Tre statue un solo motto

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    Dür per dürà! Il motto del battaglione “Edolo” potrebbe magnificamente riassumere la storia della statua in bronzo che ritrae l’alpino Antonio Valsecchi, realizzata in ricordo della Campagna di Libia. La statua fu ideata dallo scultore Emilio Bisi quasi un secolo fa, nel 1915 a Milano, città dove nacque il glorioso battaglione.

    Per la sua realizzazione gli alpini raccolsero i fondi e la Veneranda Fabbrica del Duomo donò il marmo di Candoglia per il basamento. Il monumento fu prima posto nel cortile della Caserma Mainoni sede del 5°; nel 1928 fu poi spostato in un’aiuola di via Mario Pagano e nel 1948 in piazzale Cadorna. Nel ’63 il monumento fu inaugurato in largo Giovanni XXIII, alla presenza dei vertici dell’ANA, del capitano Arturo Vita e benedetto da don Brevi.

    Nel 1938 Milano offrì alla città di Merano, nuova sede del 5° reggimento, una copia del monumento che fu inaugurato alla presenza di numerose autorità tra le quali il futuro Re di maggio Umberto II, principe del Piemonte, il prefetto di Bolzano e l’allora presidente dell’ANA Angelo Manaresi. Qualche lustro dopo, nel 1954, un’altra copia della statua fu donata alla città che diede nome al battaglione, Edolo. Milano, Merano, Edolo, tre città e un’unica idea: un monumento per ricordare i Caduti in terre lontane, un richiamo alle valorose gesta, alla comunanza d’intenti e alla fratellanza. Nella figura dell’alpino che scaglia il masso c’è tutto questo. Osservarla è come guardare un fotogramma di un’azione fulminea che fissa nel tempo, a imperitura memoria, un frammento dei combattimenti avvenuti nel settore di Derna.

    Nel 1912 l’Edolo era impegnato in Libia nella realizzazione di baracche e opere di fortificazione. Ai primi di gennaio gli alpini iniziarono la costruzione della ridotta, denominata “Lombardia”, che era avanzata di un chilometro rispetto allo schieramento difensivo, di fianco alla quale venne eretta una torretta chiamata “Milano”. A presidiare la ridotta era la 51ª compagnia dell’Edolo, comandata dal capitano Giuseppe Treboldi di Anfo (Brescia). In una notte senza luna tra l’11 e il 12 febbraio gli arabo-turchi comandati da Ismail Enver (noto anche come Enver Bey) sferrarono un attacco prendendo di sorpresa il plotone di diciotto uomini comandato dal tenente Cesare De Coularè de la Fontaine, di Aosta, che era a difesa della linea avanzata e della torretta “Milano”. Gli alpini, circondati ovunque da orde nemiche si difesero strenuamente, anche con violenti corpo a corpo finché, soverchiati nel numero, ripiegarono verso la ridotta che nel frattempo era sotto attacco da parte dei beduini di Enver Bey.

    L’accanita lotta durò più di un’ora e mezza, tanto che i difensori esaurirono le munizioni e il capitano Treboldi decise di far brillare tre mine, predisposte a protezione della fortificazione. Tra gli alpini, stremati, feriti e senza più armi, c’era Antonio Valsecchi di Civate (Lecco), che nel gesto estremo di difendere la posizione, si erse sulla ridotta con un macigno nelle mani e lo scagliò contro i nemici intenti a scalarla. Un’azione estrema che ebbe successo poiché l’imprevisto protrarsi della resistenza diede agio agli alpini della 50ª e della 52ª Compagnia di accorrere in aiuto. Saputo dell’azione vittoriosa, il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, gen. Pollio, telegrafò al sindaco di Edolo: “Vive congratulazioni a codesta patriottica regione per la gloriosa presa dai suoi figli del battaglione Edolo al combattimento di Derna”.

    Matteo Martin