Ritorno a Fossa

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    Un paese è formato da elementi urbani ricorrenti con i quali una comunità si identifica e può svilupparsi: vie, piazze, luoghi di ritrovo e di servizio pubblico. Nel Villaggio di San Lorenzo, la nuova Fossa, c’era quasi tutto. Dopo il sisma, con grande sforzo, l’Ana vi ha costruito una chiesa e 33 delle 150 case, ridando speranza alla comunità. L’unico elemento che mancava era quello legato alla memoria, così gli alpini sono tornati e lo hanno costruito accanto alla sede del Gruppo. Il monumento realizzato in ferro battuto dal maestro Raffaele Di Prinzio rappresenta il fregio degli alpini: un’aquila che sovrasta due fucili e le trombe.

    È dedicato agli oltre 40 Caduti fossolani nelle guerre e ai quattro abitanti che il terremoto del 6 aprile 2009 si portò via. Il legame tra la vecchia e la nuova Fossa è simboleggiato dal grande masso su cui poggia l’opera che è stato recuperato dai vicoli del paese sul quale rotolò, dopo essersi staccato dal monte Circolo a causa del sisma. Alla cerimonia di inaugurazione hanno partecipato il Presidente dell’Ana Sebastiano Favero, il Presidente della sezione Abruzzi Giovanni Natale, il sindaco di Fossa Antonio Gentile e Mario Quaglieri primo cittadino di Trasacco, Comune che ha contribuito all’opera. Il parroco don Gaetano, che da sei anni è il collante della comunità, ha benedetto il nuovo monumento. «Ritornare a Fossa mi commuove – rammenta il Presidente Favero – sotto sole, pioggia e vento gli alpini hanno lavorato alacremente e hanno compiuto in pochi mesi di lavoro quello che all’inizio sembrava un miracolo».

    La soddisfazione di Favero si è unita alla gratitudine verso il suo predecessore, Corrado Perona, che volle e promosse il progetto del Villaggio Ana. «Celebriamo un momento importante perché un monumento non è solo ferro e pietra, ma permette ad anziani e giovani di ricordare. La memoria evita il rischio di ripetere gli stessi errori, ma è anche foriera di momenti di condivisione, di amicizia e di speranza in un futuro migliore ». Il legame con gli abitanti, accorsi in piazza Gemona per la cerimonia, lo si è percepito forte. In disparte, dietro ai gagliardetti e agli alpini, Mariano ha gli occhi lucidi e tanta voglia di parlare: «Io li ho visti lavorare, gli alpini, e non smetterò mai di dir loro grazie! Con il terremoto io e mio padre, vecchio e malato, abbiamo dovuto abbandonare casa e non avremmo saputo proprio dove andare. Con questo grande aiuto sono riuscito a fargli vivere in modo dignitoso gli ultimi anni. È per questo che dico grazie, a nome mio e di mio papà che non c’è più».

    Giorgia vive proprio nelle abitazioni costruite dagli alpini e ci apre la porta di casa; si dice fortunata perché «in inverno qui si arriva a meno 10, ma le case sono calde e con un consumo ridotto rispetto alle altre del comprensorio». A fare un paragone sommario, in effetti, quelle “alpine” non sembrano sentire nemmeno i segni del tempo: le sbrecciature nei muri sono assenti e sembrano più solide e in salute. La sua vicina, Fiorella, ci rivela addirittura che «si vive quasi meglio nella nuova Fossa che non al paese vecchio». Indica l’antico borgo abbarbicato alla montagna e prosegue: «A livello affettivo non si discute, ma un po’ di problemi c’erano; qui invece c’è tutto quello che serve alle 400 persone che ci vivono: è l’unico paese ricostruito dove c’è il medico, la scuola, la palestra, la posta, un locale dove le associazioni si possono incontrare…».

    Gli alpini hanno dato a Fossa qualcosa di più di un importante investimento economico. Hanno dimostrato con la loro costante presenza di stare accanto ad una comunità ferita e di proteggerla perché possa ritornare a vivere. Ecco perché quello tra gli alpini e Fossa, ha ricordato il Presidente Favero, «può essere solo un arrivederci, perché è un legame affettivo che non si scioglierà più».

    Matteo Martin