aquila, tutti i paesi per decine di chilometri sono vestiti a festa, con Tricolori e striscioni di benvenuto che ben descrivono l’affetto che l’Italia riserva alle sue penne nere. Anche Fossa ha voluto dire il suo grazie, dedicando un nuovo monumento agli alpini Caduti nelle guerre. La notte di sei anni fa il Monte Circolo su cui il paese sorgeva se lo scrollò di dosso durante il sonno dei 600 abitanti. «Oggi siamo rimasti in 400 e abbiamo di nuovo una casa grazie agli alpini», racconta Vittoria De Paolis, che con il marito occupa una delle trentatré case ricostruite a tempi di record. «Sono belle e accoglienti. Ringraziamo Dio, perché siamo anziani e non si vedono altri spiragli: senza di loro saremmo ancora in tenda».

    Qui le case all’esterno sono integre, perché nel 1915 il terremoto aveva già infierito e le mura erano state rinforzate con catene, «ma quando entri c’è la voragine », racconta Luigina Calvisi, 27 anni, sulla maglietta il pensiero di tutti, “Gli Alpini nel cuore”. È viva per miracolo: «Il monte crollò su di noi sfondando la parete dietro. Il masso che ora scopriranno viene da lì, da casa mia». E infatti lo scoprono il grande masso divenuto monumento. Mentre don Gaetano, nigeriano, parroco a Fossa da 17 anni, recita il Magnificat e la preghiera si fa corale. «È significativo che l’Adunata del centenario della Grande Guerra si faccia nel segno della pace e della ricostruzione », nota il Presidente nazionale dell’Ana, Sebastiano Favero. Qui gli alpini aprirono subito una sottoscrizione e le donazioni man mano aumentarono a valanga, tanto che il progetto iniziale di 16 case raddoppiò a 32.

    Poi arrivarono anche i fondi per una grande chiesa e per la 33esima casa, oggi sede degli alpini. Non è una novità: degli alpini ci si fida, nel panorama desolante di sfiducia e corruzione che ci circonda sono la faccia pulita dell’Italia, agli occhi degli italiani e degli stranieri. Proprio come nel 1976, quando gli Stati Uniti per il terremoto del Friuli affidarono all’Ana 50 miliardi di lire e l’Associazione non solo rendicontò fino all’ultima lira, ma restituì quello che fu speso. Siamo a sabato pomeriggio. Sotto il cielo dorato della basilica di San Bernardino, riaperta pochi giorni fa, le tre navate brulicano di penne nere. «Mi appello al nostro governo perché qui tutto ritorni a vivere», sottolinea poi nell’omelia l’Ordinario militare Santo Marcianò, abbracciando con lo sguardo quella folla di «carissimi fratelli e sorelle alpini». Domenica, la grande Adunata. Con una regia invisibile ma perfetta, come solo gli alpini sanno fare, l’atmosfera è del tutto diversa.

    Per ore e ore, da mattina fino a sera, sfilano i settori in un serpentone ordinato e incessante. Apre la fanfara, seguono gli ufficiali e i sottufficiali delle truppe in servizio, i gonfaloni di tutti i comuni aquilani, e poi finalmente il Labaro. Ed ecco il gruppo degli alpini di Zara, Fiume e Pola, ormai solo una trentina: «Come sempre un pezzo del nostro cuore – grida lo speaker per sovrastare l’inno e il battimani -, Zara, Pola, Fiume che noi non dimentichiamo! Zara, Pola, Fiume, alpini d’Italia! Ogni anno chiediamo loro l’onore di precedere le Sezioni d’Italia e quelle sparse per il mondo!». Che infatti arrivano subito dopo, e ancora la Protezione Civile dell’Ana, l’ospedale da campo, i volontari di Fossa, le sezioni del Nord, del Centro, del Sud…

    L’ultima è la Sezione Abruzzi, la gente applaude e si commuove e non puoi non pensare al reduce di Russia don Carlo Gnocchi: «Per rifare bella l’Italia ci vuole il coraggio degli alpini, l’amore per la terra degli alpini, la sobrietà degli alpini, la religiosità degli alpini…». È vero, non è retorica. Gli alpini si amano e basta, senza riserve: questo l’Adunata ti mette nel cuore. E allora un pensiero triste: da quali affluenti trarrà linfa vitale questo patrimonio inestimabile, che tutto il mondo ci invidia, man mano che gli alpini in congedo, tuttora giovani, si esauriranno e l’abolizione della leva non consentirà il ricambio?

    Lucia Bellaspiga
    inviata di Avvenire